13 febbraio 2026 – II Giornata Eucaristica

don Alessandro Lucini

EUCARISTIA IN AZIONE

i verbi dell’eucaristia

ADORIAMO L’EUCARESTIA

1Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». 6E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

(Esodo 3, 1-6)

In queste giornate siamo chiamati a contemplare i verbi dell’Eucaristia. Ieri sera abbiamo ascoltato don Giuseppe sul “Celebrare l’Eucaristia”. Questa sera, invece, ci fermiamo un po’ su cosa voglia dire “Adorare l’Eucaristia”.

Partiamo dal Vangelo (Mc 11, 27-33) che ci svela anzitutto cosa vuol dire stare di fronte al Signore, perché vivere l’Eucaristia vuol dire stare di fronte a Dio. E non si può stare di fronte a Dio se prima non si fa un po’ di chiarezza, se non ci si sbilancia di fronte a Dio.

Questi uomini, nel Vangelo, non vogliono prendersi delle responsabilità: “Non lo sappiamo”, dicono; non si mettono in gioco di fronte al Signore. E quando noi non ci mettiamo in gioco, difficilmente sperimentiamo la presenza di Dio nella nostra vita, perché il Signore ci chiama a fare verità di noi stessi, della nostra vita, per metterla di fronte a Lui. Solo così possiamo entrare in comunione profonda con Lui.

Adorare vuol dire mettersi di fronte al Signore, mettersi di fronte al Signore così come si è, non avendo paura di Dio e non avendo paura degli altri, ma mettendo la propria umanità di fronte al Signore. E non serve costruirsi degli impalcati per stare di fronte all’Adorazione. Quando si sta di fronte all’Eucaristia bisognerebbe mettersi a nudo. Forse è per quello che si fa così fatica a vivere l’adorazione eucaristica: perché fare bene l’adorazione eucaristica ti mette un po’ a nudo. Non ti puoi nascondere. Il Signore non si nasconde, ma neanche tu ti puoi nascondere, a meno che davanti all’Eucaristia noi non ce la raccontiamo. Invece di ascoltare quello che Dio ci vuole dire, ci mettiamo a parlare, a parlare di quello che vogliamo che il Signore ci dica.

L’atteggiamento corretto è proprio quello di Mosè che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Mosè è preso dalle sue faccende quotidiane. Sapete, Mosè è scappato perché aveva paura, paura di morire in Egitto. Scappa e si rifugia in un luogo isolato, lontano dal clamore. Non vuole scomodarsi troppo, perché dentro di sé ha vinto questo atteggiamento della paura, un’incapacità di prendersi le responsabilità. Bene, una sera mentre era impegnato nelle sue faccende, mentre sta facendo pascolare il gregge, si imbatte in questo spettacolo straordinario che attira la sua attenzione. Sapete, di notte un incendio si vede, si vede addirittura una candela di notte; qui si parla di una piccola luce; qui si parla di questo roveto che brucia. E doveva essere anche attraente, perché era un rogo che né diminuiva né aumentava, era immobile, come è immobile Dio. Un roveto che brucia, che si autoalimenta, mentre invece dovrebbe spegnersi; nel deserto non è che ci sia tanta vegetazione, non è come un incendio dei boschi.

Ecco, catturato da questo spettacolo, Mosè si avvicina. Si avvicina per curiosità, si avvicina a questo spettacolo e cerca di capire da dove arriva, cerca di capire perché questo roveto non si estingue, perché la fiamma continua a bruciare senza consumarsi. E quando si avvicina, Dio si mostra. E usa questo verbo che è tipico di Dio, che poi riprenderà anche Gesù — lo sembra proprio riprendere Gesù nella Risurrezione —: “Mosè, Mosè!”. Vi ricordate Gesù che dice: “Maria!” E Maria riconosce il Maestro: “Rabbunì”. Ecco, questo primo appellativo dice una conoscenza di Dio profonda di chi ha davanti. Il primo atteggiamento che dovremmo avere nell’Eucaristia è sentirci riconosciuti da Dio. Cioè, conosciuti fino in fondo, partendo dal nome. Per la tradizione ebraica il nome racchiude tutta la storia dell’individuo. Essere chiamati per nome vuol dire essere riconosciuti.

Di fatto il nome di Dio non si pronuncia, lo può pronunciare solo il sommo sacerdote nella festa di Yom Kippur. Gli altri non sanno neanche più come si pronuncia il tetragramma sacro, che poi alcuni hanno stravolto (vedi Testimoni di Geova). Ma anche nella Bibbia c’è il tetragramma sacro, ma mancano le vocali: c’è scritto il nome, ma tu leggi “Adonai”, perché tu non puoi leggere il nome di Dio. Perché nel momento in cui tu leggi il nome di Dio, allora lo possiedi. Sentire il nostro nome pronunciato da Dio vuol dire sentirsi conosciuti fino in fondo: “Mosè, Mosè!”. Di fronte a questa esperienza di questo fuoco, la prima attenzione, il primo verbo, è quello di ascoltare il proprio nome. E di fronte all’Eucaristia, il primo atteggiamento dovrebbe essere quello di mettersi di fronte al Signore perché Lui ci conosce fino in fondo.

Il secondo atteggiamento è quello che dice: “Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi, perché questo è un luogo sacro”. Qui ci possono essere due interpretazioni: una è la terra santa, l’atteggiamento del cristiano che si pone di fronte all’Eucaristia, una sorta non di paura, ma di rispetto. Viene tradotto anche come “timore”. Il timore non è la paura, ma è riconoscere che lì c’è Altro. C’è la presenza di qualcosa che può dare significato profondo alla mia vita. Non ho paura, ma desiderio di conoscerlo. È il rispetto profondo di chi ti ama. Quando una persona ti ama veramente — e ciascuno di noi può immaginare i propri genitori o una figura amica —, quando si ama veramente una persona e ci si sente amati da questa persona, si ha proprio quel tipo di rispetto lì, non si ha paura. Si rispetta quello che dice perché sai che quello che ti deve dire è importante per la tua vita. Questo è il timore.

E il primo aspetto potrebbe essere proprio questo: quando si entra in chiesa, l’atteggiamento di riverenza, un modo di stare di fronte al Signore. Non la falsità, eh! Non esistono due persone diverse di me, una che si siede sulle panche qua e una che è fuori. Non devo cambiare la voce, non devo cambiare gli atteggiamenti. Mi metto in ascolto, però. Ecco, il primo atteggiamento è questo qua: ricordarsi che quello in cui sono è un luogo santo. “Togliti i sandali”, come quando si entra in casa di qualcun altro, nella casa di Dio.

Ma si può vedere anche dall’altra prospettiva: quando qualcuno ascolta un’altra persona, il tuo cuore è terra di Dio. Il cuore è la tua intimità e il luogo nel quale si entra senza i sandali ai piedi, perché il tuo luogo interiore è terra santa. Perché è abitato da Dio. Perché Dio viene ad abitare dentro di te. Ecco, questa adorazione eucaristica ha questa doppia valenza: di ascolto, ma anche di far entrare il Signore dentro di me.

E poi c’è il comando, il comando di Dio che poi va avanti nel libro dell’Esodo: non avere paura di guardare verso Dio. Mosè si copre il volto perché chi vedeva il volto di Dio moriva; l’unico a vederlo è stato Mosè — vi ricordate quando poi riceve le tavole dell’Alleanza torna con il volto trasfigurato —. Non avere paura di guardare verso Dio. Gesù ha rotto questa separazione. Noi possiamo guardare Dio nell’Eucaristia. Lo possiamo contemplare. Lo possiamo adorare. Tanto che la sua immagine può stamparsi nei nostri occhi, ma nella nostra intimità ancora di più. Fare adorazione vuol dire esporsi al Signore, vuol dire lasciarsi ferire, vuol dire lasciarsi guardare, vuol dire lasciarsi amare. Che rimane sempre la cosa più difficile per l’uomo. È più facile amare; molto più difficile è lasciarsi amare. E l’adorazione eucaristica ci chiama a lasciarci amare da Dio.

Non ci credete? Vedo i vostri volti perplessi. Allora vi faccio questa domanda, un gesto che vivremo fra un po’, se io dicessi a qualcuno di voi: “Per favore, mi potresti lavare i piedi?”, penso che la maggior parte di voi non avrebbe nessuna difficoltà. Ma se io venissi da voi e dicessi: “Adesso vieni qua che ti lavo i piedi”, molti di noi avrebbero paura a farsi fare questo gesto. Perché lasciarsi amare è più difficile, molto più difficile. E Gesù ce lo ha insegnato con dei gesti concreti, partendo anche da Mosè.

Adorare l’Eucaristia vuol dire lasciarsi amare da Dio, vuol dire farsi abitare da Dio.

Ecco che il Signore ci aiuti in queste giornate ad accogliere il Signore che viene ed entra dentro di noi.