DON ALESSANDRO LUCINI

Anno 2024/25

NEL VIAGGIO LA BENEDIZIONE

La parabola di Tobia

Proposta di lectio divina per adulti – decanato di Castano.

08 maggio 2025

Benedite Dio per tutti i secoli

Nel viaggio la benedizione

(Tb 12,1-22)

1Terminate le feste nuziali, Tobi chiamò suo figlio Tobia e gli disse: “Figlio mio, pensa a dare la ricompensa dovuta a colui che ti ha accompagnato e ad aggiungere qualcos’altro alla somma pattuita”. 2Gli disse Tobia: “Padre, quanto dovrò dargli come compenso? Anche se gli dessi la metà dei beni che egli ha portato con me, non ci perderei nulla. 3Egli mi ha condotto sano e salvo, ha guarito mia moglie, ha portato con me il denaro, infine ha guarito anche te! Quanto ancora posso dargli come compenso?”. 4Tobi rispose: “Figlio, è giusto che egli riceva la metà di tutti i beni che ha riportato”. 5Fece dunque venire l’angelo e gli disse: “Prendi come tuo compenso la metà di tutti i beni che hai riportato e va’ in pace”. 6Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: “Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non esitate a ringraziarlo. 7È bene tenere nascosto il segreto del re, ma è motivo di onore manifestare e lodare le opere di Dio. Fate ciò che è bene e non vi colpirà alcun male. 8È meglio la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia, che la ricchezza con l’ingiustizia. Meglio praticare l’elemosina che accumulare oro. 9L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l’elemosina godranno lunga vita. 10Coloro che commettono il peccato e l’ingiustizia sono nemici di se stessi. 11Voglio dirvi tutta la verità, senza nulla nascondervi: vi ho già insegnato che è bene nascondere il segreto del re, mentre è motivo d’onore manifestare le opere di Dio. 12Ebbene, quando tu e Sara eravate in preghiera, io presentavo l’attestato della vostra preghiera davanti alla gloria del Signore. Così anche quando tu seppellivi i morti. 13Quando poi tu non hai esitato ad alzarti e ad abbandonare il tuo pranzo e sei andato a seppellire quel morto, allora io sono stato inviato per metterti alla prova. 14Ma, al tempo stesso, Dio mi ha inviato per guarire te e Sara, tua nuora. 15Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore”.

16Allora furono presi da grande timore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura. 17Ma l’angelo disse loro: “Non temete: la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. 18Quando ero con voi, io stavo con voi non per bontà mia, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. 19Quando voi mi vedevate mangiare, io non mangiavo affatto: ciò che vedevate era solo apparenza. 20Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Ecco, io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute”. E salì in alto. 21Essi si rialzarono, ma non poterono più vederlo. 22Allora andavano benedicendo e celebrando Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l’angelo di Dio.

LECTIO

Siamo arrivati alla fine di questo racconto, in cui il protagonista ritorna a casa sano e salvo da suo padre. Dopo tante peripezie è stato guarito, recuperando i propri averi. Torna a casa durante le feste nuziali, che si è appena lasciato alle spalle, è un uomo con una prospettiva esaltante, rimane solo da salutare e ringraziare chi lo ha accompagnato in questo lungo viaggio.

Per fare ciò, Tobia deve fare un’operazione, che ormai è diventata al nostro tempo un po’ desueta, una operazione che sembra quasi inutile, un’operazione sicuramente superata.

Quella di ripercorrere i propri passi, cioè di ritornare sul vissuto che è appena trascorso per cercare di capire e memorizzare l’esperienza che ha fatto, l’esperienza che ha vissuto. Solo in questo modo può far memoria e, anche noi, possiamo far memoria di chi siamo realmente e renderci conto veramente del cammino che abbiamo attraversato, se vogliamo veramente costruire il nostro futuro.

Tutto nasce da una domanda, forse un po’ banale, sicuramente un po’ venale “Che cosa gli dobbiamo dare?”

Una domanda semplice, forse sembra anche un po’ imbarazzante, un po’ utilitaristica, parlare di soldi.

Il compenso era già stato stabilito, era già stato pattuito una dracma al giorno, se tornate indietro nel libro di Tobia trovate che questo era stato il patto. Quindi non ci sarebbe neanche bisogno di stare lì troppo a pensare, il compenso è già stato stabilito, però questo compenso che è stato stabilito non sembra più essere proporzionato e questa sproporzione tra quello che si deve a questo uomo, che poi scopriamo essere l’angelo Raffaele, ecco questa sproporzione costringe Tobia a ripercorrere il suo viaggio, a ripercorre tutto quello che ha fatto.

Da una domanda molto semplice, molto venale, quasi da scartare però, da questa domanda, diciamo quotidiana, inizia questo suo tempo di ripercorrere il viaggio che ha compiuto, con le sue insidie, gli scampati pericoli, i doni ricevuti, per cercare un compenso più appropriato che si avvicini un po’ di più a quello che ha ricevuto.

Forse non succede così anche a noi quando, di fronte a qualcuno che è stato importante per noi, ci facciamo la stessa domanda. Chiediamo come possiamo sdebitarci, perché ciò che gli abbiamo dato è una piccola parte rispetto a quello che ci è stato donato, un’inezia. Questo dono esuberante che va oltre al compito che gli era stato affidato, perché è andato al di là, costituisce il fondamento di un affetto profondo, un affetto che va al di là del lavoro, quasi, potremmo dire, una vocazione. E questo ci costringe a ripercorrere il bene che è stato seminato in noi, ci costringe a fare memoria.

Ma cerchiamo di analizzare che cosa si nasconde dietro questi gesti di Tobia, che sintetizza in quattro parole. E’ importante per noi andare a vedere che cosa si nasconde dietro queste parole, perché ciò può essere utile anche al nostro cammino di fede.

Il primo è quello di essere sano e salvo, cioè salvato dai pericoli della vita, dai pericoli fisici, dalle sciagure scampate, magari anche dagli incontri evitati. Alcuni li riconosci subito, altri bisogna invece ritornarci su con un po’ più di calma. Quando la scampi grossa, oppure ti rendi conto che potevi esserci tu in quel posto lì, potevi vivere tu quella sofferenza e invece sei vivo e vegeto, invece l’hai scampata.

Io penso che ognuno di noi ha i suoi momenti in cui sente la presenza della mano di Dio sopra di sé, dice: “Mi ha messo una mano sulla testa”. Si dice proprio così, sopra la tua vita, c’è bisogno però di riconoscere questi momenti, c’è bisogno di interiorizzarli, c’è bisogno di fare memoria, non tanto una memoria scritta, quanto una memoria nel nostro cuore, altrimenti passano, se ne vanno, vanno nel dimenticatoio e rischiamo di non riconoscere i doni di Dio nella nostra vita. Il rischio grosso è quello di sentirci soli e abbandonati, perché non siamo capaci di fare memoria di quando il Signore è stato presente nella nostra vita.

E quindi la prima cosa è quello di riconoscerci sani e salvi.

Il secondo atteggiamento è quello riferito alla moglie, hai guarito mia moglie, è una guarigione spirituale dal gioco del male. Sara, lo sappiamo, l’abbiamo ascoltato, era schiava del male, non un male fisico, ma una schiavitù spirituale.

Quanto si può dare per essere veramente liberi? Quanto possiamo dare per liberarci dal gioco del male? Che prezzo gli diamo?

Quando si è stati schiacciati dal male per tanti anni e si sperimenta la libertà dall’oppressione, tutto acquista un sapore nuovo, tutto acquista una gentilezza diversa, una bellezza differente, non si è più disposti a ritornare alla condizione precedente e questo non ha prezzo. La libertà dalla schiavitù, dalla schiavitù magari nostra o di qualcuno che ci ha imposto, liberarsi da questa schiavitù non ha prezzo.

E poi c’è la parte più concreta, il denaro, la parte materiale, la parte della vita, la fortuna, i beni, non solamente il soldo. La parte, potremmo dire, più normale della vita, che ci contraddistingue un po’ tutti i giorni, quello che desidera la maggior parte delle persone, fatta di beni, ma anche fatta di sicurezza, a volte anche positiva; avere la possibilità anche di poter disporre per altri, nella carità, nel poter aiutare le persone in maniera libera. Mi colpiva sempre, qualche anno fa “ma se io vincessi questa somma, io una parte, una gran parte, la darei per aiutare gli altri”, ecco non necessariamente è sbagliata. I doni, la ricchezza che il Signore ci fa, dipende dall’uso che uno ne fa, dipende dal modo in cui uno ne dispone, dipende da quanto uno si lascia catturare dalle cose.

Quindi è ritornato con molti beni, erano in povertà e tornano nell’agiatezza, quindi anche di questo bisognerebbe dare un prezzo.

E poi l’ultima, la guarigione del padre, che rappresenta un po’ la salute fisica, la salute che potremmo sintetizzare così con uno slogan di mia nonna. Mia nonna diceva “l’importante è esserci ed essere fuori dal letto”, questo era il suo must, “esserci e essere fuori dal letto”, il resto…

E forse è la cosa a cui diamo più peso, quella che ci importa di più, alle volte la diamo un po’ per scontata, finché arriva il momento in cui non ce l’abbiamo. Quando non ce l’abbiamo non la diamo più per scontata, forse anche la cosa più desiderata, cosa giusta, cosa lecita, però dobbiamo un po’ stare attenti che non diventi solo un idolo, anche questa può diventare un idolo: la salute, la bellezza a tutti i costi, eccetera eccetera.

Comunque questi doni che Tobia riconosce riguardano proprio tutta la parte dell’uomo e della donna, essere sano, salvo, la guarigione spirituale, il sostentamento, la salute, potremmo dire che sono i pilastri per dirsi fortunati, per dirsi che uno sta bene.

Tobia riconosce questi doni e insieme a Tobi decide di fare una scelta, decide di fare la scelta di donare la metà di quello che ha portato, di donarlo a questo uomo, è un dono sproporzionato, che però ha una corrispondenza, una corrispondenza negli infiniti doni che ha ricevuto, negli infiniti doni che gli sono stati fatti, si doveva la decima, forse però loro convengono che è meglio dare di più.

Qui troviamo tutta la bellezza della riconoscenza umana, una riconoscenza che parte dal sentirsi in debito, non schiavi, in debito, un debito di riconoscenza che sai che non lo devi fare per forza, che sai che non sei obbligato a fare, ma che sai che lo vuoi fare. Lo vuoi fare perché la persona che hai davanti è stata sovrabbondante con te, perché è quello che ti ha accompagnato, ti ha liberato da tante cose, ti ha accompagnato nel cammino, è un desiderio profondo di ringraziare questo, anche in modo sovrabbondante, sproporzionato, ringraziare una persona che per te è stata importante, fondamentale, senza di lei, non ce l’avresti fatta, forse anche fare qualche pazzia per riconoscere l’importanza e la sovrabbondanza del bene che hai ricevuto.

La riconoscenza che non si ferma a fare un po’ i conti della serva, mi hai dato così, ti do così, mi fai un favore, te ne faccio un altro.

Non è questa la logica della riconoscenza, questa è la logica utilitarista che spesso vediamo anche camuffata nella fede. È un’amore, una disponibilità, una riconoscenza che si dona senza riserve, perché ciò che si è ricevuto è troppo importante.

Però questa, potremmo dire, è una riconoscenza dal punto di vista umano, bellissima, stupenda.

Però Raffaele nel rivelarsi a questi due uomini gli fa fare un passo in più, gli fa fare un altro livello, un livello diverso, superiore al livello di prima.

Raffaele porta questi uomini a benedire Dio, cioè a portare al livello di Dio quello che si è ricevuto. Quello che si è ricevuto serve per lodare Dio, benedire Dio, dire bene di qualcuno.

La benedizione è Dio che dice bene di noi e l’uomo che benedice Dio perché riconosce che si è fatto presente nella sua vita.

E voi potreste dire “sì certo quando uno riceve tutto quello che vuole allora è il momento di benedire”, però Raffaele fa un esempio molto diverso, porta ad esempio la preghiera di Sara, momento, l’abbiamo visto negli incontri precedenti, uno dei momenti più tristi, faticosi, vuole addirittura lasciarsi andare, perdere la propria vita, perché non ha più senso per lei vivere.

Eppure anche in quel momento lì siamo chiamati a benedire Dio, siamo chiamati a ritornare a Lui e Sara ritorna a Dio in quel momento, pur vivendo la tristezza, pur vivendo il momento più faticoso, quel momento l’aiuta a tornare verso Dio.

Allora, poco importa forse la ricchezza o la povertà, conta se questo ti porta a benedire Dio o diventare schiavo di altro. Uno potrebbe avere tutto, potrebbe essere l’uomo più ricco del mondo, ma questo non portarlo a benedire Dio, ma a chiudersi in se stesso, a chiudersi nell’egoismo.

Ecco i beni, i doni ci servono per arrivare a Dio, per arrivare a incontrare il Signore, per arrivare a Lui con la nostra preghiera. Ecco noi siamo chiamati proprio a partire da quello che abbiamo per arrivare a benedire e a lodare il Signore.

Sempre, dice Raffaele, voi dovete benedire il Signore, perché questa è la sua volontà.

E poi ci leggo anche un altro segno, ci leggo queste parole che ho sentito questa sera, questa sera pronunciate da Papa Leone XIV: “Non temere la pace sia con voi”, che sono le parole di Gesù, ma sono anche le parole che abbiamo la grazia di ascoltare questa sera.

La pace non deriva tanto dai doni che abbiamo, la pace deriva dall’avere incontrato il Signore Risorto, dall’avere incontrato la presenza di Dio, nel caso di Tobi e Tobia, nel caso di aver riconosciuto l’angelo. Lì sta la pace, non tanto nei doni. I doni dovrebbero essere uno strumento che ci portano a lodare Dio.

Dovremmo chiederci quali sono quelle cose, quegli atteggiamenti, quei momenti che ci hanno portato a incontrare e a lodare il Signore. Magari se avremo la pazienza di guardarci dentro scopriremo che non corrispondono forse ai momenti di serenità, ma magari corrispondono altri momenti.

MEDITAZIO

Vi lascio alcune domande per guidare un po’ questo tempo di silenzio e provare un po’ a fare entrare il Signore nella nostra vita, perché Lui ci doni la grazia di poterci guardare dentro con calma.

La prima è questa, sono capace di riconoscere i doni di Dio nella mia vita, non solo riconoscere, ma proprio fare memoria di questi doni?

Sono capace di ringraziare chi mi accompagna nel cammino, senza falsità, secondi fini o in modo sproporzionato chi mi ha aiutato a incontrare il Signore?

Ho mai pensato alla mia vita come un grande dono di Dio, un grande dono che il Signore mi fa?

Affidiamoci a Dio ricordando che l’obiettivo, lo scopo di tutto quello che facciamo, di quello che preghiamo e quello di lodare Dio, perché riconosciamo la sua presenza nella nostra vita.

ACTIO

Avrei pensato di proporvi, di provare a vivere la nostra vita in rendimento di grazie, cioè come un continuo ringraziamento al Signore di quello che abbiamo, di quello che ci ha donato, perché questo diventi la nostra benedizione nei confronti di Dio.

Ecco, non è una cosa semplicissima, ma è una cosa che ci può svoltare la giornata, ma può svoltare anche la nostra vita, vivere in rendimento di grazie per quello che si ha.