15 febbraio 2026 – IV Giornata Eucaristica

don Alessandro Lucini

EUCARISTIA IN AZIONE

i verbi dell’eucaristia

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

19Poi prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi.

(Luca 22, 19-20)

In questi giorni abbiamo contemplato i verbi dell’Eucaristia. Il primo giorno abbiamo contemplato il “celebrare l’Eucaristia”. L’abbiamo vissuto anche oggi e lo vivremo anche questa sera fra poco. Quindi la celebrazione dell’Eucaristia, cioè come celebrazione della funzione che ci dà la possibilità di poter incontrare il Signore. Abbiamo visto “adorare l’Eucaristia”, quello che stiamo facendo adesso, cioè contemplarne il volto, contemplare la grande misericordia di Dio. Ieri abbiamo visto: “prendete, mangiate il mio corpo”, cioè l’azione di fare entrare Dio dentro di noi.

Oggi invece vediamo la “memoria” di questa Eucaristia. Cioè torniamo a quel momento fondativo dell’Ultima Cena. Per capire questo dobbiamo fare qualche passo. Il primo passo che dobbiamo fare è quello di trovarci nell’Ultima Cena, nel momento in cui Gesù decide di istituire questo gesto semplice, ma con nascosta un’alleanza nuova. Con l’Ultima Cena ci ricordiamo che questi uomini stanno celebrando la Pasqua, cioè festeggiano la liberazione di Israele dall’Egitto. Festeggiano questa liberazione, ed è una festa ebraica. E all’interno di questa festa ebraica Gesù le dà un nuovo significato. Come dire che non va tolto l’Antico Testamento, ma gli va dato un significato nuovo, che può avere un significato solo con la morte e la risurrezione di Gesù. Senza la morte e la risurrezione di Gesù, senza la sua venuta nel nostro mondo, non possiamo riqualificare l’Antico Testamento. Ma l’Antico Testamento viene reinterpretato, rivissuto e rimesso sotto un’altra logica, sotto un’altra prospettiva.

È all’interno di questa cena pasquale che Gesù fa la sua Pasqua, che assume un carattere e un valore diverso. Il primo è quello del sacrificio, del sacrificio del Figlio dell’uomo fino a donare il suo corpo e il suo sangue per la redenzione degli uomini. Gesù dona e ama il mondo fino a dare la sua vita per noi, fino a questo gesto grandioso che è morire per i propri amici. Ecco, il primo aspetto è proprio questo sacrificio che noi ricordiamo appunto in questo pane e in questo vino, memoriale del corpo e del sangue di Cristo.

Allora possiamo addentrarci in questo mistero. Il primo passo che facciamo è riconoscere la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e nel vino. Ma non è semplicemente qualcosa in cui noi riconosciamo la presenza di Cristo in un pezzo di pane e un sorso di vino, che rimangono anche dopo la celebrazione eucaristica; perché altrimenti non avremmo il tabernacolo, ma noi abbiamo il tabernacolo, il luogo in cui custodiamo la presenza reale di Gesù. Ma il memoriale è qualcosa di più della presenza del Signore Gesù nell’Eucaristia.

Quando noi celebriamo nella Messa l’Ultima Cena, quando noi celebriamo l’istituzione dell’Eucaristia, noi andiamo a rivivere questo memoriale di questo evento salvifico. È come se questo evento salvifico continuasse a perpetuarsi. E quindi noi possiamo andare a quel momento lì, in cui Gesù si è donato nell’Eucaristia. Capite la differenza: un conto è fare la comunione, entrare in comunione con Dio; un conto è rivivere questo momento salvifico, cioè un memoriale, cioè ritornare in quel momento lì. Ecco, questo dice la nostra fede, e noi siamo chiamati nell’Eucaristia a ritornare lì.

Ma siamo chiamati anche a fare memoria, cioè a donare agli altri questa possibilità. Con questo gesto semplice, Gesù non solo ci dà la possibilità di averlo presente in mezzo a noi, ma di poter rivivere l’Ultima Cena con Gesù, di poter rivivere questo dono grandioso di un Dio che si è reso presente nell’umanità per tutti i secoli, sotto i segni del corpo e del sangue, sotto i segni del pane e del vino. Ecco, noi siamo chiamati a fare memoria, cioè ad entrare in questa memoria della Chiesa; ciascuno di noi è chiamato a fare la sua parte per coltivare questa alleanza.

Ecco, se prima abbiamo visto il memoriale, cioè ritornare lì, fare un’alleanza riprende l’alleanza antica del popolo di Israele, quando si offrivano delle tortore, degli animali, quando si offrivano le primizie della terra e Dio passava col fuoco attraverso queste primizie. Possiamo tornare a Caino e Abele: un’offerta viene accolta, l’altra viene rifiutata, e questo produce poi gelosia fino all’omicidio. Ecco, questa è l’alleanza: l’alleanza che Dio fa con il suo popolo. Nell’Antico Testamento era rappresentata così, come un fuoco che passa in mezzo alle offerte e gradisce l’offerta dell’uomo. Adesso non serve più fare questo sacrificio, perché questo sacrificio l’ha fatto Cristo con la sua vita.

Ecco, questa alleanza è un’alleanza nuova. “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Non serve più l’aspersione di sangue di buoi, di vitelli, di vittime da offrire a Dio, perché Dio si è offerto per il suo popolo con il suo sangue; è il sangue di Cristo che stabilisce questa nuova alleanza, un’alleanza perenne. Ecco, noi siamo inseriti in questa alleanza, in questo memoriale, ed è una grande grazia che il Signore ci fa. È la grazia che ci fa di potere essere presenti e di potere vivere di questa alleanza. L’alleanza era un patto tra il popolo e Dio, una salvezza tra l’uomo e Dio. Ecco, questo patto di alleanza, Dio l’ha fatto con ciascuno di noi, sacrificandosi Lui stesso.

L’alleanza è quella della vita eterna. “Non berrò più del frutto della vite fino al giorno che verrà”, cioè fino alla risurrezione, cioè fino ai cieli nuovi e alla terra nuova, se vogliamo usare un linguaggio apocalittico, cioè dell’Apocalisse. Ecco, questa alleanza è l’alleanza della vita eterna. “Io vado a prepararvi un posto”. Potremmo anche citare le parole di Gesù che dice: “Chi mangia questo pane e beve questo sangue ha la vita eterna”. Così dice Gesù.

Quindi il dono che ci è fatto non è semplicemente un pezzo di pane, un sorso di vino o una presenza reale di Cristo, che già sarebbe un dono eccezionale. Ma c’è anche la possibilità di ritornare lì, in quel momento dell’Eucaristia, durante la celebrazione eucaristica dell’Ultima Cena: il momento in cui torniamo lì. È il momento in cui noi consumiamo questa alleanza, un’alleanza per la vita eterna. Ecco, chiediamo proprio al Signore che ci aiuti, ci accompagni, ci doni la grazia di poter contemplare e percepire questo grande dono di Dio.

E questo dare si può anche mettere per iscritto teologicamente, ma noi siamo chiamati a viverlo nella nostra vita. E poter contemplare il volto di Dio non è qualcosa che possiamo andare a comprare, non è qualcosa che possiamo volere con la nostra volontà: è un dono che dobbiamo chiedere a Cristo. Ecco, di fronte all’Eucaristia, dobbiamo chiedere il dono grande di poter contemplare e percepire la sua presenza. Non sempre ci è dato di conoscere, di gustare, di contemplare il volto di Dio. Non sempre. C’è un passo dell’Antico Testamento che dice così: “Cercate il Signore quando si fa sentire”. Quindi non sempre si fa sentire Dio. Però quando noi percepiamo la sua presenza, quello è il momento di fermarsi. Ignazio diceva così: “Contemplare il volto di Dio per gustare in profondità quello che Dio vuole donarci”. Non tutto, non tutto. Non sempre, ma gustare profondamente. Ecco, forse di fronte all’Eucaristia il dono più grande che possiamo chiedere è di aumentare la nostra fede e donarci la grazia di poter percepire e gustare la presenza di Dio nella nostra vita.

Conclusione

Abbiamo celebrato le giornate eucaristiche in questi giorni. Abbiamo visto i verbi dell’Eucaristia e questa sera concludiamo queste giornate eucaristiche con la benedizione eucaristica.

Potrebbe balenarci questa domanda: che cosa vuol dire fare Eucaristia? O meglio, che cosa vuol dire fare la comunione? Io penso che, al termine di tante ore passate di fronte al Santissimo, dobbiamo farci questa domanda: se noi facciamo comunione. Innanzitutto, se siamo in comunione con Dio. Quindi, se vogliamo essere in comunione con Dio, dobbiamo lasciarci amare da Lui. Forse il Signore non ci chiede neanche di contraccambiare questo amore. Forse non dobbiamo fare qualcosa per Dio, se non quello di lasciarci amare da Dio.

E noi, al termine di queste giornate eucaristiche, in cui abbiamo visto il celebrare, l’adorare e tutti gli altri verbi, ne usciamo con questo: essere comunione, cioè vivere la comunione profonda con Dio e con i miei fratelli.

Che il Signore ci doni la grazia, come comunità, di crescere e di camminare e di vivere questa comunione profonda.