SCINTILLE DI BELLEZZA

Incontro con Marco Erba – 03/10/2026

don Alessandro: Questa serata chiudiamo e andiamo un po’ al clou di questo evento che abbiamo deciso di iniziare lo scorso anno. Di questo introduco l’argomento, poi passo il microfono a Barbara.

Su invito del Consiglio Pastorale, abbiamo deciso di fare questa “Settimana della Fede” — l’abbiamo chiamata così — in cui ascoltiamo un po’ di testimonianze. L’anno scorso abbiamo ascoltato Paolo De Martino, un biblista di Torino, che ci ha fatto una lectio; quest’anno, invece, abbiamo invitato te.

Il tema è quello del laicato, quindi l’impegno della Chiesa laicale. Cosa vuol dire questo nella nostra comunità. Abbiamo invitato anche i giovani di Magnago dove sei stato l’anno scorso o due anni fa non mi ricordo, l’anno scorso? Due anni fa. Ecco, fanno la testimonianza anche in oratorio, poi legato un po’ più al decanato.

Quest’anno invece arriviamo sul nostro paese: vogliamo ascoltare un po’ la tua testimonianza. Cedo la parola a Barbara, che ti presenta.

Barbara: Io intervengo abbastanza inutilmente, perché ha già detto tutto lui. Ringrazio, a questo punto, Marco Erba della partecipazione, con l’idea, appunto, di ascoltare una testimonianza che chiude questa “Settimana della Fede”, con l’idea di sentirci un po’ più tutti coinvolti, come laici, a vivere la fede in una maniera magari più intensa; sentiremo degli spunti.

Marco Erba è uno scrittore — poi abbiamo l’opportunità anche di poter acquistare alcuni dei suoi libri — giornalista e insegnante, quindi ci darà spunti di diverso tipo.

Grazie ancora, Marco.

Marco Erba: Grazie a voi per questa possibilità. Sono un po’ sconvolto perché, il sabato sera, vedere così tanta gente che viene a parlare di laicato nella Chiesa e di fede è una cosa bellissima. Lo dico un po’ come battuta, ma anche davvero.

Io sono un prof di lettere: insegno alle superiori, a Cernusco sul Naviglio, quindi non molto lontano da qui, al liceo dei “casi umani”, eh… delle Scienze Umane. Mi confondo sempre un pochino; sarà perché penso al mio target, e quindi capite che confondo un po’ le parole.

Sono un papà, ho tre figli, il più piccolo, Pietro, ha 13 anni, ha tantissime passioni: gli scout, fa il chierichetto, fa il dungeon master di Dungeons & Dragons. Ho scoperto che è una dipendenza peggiore del cellulare, perché non ha il cellulare, ma D&D è peggio. Sa a memoria i 300 mostri della versione 5 punto non so che cosa, ha tantissimi interessi, tra i quali non figura la scuola; ma questo è un altro discorso, di cui magari parliamo in un’altra sede.

Poi c’è Beatrice che fa la seconda superiore. Con me ha una inter bellissimo perché, quando è piccola, la bimba la coccoli, la porti in giro, adesso il nostro dialogo è: «Oh, ti svegli?» e «Non mi toccare, non mi toccare!». Più o meno il rapporto è così, però è sempre bello confrontarsi anche con questo mondo.

E poi c’è Francesco, che tra l’altro è originario di Castano Primo — mi han detto che è qui vicinissimo, io sono arrivato col navigatore e non so bene — è stato in affido con noi da quando aveva quattro anni e mezzo fino adesso che ne ha 21. Adesso vive da solo. Abbiamo anche questo terzo figlio, che in realtà è il primo che è arrivato e che, anche se ha un’altra mamma, un altro papà, chiama mamma e papà anche me e mia moglie, che si chiama Cecilia e fa la maestra elementare. Ed è sempre molto incoraggiante perché, quando mi invitano a fare questi incontri, queste testimonianze, e mi dicono di parlare di come vivo la mia dimensione educativa, lei, che è pedagogista, laureata in Scienze dell’Educazione con 110 e lode, di solito guarda l’evento, mi fa: «Stasera dove vai?», mi ascolta tutta interessata e poi mi chiede: «Ma perché chiamano te?». È sempre un grande stimolo, devo dire.

Per cui, parlando anche con Barbara quando ci siamo sentiti: «Di cosa devo parlare?», «Di come testimoniare la fede da laici», praticamente mi ha detto: dì tutto quello che vuoi, perché si può parlare veramente di tutto. Ed è una cosa veramente molto molto bella. Parlavo anche adesso col don, due parole, l’idea che tutti siamo testimoni di una fede: tutti abbiamo il battesimo, tutti possiamo essere testimoni di una bellezza che ci precede, ci sorprende, ci avvolge e che ci chiama a diventare dono per gli altri. Al di là che uno abbia il sacramento dell’ordine o no, è bellissima questa idea di far testimoniare un laico in un luogo di fede e non solo i preti, non solo persone che fanno parte della gerarchia ecclesiastica. Già questa cosa mi piace.

Ciò detto, ho sprecato troppe parole per l’introduzione.

Io mi sono segnato qua sei idee che vorrei condividere con voi, non in forma di trattato ma un po’ raccontandovi chi sono e la bellezza che mi ha sorpreso nella mia vita; lo farò parlandovi di incontri molto concreti. Come vedete, ho messo dei miei libri qui perché, io faccio l’insegnante e lo scrittore, ma dietro ogni libro ci sono delle storie reali e degli incontri. Poi, chi fa il medico si prende cura dell’umanità che incontra, chi fa lo scrittore le tramuta in storie, chi fa l’operatore ecologico si prende cura della realtà che ha intorno a sé attraverso la cura del luogo dove vive; ognuno fa della sua vita un dono nelle varie forme che può.

Vorrei partire facendovi vedere anche alcuni miei libri — così vi faccio anche pubblicità occulta — e partendo da questo, che si chiama Scintille di bellezza. La prima parola che vorrei condividere con voi, la prima idea che vorrei condividere con voi, è un’idea che è dentro questo libro, che racconta 30 incontri fatti tra i banchi di scuola. Sono 30 storie e ce n’è una che ho particolarmente a cuore: è la storia di mio nonno, che ho raccontato qua dentro. E mio nonno mi ha insegnato questa cosa ed è la prima delle sei idee che volevo condividere: per essere testimoni credibili di quell’amore che ci precede dobbiamo essere persone meno del possesso e più del dono.

A me, mio nonno l’ha insegnato così, perché lui era una persona che aveva questi occhi azzurri e questi occhi azzurri gli consentivano di vedere tutta la realtà che aveva intorno a sé come un dono e di testimoniare questo dono. Perché dico “meno possesso, più dono”? Perché penso che siamo un po’ tutti avvelenati dalla logica del milanese imbruttito: del devi competere, devi vincere, devi avere i numeri, devi primeggiare. Devi…

Tra i miei allievi tantissimi sono ansiosi. Quando c’è la verifica e c’è il numero, sono lì agitatissimi. Quando c’è la prestazione sono lì che gli crolla l’autostima perché: «Io non ce la farò, io non sono all’altezza». Noemi, prima scienze umane: «Prof, io sarò bocciata sicuramente quest’anno», «Noemi, ma cosa dici?», «No, io vado malissimo in tutto, io faccio schifo in tutto, io non valgo niente. Cioè io io poi mi trovo bene solo con lei, lei non mi potrebbe insegnare tutte le materie?». Dico: «Guarda, mi bastano le quattro ore che facciamo insieme», «No, comunque avrò sotto tutte le materie, sarò bocciata, io rischio la bocciatura, lo so, lei non me lo dice perché è buono ma io rischio la bocciatura!». Fine anno, zero debiti. Ma l’ansia, no? La prestazione.

Messa in modo più tragico, quando mi chiamano e mi dicono: «Parlaci della crisi del mondo giovanile». Vabbè, la crisi del mondo giovanile, a me quando mi dicono «parlaci della crisi dei giovani di oggi», a me viene in mente quella persona che diceva: «I giovani di oggi sono corrotti, non hanno più un’etica e una morale perché la nostra società si è arricchita troppo e il benessere ha tolto verve morale, quindi la società andrà sempre peggio a causa dei giovani che non hanno più i vecchi valori che ispiravano la nostra società». L’ho detta a modo mio, ma la prof lo sa che l’ha scritto Gaio Sallustio Crispo nel De Catilinae coniuratione duemila anni fa.

Quindi, sta roba qua della crisi, siamo tutti sempre in crisi perché crisi in greco vuol dire discernimento e cambiamento, ed evviva che siamo in crisi! Certe tendenze però colpiscono: aumentano gli hikikomori, io ho due studenti, 9 9 9, 10 10 10 chiusi in camera non escono più; aumenta la violenza autodiretta ed eterodiretta, anche tu avrai studentesse che si tagliano, io ne ho diverse; aumentano fenomeni sociali allarmanti. È vero, non è che tutti vengono a scuola ad accoltellare le prof, però Corso Como… quello che succede, e io mi chiedo: ma non è che forse queste sono persone di una fragilità pazzesca che hanno bisogno di uno sguardo, di un abbraccio e di qualcuno che gli vuole bene per quello che sono e non di sentirsi dire da tutto il mondo che o vinci o non sei nessuno, perché se non sei la scuola prima nelle classifiche di Eduscopio, se non hai un certo standard, non accedi a certe facoltà, se non fai il PIL, abbastanza PIL allora non sei competitivo. E questa cosa ti resta dentro, perché o possiedi, o vinci, o agguanti, o sei un perdente. E quando ti senti un perdente a 15 anni, eh, il rischio che ti fai del male o fai del male a qualcun altro è molto elevato, quando ti senti una nullità.

Allora io penso che noi cristiani abbiamo questa cosa bellissima che è liberante: che la vita è un dono, non è possesso; tutto è dono. Perché nulla di quello che abbiamo afferrato e conquistato ci porteremo nell’aldilà; e allora o doni tutto o ricevi tutto come un dono, oppure tutto è sabbia che ti scivola tra le dita.

Mio nonno, vi dicevo, aveva questi occhi azzurri, sguardo incantato sulla realtà. Titolo di studio: quinta elementare; poi sua mamma l’ha mandato a lavorare nei campi. Leggeva di tutto. Una cultura da autodidatta incredibile perché aveva una fame pazzesca, non per obbligo ma perché desiderava conoscere ciò che c’era da conoscere; guardava il creato come una cosa spettacolare.

Io a dodici anni, un deficiente totale — un pirla, come si dice a Milano — l’idiota della classe. Combinavo una idiozia via l’altra, una nota via l’altra, prendevo un sacco di note dal mio santo professore di lettere. La più bella che ho preso, che racconto in tutti gli incontri, diceva così: «Gentile famiglia, una settimana fa ho parlato lungamente con Marco del suo atteggiamento in classe. Punto a capo. Oggi ho avuto l’assoluta certezza che Marco non ha capito niente». Ecco, questo ero io a dodici anni, un idiota assoluto.

Un giorno mi sparisce il libro di scienze. Mia mamma, furente: «Abbiamo il mutuo, devo ricomprarlo e adesso…». Me l’aveva “ciulato” mio nonno dallo zaino, letto integralmente tutto. Mi ferma, gasatissimo: «Ma questo libro è un tesoro! Ma tu sai che guardi una stella e magari la vedi, ma magari è già spenta? Perché la sua luce ci mette così tanto ad arrivare fino a noi che tu guardi il cielo e vedi il passato». Era gasato da sta cosa, me lo ricordo come fosse ieri. Io a dodici anni, figurati: «Ah, okay, va bene».

E lui, in dialetto milanese: «Ma t’et legiùu sto liber chi?» L’hai letto questo libro qui?.

«Eh, nonno, leggo le cose che la prof ci obbliga a studiare».

«Ti te se scemu», mi dice, e non serve la traduzione.

E mi ha fatto capire cos’è il dono, mi ha detto: «Guarda, io ti auguro di scoprire una cosa: che studiare è faticosissimo, però è anche un privilegio, perché se scopri anche una sola cosa che ti appassiona, e su quella cosa lì investi la tua vita e di quella cosa fai un dono agli altri, tu sei una persona felice».

Felicità uguale il desiderio che si accende e diventa dono. Tu non studi o non affronti nessuna fatica perché “devi”. La morale kantiana del “devi perché devi” non accende il cuore di nessuno. Un allievo, una volta stavamo leggendo l’Ascesa al Mont Ventoux di Petrarca. Con Petrarca che fa fatica, poi gli ho parlato del Segreto – adesso parlo con la prof di lettere – Sant’Agostino che in quest’opera rimprovera Petrarca: «Tu hai delle belle aspirazioni, ma ti manca la volontà!». Valerio, dall’ultimo banco, che di solito alzava la mano solo per chiedere di andare in bagno: «Prof, Petrarca dice cazzate».

«Eh?».

«Prof, Petrarca dice cazzate! Nessuno si impegna perché deve, perché accende con un tasto la volontà. Io ce la metto tutta se tutta se desidero qualcosa».

Bellissimo, è vero. Uno sportivo, uno che studia, uno che… Il desiderio; c’è una bellezza che trasforma la fatica in qualcosa che è faticoso ma è anche piacevole. E mio nonno era così. «Trova quella cosa lì e fanne un dono».

Anni dopo io mi guardo indietro, penso ai miei ex allievi, chi ho incontrato di felice? Riccardo, che era un pirla totale anche lui al biennio, un matto scatenato. Sua mamma faceva il medico legale, regalò per Natale a una prof incinta un modellino di cassa da morto. Ecco, questo era il personaggio. Una volta, all’ultimo banco — non è un invito ai giovani a farlo — è riuscito, non so come (mai visto in vent’anni da insegnante), a fare esplodere un evidenziatore giallo durante l’ora dei Promessi Sposi. Non fatelo, perché voi non sapete quanta roba c’è dentro un evidenziatore; un lago giallo, con la la bidella incazzata con me, tra l’altro io che ci posso fare?

Oggi fa l’avvocato, ha uno studio legale a Monza (non vi dico il cognome neanche sotto tortura). Andiamo ogni tanto a mangiarci una pizza, viene a prendermi col macchinone: «Prof, offro io perché gli insegnanti non guadagnano un cazzo», …sta roba assolutamente vera. E l’ultima volta mi dice: «Prof, prof, io mi sto specializzando nella mediazione preprocessuale, ma è bellissimo! Guadagno meno, perché andare in causa si guadagna di più, eh, soprattutto se le cause durano tanto; però vedere persone che litigano da anni che trovano un punto di incontro dà senso alla mia vita». Il dono.

Ex allievo, Federico, Istituto Tecnico. Si prendeva a pugni in testa dicendo: «Non capisco niente», e pam e pam!, E io: «Stai calmo, stai calmo!». Bocciato, sparito, ritrovato anni dopo in una pasticceria, fa il pasticcere. «Prof, fare il pasticcere è la mia vita. Quando io faccio un pasticcino ci metto il cuore, perché penso che quel pasticcino lo mangerà qualcuno durante una festa, e io sono lì a festeggiare con lui».

Su questa cosa, saremo misurati: il senso della nostra vita è l’amore che ci metti, non la fama. Il pasticcere che ci mette il cuore in un pasticcino vale, come qualità della vita e della fede, come Sergio Mattarella, eh? Come uno famosissimo, come come un uno di quelli che consideriamo grandi. Il dono come misura.

L’ultima volta che ho visto mio nonno, inchiodato in un triste letto di ospedale, 28 maggio del 2012. Me lo ricordo ancora: sera verso le 5:00-6:00 del pomeriggio, vado a trovarlo, non capiva più niente, lui che amava andare in giro in bicicletta, fare i puzzle, leggere, non poteva fare più niente; uno scheletro umano che non poteva neanche più andare in bagno.

«Come stai?», gli chiedo. Che domanda stupida! «Come stai?», stava morendo. Sapete cosa mi ha risposto? «Bene, benissimo», «Come bene?», «Guarda che bel tramonto che c’è fuori», mi dice.

Io alzo gli occhi dal suo letto, guardo fuori, vedo uno di quei tramonti con le facciate arancioni dei palazzi e la luce dorata che entra come un abbraccio dalla finestra. Un abbraccio per me e per mio nonno. E vedo la bellezza che vede lui, e vedo il dono. È morto non lamentandosi, ma dicendo grazie fino all’ultimo. Cosa aveva? Più niente. C’è gente che si lamenta di ogni virgola che non ha; lui non aveva più niente, ma non è morto lamentandosi.

Qual è il dono per me oggi? Il dono, non il possesso. Il dono è questo tramonto. È morto col sorriso il 29 maggio del 2012, giorno in cui mia figlia Beatrice compiva un anno. Cioè, è morto quel giorno lì. Quasi un un un passaggio di testimone, per chi prova un po’ a leggere i segni e non crede che sia semplicemente una una coincidenza.

Secondo libro che volevo farvi vedere è questo, che è appena uscito e che si chiama Esther T, “Esther top”. Questa è una ragazza di 13 anni. Un romanzo distopico, è una ragazza di 13 anni che si crea un doppio perfetto, performante. È ambientato in un futuro neanche troppo lontano, dove la tecnologia e la scienza sono ormai l’unico paradigma di discernimento e di verità. La scienza e la tecnologia son cose bellissime, eh! Ma anche Margherita Hack, che era atea, diceva: «La scienza spiega il come, il perché resta un punto di domanda»; cosa che, tra l’altro, diceva anche anche Galileo.

Esther si crea una “Esther Top” evoluta, che vive la vita al suo posto, ma non è felice. Perché la logica del dono ti insegna che il contrario di felicità non è infelicità, il contrario di felicità è perfezione.

Invece, se vivi nella logica del dono, vedi la bellezza che è dentro l’altro, che è un dono per te. Abbracci il limite, giochi in squadra e la parola che va a braccetto col dono è è condivisione.

Ecco, io penso che io laico, noi laici — a parte il don — possiamo essere testimoni di questa logica qua,. Una logica che non è quella del numero, della corsa, del “milanese imbruttito”, ma è la logica del: «Qual è il dono che posso dare, qual è il grazie che posso dire oggi?»

Seconda idea che volevo condividere, è una parola, in realtà: la parola “amore”. Io mi diverto di brutto perché, quando leggo le poesie d’amore in classe, è una roba spettacolare. Adesso sto leggendo Catullo e le mie di seconda Scienze Umane. «Prof, non si permetta di leggere ste cose, cioè, prof!», Carmela dal primo banco, «Spacca!», «E sì, Catullo spacca!» «Prof, no».

Leggevo l’Odi et amo, “Ti odio e ti amo”. Io faccio lezione con un pubblico quasi tutto femminile, una cosa meravigliosa. A volte si truccano, che è anche una cosa interessante — un momento estetista nell’ora di lettere —. Lì leggevo Odi et amo, amare et bene velle: Catullo, deluso dalla donna che ama, che dice «ti amo di più ma ti voglio bene meno, ti odio e ti amo», e c’erano Eva e Lisa che si abbracciavano, stringendosi e coccolandosi. «Ma… tutto bene?», «Sì, prof, è che quello lì è uno stronzo, io lo odio, però poi lo vedo e mi sciolgo… perché sono così scema?».

E allora mi diverto e gli chiedo: «Cos’è l’amore? Cos’è l’amore?» Ed escono delle risposte bellissime, eh! Una delle più belle: «Prof, l’amore è alchimia». Cioè, cosa vuol dire alchimia? Alchimia? «Sì, quindi?» «L’amore è una cosa che non scegli, c’è o non c’è». Io: «Anche il Covid. O ce l’hai o non ce l’hai, no?» L’amore.

Una, una volta — stupenda — mi dice: «Prof, l’amore sono…» — non so dove l’ha sentita — «sono due aquile chiuse dentro una gabbia troppo stretta che si squarciano il petto a vicenda». Porca trota! A me sembrava Saw – L’enigmista, cioè, avete in mente? Una roba così! «È amore, sta roba qua?». Di cosa parliamo quando parliamo di amore? Che è una parola fondamentale, abusata, ma… ma la Bibbia dice che Dio è amore. L’amore è la parola centrale, è una delle parole centrali della della Bibbia, del Vangelo. Quante volte Gesù pronuncia la parola amore? Noi siamo testimoni di amore. Quale?

«Prof, il mio ragazzo mi controlla il cellulare», «Eh?». Non parlo degli anni ’30, che non c’era neanche, appena prima del Covid. «Il mio ragazzo mi controlla il cellulare», «Mm, ma in che senso?», «Eh, sì, e poi non vuole che esca con i miei amici che frequentavo prima di fidanzarmi con lui». Io: «Guarda, questa cosa secondo me è un po’ pericolosa», «Eh, prof, ma io lo amo. Lo amo come non ho mai amato, e quando uno ama accetta di tutto».

«Scusa… », io poi sono bastardo, dico: «Accetta di tutto? Scusa, se ti prendesse a sberle?». Risposta — non di una che è vissuta negli anni ’20, eh? Ragazza emancipata che adesso ha 25 anni —: «Prof, spero non accada mai, ma lo amo così tanto che penso che, se accadesse… io penso che lo perdonerei». Cioè, io le ho fatto l’iperbole e lei mi ha risposto così.

Martina, seconda superiore: «Prof, sto con uno di quarta, lo amo come non ho mai amato, c’è un’intesa totale, non mi sono mai sentita così, non sapevo cos’era l’amore prima di conoscere lui. E lui mi ama e io amo lui, e lui dice che io sono sua e che lui è mio». Nessuno è di qualcuno! Non è appartenere, l’amore; non è possesso, è dono, no? «Io sono sua, lui è mio, però c’è una cosa che mi mette molto in crisi, però mi vergogno, però lei non mi giudica? Però ci penso, però non gliela dico». Torna tre giorni dopo: «Prof, ma se gliela dico lei non mi giudica?». Torna cinque giorni dopo e me la dice, perché l’aveva qui e che voleva condividerla con qualcuno: «Prof, lui vuole fare l’amore con me, cosa devo fare?».

A me lo chiedi??? Quando sei imbarazzato rilanci la domanda: «Ma… ma tu cosa ne pensi?», «Prof, io non l’ho mai fatto con nessuno e non me la sento in questo momento, quindi per adesso per me è no, anche se lo amo, eh». Io dico: «Vabbè, la risposta ce l’hai già. Cioè, ti ringrazio della fiducia, ma la risposta ce l’hai già», «Eh, ma lui insiste», «In che senso?», «E lui dice che, se lo amo davvero, devo fare l’amore con lui, se no sono solo parole. Perché lui per me ha lasciato una sua compagna di classe, più grande, e lei faceva l’amore con lui perché lo amava davvero. Perché chi ama lo deve dimostrare, altrimenti non è amore vero. Quindi, se io lo amo quanto lo amava quella di prima, devo fare l’amore con lui o è tutta una finta. Cosa ne pensa?».

Lì stavo diventando Hulk, quando si strappa tutto. Respiro e dico: «Hai detto tante volte la parola amore, ma io di amore vedo zero», «Eh? Ma come?», «Eh, io di amore vedo zero. Vedo uno che ti sta sottilmente ricattando, facendo leva sulla cosa più subdola, che è il senso di colpa: “Se tu non fai così mi fai soffrire, e invece quell’altra lei sì che mi faceva star bene”».

E allora chiedo — ho fatto degli esempi dal mondo degli adolescenti, che è quello che frequento, ma vale a tutte le età, eh —: “Ti amo” è “mi fai star bene” o “voglio il tuo bene”? “Ti amo” è “tu sei mio” o “tu sei tu”? “Ti amo” è “so io qual è il tuo bene” o “il fondamento di ogni cosa è la tua libertà?”

Noi crediamo in un Dio che si è incarnato e che è morto in croce, e non è sceso dalla croce perché ha rispettato anche la libertà degli esseri umani di rifiutarlo e di ammazzarlo. Il fondamento dell’amore non è la passione — fondamentale —, non è l’intesa, l’alchimia — bello ci sono — ma il darsi libertà.

Mio padre, quando avevo 13 anni: «Voglio fare il liceo classico», «Per me perdi tempo perdi tempo, butti via il tuo tempo, devi fare l’istituto tecnico». Liti furibonde, finché, al pirla che io ero a 13 anni e che vi ho raccontato, lui mi guarda in faccia e mi dice: «Domani ti iscrivo al classico perché, quando ti ho preso in braccio da neonato, ho giurato a me stesso che tu saresti stato libero. E adesso, purtroppo, è venuto il momento di rispettare questo giuramento. Dico purtroppo perché per me sbagli, ma ti auguro — 42 anni a 13 — di dimostrarmi che tu hai ragione e che io ho torto». 42 anni con un pirla di 13 anni. Se io penso all’amore, penso a mio papà. Amare è lasciare andare.

La mia amica catechista: «Mio figlio non va più in chiesa, mio figlio dice di non credere in Dio, che dolore». Sapete che lavoro fa suo figlio? L’educatore con le persone con disabilità grave, il clown in ospedale. «E io cosa gli ho insegnato?», «Anna, ma guarda Alberto cosa fa. Ma guarda che testimonianza che dà! Poi non lo chiama Dio, ma lo vive. E lasciagli la sua libertà e il suo cammino». Amare è lasciare andare.

Io ho in mente un’immagine bellissima: i miei vicini di casa, Angelo e Brunella. Lei con l’Alzheimer gli ultimi anni della sua vita, quindi non capiva più niente. Niente capiva: non riconosceva più la figlia, non riconosceva più Angelo, che l’amava tantissimo. Una cosa però riconosceva: la musica lirica, perché da giovane ascoltavano un sacco di musica lirica. E lei, col suo Alzheimer, torna bambina e le piace, sorride quando ascolta la musica lirica.

Non quest’estate, quella prima: tutta l’estate, appena calava un po’ il sole, vedevi Angelo che portava Brunella sul balcone, la faceva sedere, attaccava la musica lirica a palla, le stava di fianco tenendole la mano e sorridevano al tramonto tutti e due. Se tu mi chiedi qual è l’amore di Cristo che io laico testimonio con le azioni, è quella roba lì.

Ti amo perché tu sei tu, non perché mi fai stare sempre bene o ottengo da te tutto quello che voglio; per cui, se voglio che vieni a letto con me lo devi fare, se no non mi ami. Quei ricatti affettivi che devastano ogni età, che adesso si chiama l’amore tossico, l’amore possessivo. Okay, amore è libertà e ti amo perché tu sei tu. Sei tu e io ti ho scelto e ti scelgo ogni giorno. Quella mano lì per me è l’amore: amare è lasciare andare, dare libertà. Non è “mi fai star bene”, ma è “voglio il tuo bene”. E su questa cosa secondo me c’è una grandissima confusione, mentre il Vangelo ti dà delle chiavi di lettura . Da cristiani noi abbiamo un messaggio bello potente da dare su questo in tutti gli ambiti della nostra vita.

Terza idea che volevo condividere con voi: io penso che in un mondo di parolai, nei quali io mi inserisco perfettamente perché vedete che sono qua a dirvi parole, e nella mia vita sparo parole questo è il mio lavoro, faccio autocritica, in un mondo di parolai io penso che la fede ci sfidi a questo: meno parole, più cura, più gesti di cura concreta, più mano tesa che stringe l’altra mano, più camminare al fianco, magari in silenzio.

Qua vi cito due persone. Una è quel prof meraviglioso che mi ha dato quella nota che vi ho citato prima, che vi ho raccontato prima. Si chiamava Carlo. Io lo tiravo scemo nelle sue ore, facevo veramente di tutto. Una volta l’ho mandato a quel paese per sbaglio, pensando che fosse il mio amico che mi toccava; invece era lui che mi toccava la spalla perché ero girato. «Oh! Ma …», ed era il prof. Via fuori tre ore, bellissimo. Una volta ho fondato un’azienda durante una sua ora, la Marcolini S.p.A., che produceva aeroplani di carta che lanciavo nella sua ora. Si incazzò in modo furente. Da grande prof di lettere, prese — avete presente quei portaombrelli vecchio stile anni ’90? — e cominciò a sbatterlo sulla pedana della cattedra: «Erba, Erba! I voli sono chiusi, non siamo a Malpensa. Ti è chiaro, Erba?», «Sì, prof». Io avevo paura mi tirasse in faccia il portaombrelli perché l’avevo esasperato.

Meno parole, più cura. Finiva l’ora di lezione e, se aveva l’ultima ora… io studiavo ai Salesiani di Milano, vicino alla Stazione Centrale. Prendevo la metro a Stazione Centrale, il prof anche lui, mi guardava con la sua borsa di pelle: «Andiamo?». Cazziato, nota e rimproveri, faceva quel cammino dalla classe fino alla fermata della metro di fianco a me. E io e gli parlavo di fantacalcio, del Milan — cose di cui non gliene fregava niente — delle tipe che mi piacevano, e finiva sempre con degli enormi due di picche. Infatti poi andavo a casa e ascoltavo Marco Masini: un lutto tutto il pomeriggio, idolo assoluto! — Comprate i biglietti, ci sono ancora per il Forum di Assago, mi raccomando! 3 di novembre io sarò lì, nella fila numero 10, con mio figlio Francesco ad ascoltare Marco Masini, un idolo assoluto. Commento di mia figlia che, adesso che ha cantato con Fedez a Sanremo anche diverse adolescenti pare che incredibilmente ascoltino Masini; mia figlia arriva e mi dice: «Ma che cute! Ma senti le sue canzoni, cucciolo!» Una cosa meravigliosa —. Gli raccontavo tutte ste cose, lui camminava con me fino alla metro e mi ha cambiato la vita, perché era “ti voglio bene perché tu sei tu, non perché sei l’allievo modello”.

Passano gli anni, divento insegnante io e lui va in pensione. Ci scriviamo sulla chat di Facebook e mi manda un messaggio bellissimo. Cominciamo a chattare. E lui mi dice: «Ah, grazie a questo strumento sto ritrovando tanti ex allievi. Finora mi è andata bene, ho trovato persone mediamente felici». Che figata! La felicità perfetta non esiste, la condizione perfetta non esiste: “mediamente felici” è stupendo, invece, perché è la vita reale. Ed è la pienezza dentro al limite. La perfezione è il contrario di felicità.

“Mediamente felici”, gli scrivo io, preso dall’enfasi: «Prof, lei mi ha cambiato la vita. Io insegno e scrivo perché lei, con le poesie che mi leggeva — amava Leopardi e Pascoli — con le poesie che mi leggeva per me è stato di grande ispirazione. Ma già che ci sono, le chiedo scusa della mia stupidità dei 13 anni».

Risposta del prof: «Grazie per le tue parole. Quanto alla tua stupidità dei 13 anni, non ti scusare troppo, perché scoprirai che c’è una stupidità dei 30 anni, dei 40 anni, dei 50 anni, dei 60 anni e forse pure dei 70 — parentesi, non li ho ancora raggiunti, chiusa parentesi — e la stupidità è questa: passiamo tutta la nostra vita a voler afferrare traguardi e raggiungere obiettivi e dimentichiamo l’unica e sola cosa che conta — mi scrive — che quel genio di Michelangelo aveva già capito, lo scultore. Michelangelo cosa faceva? Lui guardava il blocco di marmo e vedeva dentro l’opera d’arte, e quindi definiva la sua tecnica “a levare”. Il capolavoro c’è, io non faccio niente, tolgo solo le cose in più. È una questione di sguardo. Ecco, dovremmo fare tutti come Michelangelo: — due punti — togliere tutto ciò che appesantisce la nostra vita dalla nostra vita per fare splendere davanti agli altri, e prima di tutto a noi stessi, il capolavoro che noi siamo fin da principio. — Punto».

Fine del messaggio. Io in lacrime. Ultimo insegnamento di vita. La cura per la mia bellezza, il mio tempo curato facendo cose belle e costruttive, i miei figli portati a fare cose belle, piuttosto che parcheggiati davanti a uno schermo: una lettura, un teatro per bambini, un gioco di società, un corso di uno strumento musicale, uno sport. Essere generatori di cura e di bellezza, curare la bellezza il capolavoro che io sono e che ognuno di noi è.

Seconda cosa che voglio condividere: meno parole, più cura, più attenzione. Meno manuali per essere bravi genitori e più tempo investito concretamente, e più stare lì, fianco a fianco. Più relazione, meno performance e più relazione, più cura.

La seconda cosa che voglio condividere mi ha spaccato in due, perché leggo i Promessi Sposi in una seconda a Scienze Umane. Poi vi racconterò anche di altri di questa classe totalmente fuori di testa, cioè una delle classi più folli che abbia mai conosciuto, ma anche più divertenti, devo dire. Diverse ragazze dell’Est. Allora, quando una ragazza che in casa parla il moldavo e vive con la mamma moldava e il compagno della mamma albanese — che ha anche lui dei figli — parlano due lingue che non sono esattamente vicine all’italiano dei Promessi Sposi, siamo d’accordo, no? Poi lei è impegnatissima, però si trova di fronte ai Promessi Sposi che io continuo a ostinarmi a leggere ampiamente in classe ad alta voce, e insomma… un po’ fatica. Ecco, questa mi ha spiegato i Promessi Sposi, me li ha fatti capire meglio di come io li abbia mai capiti in vent’anni da prof.

Arriviamo all’Innominato. La storia la sapete? Grande boss mafioso — adesso semplifico, prof, scusami —, grande boss capo dei capi. Fa rapire Lucia perché vuole consegnarla a don Rodrigo, ma poi va a vedere a questa Lucia, che ha fatto pena al suo scagnozzo che l’ha rapita. Ma come fa il Nibbio ad aver provato compassione? Boh! Va a incontrare Lucia. È un uomo ormai maturo, già con un po’ di agitazione dentro, pluriomicida, assassino, criminale, e vede questa ragazzina indifesa che lo guarda e gli dice: «Io vedo del buono in lei. Dio perdona molte cose per un’opera di misericordia». E gli tocca qualcosa e lui si china su di lei: «Ma non stare per terra, rialzati.» E poi la notte dell’Innominato, la crisi, e poi lei che sta per togliersi la vita. Io la dico bruttissima, Manzoni la scrive molto meglio: arriva il cardinal Federigo. Lui che va dal cardinale spinto da non si sa che cosa. Lì praticamente Manzoni ha preso la scena del padre misericordioso del Vangelo di Luca e l’ha messa in forma di romanzo: il figlio che ha sperperato tutto, che arriva a casa, comincia il discorso, il padre che lo rialza, ammazza il vitello grasso… E il cardinale che va incontro all’Innominato. «Che bella visita è questa?» lui piange, si converte.

Io, grande insegnante, appassionato dei Promessi Sposi, grande cristiano, uso Manzoni per passare un po’ di Vangelo e mi sento fighissimo, vedete? Vedete? L’amore di Dio non si conquista: quella è la visione pagana. I pagani facevano sacrifici per afferrare l’amore di Dio; noi cristiani abbiamo un Dio che ci ama gratuitamente, che si incarna, e il cardinale va incontro all’Innominato prima che lui si penta, e quello innesca la conversione.

Questa ragazza moldava fa un lavoro di gruppo. Tocca a lei esporre: «Prof, io ho apprezzato i Promessi Sposi, faccio un po’ fatica con la lingua, ma non sono d’accordo con lei», «Come osi?», «Non sono d’accordo con lei perché secondo me l’Innominato… lei ha detto che si converte perché il cardinale gli va incontro. Non è vero secondo me. L’Innominato si converte molto prima, e comincia ben prima la sua conversione», «Quando?», «La conversione dell’Innominato, prof, è evidente, non l’ha notato? La conversione dell’Innominato inizia quando lui si china verso Lucia, la conforta e si prende cura di lei, perché è evidentissimo che lì l’Innominato, tanto violento, in realtà si sta prendendo cura anche della parte ferita che è dentro di lui». Paaam! «Prof, ma sta piangendo?», «No! tranquilla».

Aveva ragione lei. Quello che cambia il mondo non sono gli schemi teologici, cioè, neanche quello: è la cura, lo stare vicino. Gesù è passato nel mondo come una presenza accogliente, sanante, che guarda alla scintilla e non alle categorie, con gesti concreti di cura. Gesù non ha fatto trattati filosofici e neanche teologici. Ha detto delle cose altissime, ovviamente, però ha raccontato storie, parabole, parlando alla gente con la concretezza dell’attenzione e della cura. Meno parole, più cura: me lo ha insegnato questa ragazza dell’Est.

Quarta idea che volevo condividere con voi; e accelerò un po’. Io penso che in un mondo malato di fretta, di successo, di… io, non so, magari Arconate è un’oasi di felice. Io vedo anche livelli di cinismo devastanti. Livelli di cinismo devastanti, di spietatezza incredibile. A volte anche negli adolescenti: “Ma sì, tanto, alla fine va come deve andare”. Una speranza che si fa fatica a trovare. Le parole usate come clave, l’incapacità di guardare alla bellezza della complessità. Qualsiasi dibattito si faccia è polarizzato in maniera totale ed estrema. È difficile porre alcuni temi e problematizzarli, perché tutti ti subito ti stroncano immediatamente. Di qualsiasi cosa si discuta, dalla geopolitica ai temi etici, c’è un un bene assoluto e una clava con cui tu distruggi chi prova a rendere il pensiero un po’ più complesso, perché è già così, no?

Ecco, io penso che noi cristiani possiamo essere le persone della sorpresa. Cioè, guardare il mondo, gli altri e ciò che è intorno a noi con la capacità di stupirci e con la consapevolezza che la realtà ci può sorprendere; che la realtà vibra di un mistero grande che può commuoverci, che può spiazzarci.

Io volevo leggervi due poesie su questo — parte letteraria — una è di una poetessa tra le più grandi della storia della letteratura italiana, non conosciutissima ma sempre più conosciuta, per fortuna, che si chiama Antonia Pozzi. Morta suicida in età molto giovane, persona estremamente travagliata, ha vissuto tra Pasturo e Milano. Suo padre era un podestà fascista, lei frequentava anche certi ambienti antifascisti, quindi aveva anche questo conflitto in famiglia. Ma, al di là di tutto, era una persona di una sensibilità così preziosa e così rara che, come sempre, è un’arma a doppio taglio: chi sente di più dona di più, ma a volte fa del male o si fa del male anche di più.

Io vi leggo questa poesia che, secondo me, è una delle più belle che ha scritto. Dice del vibrare di mistero della realtà e della nostra fatica ad alzare lo sguardo e a sentirci attraversati da questo mistero, che è un qualcosa da allenatore, la capacità di aprirsi a questo mistero. La poesia si chiama Prati, eh, e probabilmente l’ha scritta a Pasturo. Bellissima, sentite, dice così, cinismo contro lasciarsi sorprendere:

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l’abbaglio estremo

dei tuoi occhi malati –

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

Forse la vita è davvero

quale la scopri nei giorni giovani:

un soffio eterno che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati

che sente sopra sé passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa così crescere

da fermare quel volo supremo

né balzare su dalla terra

per annegarsi in lui.

Io la trovo eccezionale. Siamo erba — poi io Marco Erba — che vibra nel vento con questa tensione ad alzarci, e combattiamo sempre con questa voce: il realismo, il pragmatismo, sì sono illusioni, balle, il Vangelo è una favoletta… l’ateo che è dentro di noi, come diceva il cardinal Martini. E invece dobbiamo essere veramente persone che sono aperte alla sorpresa e che testimoniano la capacità di aprire gli occhi sulle piccole cose.

A proposito di sorpresa, la seconda Scienze Umane di queste ragazze che vi ho appena citato, ha dentro anche un’altra ragazza che si chiama Serena e io la vedevo lì, boh, ultimo banco: ti guarda, prende appunti, 6½, 7, provi a discutere, non interviene mai, lì guardinga, apparentemente disinteressata, è lì parcheggiata, appoggiata… boh, insignificante? Una parte cinica di me, quella che non canta nel vento: «Sì, vabbè…» quanto presto facciamo noi prof a volte a inquadrare, « Sì, vabbè, lì senza infamia e senza lode, dai, okay, invisibile».

Faccio fare un laboratorio di poesia e lei spara fuori questa roba qua e parla di lei.

«Prof, posso non consegnare la mia poesia? È troppo brutta», «Va beh, ma no…», «Prof, mi vergogno veramente, mi mette in difficoltà», «Se non vuoi, non voglio obbligarti».

Però l’educatore che c’era in classe — perché c’era un ragazzo con disabilità in quella classe — la legge: «Guarda che è un capolavoro. Dalla al prof», «No, no, non me la sento».

Viva i social in questo campo: me la manda su Teams. Attraverso il canale Teams della scuola, mi fa la foto e mi manda questa poesia. La ragazza insignificante, e io: «Sì, cosa vuoi che sia…»

Io mi ritrovo, non so voi?

Cammina bassa,

studiando chi passa

per capire come si ride, come si sta.

Si sforza di dire le stesse cavolate,

di ridere forte alle battute sbagliate.

La sua timidezza le sembra una colpa,

un muro di gomma che nessuno ascolta.

Indossa ogni giorno una faccia non sua,

mentre la voglia di scappare la consuma.

Copia i gesti per non farsi notare,

il giudizio degli altri la fa soffocare.

Ma dentro quel guscio che si è costruito

c’è una ragazza che odia questa finta vita.

Io ho letto tutto Umberto Saba, che amo. Ci sono tante poesie di Saba che non sono così belle — quelle più belle di Saba sono più belle, ovviamente — però, però, stupenda. La fame dell’erba di alzarsi e di gridare nel vento, e quello sguardo degli altri su di lei, che amplifica quello sguardo che lei ha su di sé: quell’autostima che manca, quella bellezza che non vede e che diventa muro, un muro di gomma. Lasciarsi sorprendere. Io ho visto la sua bellezza e ho detto: «Grazie, mi hai fatto un regalo». Lei stupita: «Prof, veramente?». E adesso guardo il suo muro di gomma. Non è che è diventata la leader della classe, però guardo quel muro di gomma lì con un po’ più di sorpresa.

Concludo, che mancano 10 minuti, anche meno, e e vi ringrazio della vostra attenzione. Le ultime due idee che volevo condividere, due due stili che secondo me noi cristiani possiamo portare.

Uno, lo stile della fiducia. Fiducia, in un mondo in cui in cui il messaggio è “difenditi, sicurezza” — tutte cose sacrosante, eh, per carità — “metti tutto al sicuro, metti un allarme in più, stai attento che gli altri sono un potenziale danno”. Fiducia.

Una volta ho raccontato su Avvenire, dove tengo delle rubriche, questo episodio: gita scolastica di seconda elementare. Una amica maestra, in gita scolastica di seconda elementare — voi avete in mente il rapporto docenti-bambini che c’è — porti il bimbo sul pullman, sale, scendono al parco Sigurtà (non so se avete presente), fanno la visita, tornano indietro. Poi i pericoli ci sono, però ci sono le maestre consegni il bambino e te lo riportano lì. Quattro bimbi geolocalizzati col portachiavi, così la mamma vede dove sono. La maestra lo scopre perché aveva il portachiavi col geolocalizzatore perché lei perde sempre le chiavi, vede i geolocalizzatori, dice: “Che cacchio c’è?”. “Me l’ha dato la mia mamma questo”. E lei dice ai genitori: “Vabbè, potevate anche evitare”. “Non si permetta! Non si permetta!”.

Io penso ai miei figli. Mio figlio ha avuto il cellulare alla fine della seconda media, mio figlia ancora non ce l’ha, tutti ce l’avevano in prima media, mia figlia un giorno torna a casa: cade, si sbuccia un gomito e il ginocchio, si fermano due runner, la aiutano e la accompagnano a casa. Cosa ha scoperto? Che nel mondo puoi cadere, ma c’è qualcuno che ti aiuta. Ha fatto palestra di fiducia negli altri.

A mio figlio una volta gli ciulano la bici perché non la chiude mai. A piedi l’ha accompagnato a casa il nonno di un compagno, che l’ha visto in difficoltà. « Allora il mondo non è pericoloso?» «Sì, è pericoloso. Non mando nel Bronx i miei figli in bici da soli a a mezzanotte. Però a Cernusco sul Naviglio, 1 km di pista ciclabile, 2 km di pista ciclabile da soli senza cellulare, evviva evviva, lo possono fare».

Che fiducia trasmettono queste mamme che geolocalizzano il bambino di seconda elementare: “Tieni questo, eh, così vedo dove sei”. Poi… «Mia figlia ha gli attacchi di panico», chissà perché. Il mondo le fa paura. C’è un automatismo, ovviamente, per carità, non è che allora è colpa di, non voglio dire questo. Però, già lo sguardo che tu hai sul mondo tuo figlio lo respira.

Esce l’articolo su Avvenire, lo postano sui social, i commenti sotto: “Ma dove vive l’autore? Nel paese del Mulino Bianco?”. “Io preferisco aver paura di tutto che far correre a mio figlio dei rischi”. “Ma cosa scrivete? Ma il mondo è un posto cattivo e pericoloso!”. Come cresci?

Io non voglio vivere nel mondo del Mulino Bianco, ma neanche nel mondo del Grande Fratello di Orwell. Voglio vivere in un mondo dove corro dei rischi e guardo agli altri, ovviamente con intelligenza — “semplici come colombe, astuti come serpenti” — però con un atteggiamento di fiducia e di apertura, anche perché noi possiamo lasciare un segno bello sulla vita degli altri, quando facciamo l’azione più paradossale che esista, che è dare fiducia a chi NON se la merita.

Logica della retribuzione imperante: bravo premio, cattivo mazzate. È una certa retorica, no? Bisogna colpire più duro così il mondo va meglio. E Gesù? La Samaritana, il padre misericordioso, Pietro che tradisce, Pietro che tradisce e lo rinnega, Giuda ha tradito, ma anche Pietro lo rinnega e Gesù muore solo. E cosa fa con Pietro che l’ha rinnegato e l’ha tradito? «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle». E finale del Vangelo di Matteo — credo, don correggimi — Gesù risorto e i discepoli che dubitano, lui cosa fa? «Andate e annunciate il Vangelo». Vabbè, no — non so se Matteo o Marco forse, non lo so — comunque, di fronte a te che dubiti, Gesù cosa fa? «Vai, mi fido. Mi fido di te che non te lo meriti».

Ho scritto questo… le ultime due pubblicità, Barbara. Ho scritto questo libro, uscito di recente, Quello che non hai sentito, ho vissuto in un carcere una settimana nel sud Italia. Non ho fatto reati, ho conosciuto la direttrice in un incontro letterario ed è stato così bello che le ho detto: «Io voglio passare una settimana nel tuo carcere»; incontro con l’autore, avevano letto un mio libro questi detenuti. Poi un momento di festa. Io, che ho in mente la polizia del Beccaria e quello di cui si parla quando si parla delle carceri, mi trovo in un altro mondo: poliziotti che scherzano coi detenuti, tutti insieme, detenuti che hanno cucinato le torte e che le condividono; la direttrice che mi presenta i vari detenuti mi dice: «Lui è il signor…» e li chiama per cognome. “Il signor…”, non… “il signor” questi in tuta lì, “il signor”! La dignità. E non chiama “carcere” il carcere: «Perché vedi, Marco, qui nella nostra comunità…». Io mi dico: «Qua c’è qualcosa». Vado e glielo chiedo, mi fa passare una settimana lì, entravo alle 8:00 del mattino e uscivo alle 18:00; ho parlato con lei, l’educatrice, i poliziotti, i detenuti, tutti, dal soldato della mafia, il mafioso, allo spacciatore, al tossicodipendente che rapinava;

E a… non mi ricordo come… vabbè, vi dico il nome vero perché non mi ricordo come l’ho chiamato lì, dove ho cambiato il nome: Giacomo. Gigante, palestrato con tatuaggi di ogni tipo, tra cui una simpatica pistola sul bicipite che esce dalla maglietta. Silenzioso, vede diversi detenuti che vogliono raccontarmi la loro storia. Ultimo giorno di carcere, arriva: «Voglio parlarti». L’educatrice: «Giacomo ti ha chiesto di parlarti? Ma non parla con nessuno!», «Boh, ma io… ma mi fido? Cioè, uno alto due metri», «Sì, sì, no, per quello è innocuo, almeno qui finora non ha fatto mai niente », «Vabbè grazie», «Vai ».

Mi trovo in questo stanzino con questo qua. Comincia a parlare, io un po’ intimidito. «Oh, scrivi. Voglio che la racconti». Ha quel misticismo… «Sì, sì, per carità ». Comincia a parlare, è dentro per violenza aggravata. Ecco. Comincia a raccontare la sua storia con queste parole: «Io sono buono». Minchia, la pistola, violenza aggravata… «Io sono buono, ma anche le persone buone, quando subiscono tante cose cattive, diventano cattive».

Mi racconta la sua infanzia in un quartiere devastato nel sud Italia e, mentre parla, io vedo che fa fatica a parlare. Mio figlio in affido è disfasico, vuol dire che si blocca: il cervello ha dentro delle cose ma non escono, e lui probabilmente lo è. Mai certificato. Mi racconta che in questo quartiere di vita da strada i compagni delle elementari, la gang locale, lo prendono, lo picchiano, giocano a tirargli le pallonate in faccia. «Stai fermo, eh!» E bum! «Ah, cinque punti, l’ho preso in faccia». Gli rompono i materiali di scuola, gli sputano in bocca: «Così almeno impari a parlare che non sei capace di parlare». Subisce cose di ogni tipo finché a 10 anni molla la scuola e va a lavorare con suo padre, muratore, per imparare il mestiere. E poi mi dice: «13 anni li ho rivisti quelli lì che mi umiliavano. Uno ha tentato ancora, io ho preso il capo di questi qua, l’ho ammazzato di botte perché ero diventato più grosso di lui e l’ho lasciato per terra. Non mi han più preso in giro, e lì ho imparato che o picchi più forte o subisci».

Cresce, muratore, mette su famiglia. Non va a scuola, non fa i percorsi di educazione civica contro le dipendenze, per cui, quando una volta gli propongono di provare quella che nel gergo chiamano la sostanza — la cocaina—, «Ma sì, cosa vuoi che sia, un tiro». Mi dice: «Io non sono più esistito. Aprivo gli occhi, non c’era mia moglie, non c’erano i miei figli: dovevo drogarmi». Rapina a mano armata, a volto scoperto, rosticcerie e pompe di benzina; finisce in carcere, si disintossica, faticosamente, esce.

Sua figlia si è messa col figlio del boss mafioso del quartiere. Famiglia modesta, questo viene a prenderla in Porsche, e la figlia è persa per questo, che però ha un piccolo problema: è un tossico, si droga di cocaina. E Giacomo? E Giacomo prende tutti e due e gli dice — , mentalità, no, del sud, no —: «Tu mia figlia non la frequenti, non la devi vedere. È minorenne, io non ti autorizzo. Tu con lui non esci perché lui è un tossico, e i tossici sono pericolosi perché non hanno il controllo di sé. E lo so io che sono finito in carcere». Questo, è il figlio del boss, gli ride in faccia, prende la figlia, escono lo stesso. Giacomo cosa ha imparato da piccolo? Esce e applica: prende il ragazzo e lo ammazza di botte.

Tre ore dopo questo lo chiama: «Dobbiamo chiarirci». È il figlio del boss. Giacomo va e entra in un bar deserto dove si sono dati appuntamento. Alle sue spalle esce il boss, che lui conosce, e con una spranga lo ammazza di botte, lo lascia per terra. La spirale sprofonda. Tempo dopo, compleanno del padre di Giacomo, ai piedi del palazzone in cui vive suona qualcuno: tutta la famiglia del boss. E lui scende; prende la pistola, se la infila nei pantaloni, scende, e cominciano a litigare: «Tu hai picchiato nostro nipote, tu hai picchiato un ragazzo, vergognati!», «Ma lui non mi ha rispettato, ma… ma… ma…». Alza gli occhi, auto parcheggiata, il boss seduto dentro che l’ha sprangato alle spalle. Giacomo dice: «Ho visto nero. Ti è mai capitato? Ho visto nero, ho tirato fuori la pistola». Tutti che scappano e spariscono; il boss scende dalla macchina comincia a fuggire. Gli spara una volta, lo prende a una gamba, questo cade a terra, e lui con le lacrime agli occhi mi dice: «Gli sono salito sopra, mi sono rollato una sigaretta, gli ho fumato in faccia, gli ho detto: “Tu e tuo figlio dalla mia famiglia state lontani per sempre, chiaro?”». Gli ha messo la pistola sul ginocchio e ha fatto fuoco. C’erano le telecamere; il giorno dopo l’hanno arrestato, ovviamente, perché ha reso una persona invalida, invalida a vita.

Dentro al carcere, quando hai tanti anni davanti, il tempo passa e sei lontano dai tuoi cari. È un detenuto difficile, quindi un po’ di turismo penitenziario, quando ti spostano di qua e di là, poi arriva nel carcere dove l’ho conosciuto, e dice: «Mi riceve l’educatrice, guarda tutto il mio fascicolo, alza gli occhi: “Che meraviglia, signor Giacomo!”». E lui mi dice: «Pensavo mi prendesse in giro. Pensavo fosse ironica per dirmi “Riga dritto o… Che meraviglia, lei è un muratore e noi qua abbiamo proprio bisogno di un muratore!”». Giacomo era il muratore del carcere, assunto in articolo 21, lavoro in carcere: «Io lavoro, ma mando i soldi a mia figlia. E quando esco da qua, voglio solo stare con mia figlia e il mio nipotino, perché adesso ha trovato un bravo ragazzo e ha fatto un figlio. Io quando sono qua per terra che cambio una piastrella e insegno a farlo a un detenuto più giovane, sento che anche dentro queste quattro mura la mia vita ha un senso. E chi mi ha salvato è stata la dottoressa che, quando mi ha guardato, ha visto ciò che sapevo fare e non la mia lunghissima fedina penale». Dare fiducia a chi non se la merita.

Il colloquio è finito, cambio turno dei poliziotti, devo uscire: «Aspetta, aspetta, Marco», si denuda. «Cazzo fa?». Nudo dalla vita in su, toglie la maglietta, resta a petto nudo un wrestler — perché lì fanno palestra tutto il giorno, non c’hanno un cazzo da fare, quindi… — «E io (piange) per le cazzate che ho fatto, non ho potuto andare al funerale dell’unica persona che nella vita mi ha amato perché io ero io, oltre i miei limiti e i miei difetti. E questa persona è lui». Qua c’è la pistola; al centro della schiena si gira, vuol farmi vedere il tatuaggio: ha la faccia di suo padre. Ho pianto, l’ho abbracciato.

Iniziava così il racconto: “Io sono una persona buona”. Se voi mi chiedete “È una persona buona?”, io vi dico “Sì”, e io non mi sento migliore di lui. Ecco, io non so se crede in Dio quell’educatrice, però ha fatto quella roba lì che è lo sguardo di Gesù e che è quello che possiamo testimoniare: dare fiducia a chi non se la merita.

Un’ultima cosa che vi dico — stringo tantissimo perché ho sforato — qua c’è l’ultimo libro e volevo farvelo vedere: Città d’argento, un libro, un romanzo che parla del genocidio di Srebrenica. Tra l’altro mi stanno chiamando tante scuole perché io non so se siete mai stati in Bosnia, a Srebrenica: 8.000 musulmani massacrati dalle forze serbe, genocidio riconosciuto dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. Muore Ratko Mladić, generale serbo della guerra di Bosnia, un paio di mesi fa, un mese e mezzo fa; funerali di Stato. È colui che ha ordinato il genocidio di Srebrenica ed era lì, per la Serbia e i nazionalisti serbi — poi ci sono serbi anche i critici — un eroe nazionale. Funerali di Stato. Una roba che proprio…

Io voglio raccontarvi di una persona che ho messo in questo libro, ed è l’ultima parola di stasera: “perdono”, che è un termine che in un incontro — non in una parrocchia, non in un ambito di fede — faccio fatica a usare, perché perdono è tutto e niente. Perché il perdono è proprio una cosa tipica. Gesù: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Il perdono lo puoi testimoniare, non lo puoi spiegare; lo puoi vivere ed è veramente una delle esperienze umane che più schiude la presenza di Dio nella vita di qualcuno.

Io ho visto il volto di Gesù in una signora di Sarajevo, capitale della Bosnia, di tradizione musulmana, che di mestiere gestisce un locale notturno. Uno dice: “Una musulmana che gestisce un locale notturno?”. Sì. E in lei ho visto il volto di Gesù. Si chiama Sena, mi ha raccontato la sua storia. Chi è giovane, magari non lo sa: Sarajevo, capitale della Bosnia, per anni, questa città a maggioranza musulmana, è stata assediata, incastonata tra le montagne; è stata assediata dai cecchini dell’esercito serbo che sparavano sulle persone. La cosa è tornata, ahimè, agli onori, ahimè della cronaca, perché si è scoperto che c’era un turismo della morte anche italiano, di gente che pagava i cecchini serbi per sparare sulle persone per divertimento. Persone anche italiane del Nord Est, che andavano di là.

Sena, che gestisce questo locale notturno, me l’ha fatta conoscere un amico. Mi ha ricevuto una mattina nel suo locale deserto e mi ha raccontato la sua storia. Lei mi dice: «Io sono musulmana. Durante la guerra vivevo nel quartiere di Dobrinja, circondato da montagne infestate da cecchini. Avevo un figlio di 16 anni. Una mattina gli ho detto: “Esci a buttare la spazzatura”. Mio figlio: “No, mamma, vado dopo, sto leggendo i fumetti”». E lei mi dice: «Mi sono arrabbiata: “Esci! Esci, ti dico! C’è la guerra, siamo tutti tesi, obbedisci a tua madre per una volta!”» Il figlio sbuffa, lascia i fumetti, prende la spazzatura, esce”.

Venticinque anni dopo, Sena, con lacrime silenziose che le scendono, mi dice: «L’ho mandato fuori di casa io e ho sentito un sibilo e uno scoppio». Io comincio a stare male. Non è una cosa che vedi in TV, ce l’hai lì davanti. «Sono corsa fuori, la spazzatura era in giro, mio figlio era in un lago di sangue. Non c’era più, perché un cecchino serbo gli ha sparato in testa. E io mi sono buttata sul suo corpo e la gente, i vicini mi dicevano: “Spostati, Sena, stanno sparando, togliti!”. Io mi sono alzata in piedi, ho guardato le montagne e ho urlato: “Bastardi, ammazzatemi, ammazzate anche me!”». La lasciano in vita: si divertono, deve soffrire. È una musulmana, se lo merita, no?.

Ecco, e lei mi racconta sta cosa, io sto male. «Ma… ma la guerra è finita. Ma io ho aperto questo locale e cercavo un cameriere. Ho messo un annuncio, si è presentato un ragazzone alto: “Piacere Sena”, “Piacere Slobodan. Ho visto l’annuncio, vorrei lavorare per te”». C’è un piccolissimo problema: che la guerra è appena finita, e Sena è un nome musulmano al 100%, mentre Slobodan è un nome serbo al 100%. «Ah, sei serbo?», «Sì», «Tu sei musulmana, vero?», «Sì», «Senti, io voglio lavorare lo stesso per te perché ho bisogno. Però te lo dico subito così non ci sono segreti e ambiguità: io ho combattuto in guerra», «Ah, dove?», «Nell’esercito serbo, ovviamente», «Ma dove, dove?», «Qua a Sarajevo», «Ma cosa facevi?», «Il cecchino», «Ma dove?».

Questo le dice: «Sulla collina di Dobrinja», dietro casa di Sena. Non è un romanzo, eh, me l’ha fatto conoscere. Uno di quelli che le sparava addosso, il potenziale assassino di suo figlio, o lui o un suo compagno. Io senza fiato. Sena mi dice: «E gli ho detto: “Va bene. Domani vieni alle 8:00, Sei assunto, abbiamo tanto lavoro da fare. Domani vieni alle 8:00 e lavori per me”». Io ero troppo carico, sbotto e gli dico: «No, non è possibile! Come hai fatto?»

E lei mi chiede: «Hai mai odiato qualcuno? L’odio ti dà una forza pazzesca». — Io non è che odio tanta gente. Ma quella collega lì che mi ha fatto una testa così, la volta che l’ho mandata a cagare in mezzo alla sala insegnanti, che liberazione, no? E poi la sera non ci ho dormito. — Sena mi dice: «L’odio ti dà una grande energia, è come un fuoco potente. Il problema è che poi lascia solo la cenere. E io per tanti anni ho odiato tutti i serbi, pensando così di rendere giustizia a mio figlio. Poi una mattina l’odio non c’era più, c’era la cenere. Ho aperto gli occhi e ho capito che non volevo alzarmi dal letto. Ma mi sono sforzata. Sono andata da Slobodan, ho chiuso il locale e gli ho detto: “Oggi mi ascolti”, e gli ho raccontato la mia storia. Lui, muto. “E adesso prendi la macchina” — gli dice Sena — “Oggi il locale non apre, ma tu mi porti alla postazione dei cecchini della collina di Dobrinja, perché io voglio vedere da dove è partito quel colpo che ha ucciso mio figlio”».

Prende la macchina, la porta su, arrivano. Si trovano su questo spiazzo, scendono. Sena mi dice: «La prima cosa che mi ha mostrato sono stati i tronchi di pino “Vedi quei segni? Sono proiettili. Ci esercitavamo a sparare sui tronchi e poi sparavamo sulla gente”». Tu pensa Sena che sente sta cosa. E mi dice: «Lì è scoppiato a piangere. È scoppiato a piangere, singhiozzava, piangeva come un bambino piccolo. E a me è venuto un nervoso pazzesco! “Cosa piangi? Mio figlio non c’è più! Come osi piangere davanti a me?”. Lui piange e le dice: “Sena, ci avevano messo in testa che voi musulmani eravate i nemici. Ma io adesso conosco te e te lo giuro: se avessi saputo che c’eravate tu e tuo figlio tra quelle persone contro cui sparavo, mi sarei fatto ammazzare io, ma non avrei tirato il grilletto neanche una volta” — e Sena mi ha detto: Ero così infuriata che sono andata verso di lui per prenderlo a sberle, ma all’ultimo secondo l’ho abbracciato, l’ho stretto a me, ho pianto con lui e, credimi, in quel momento io stavo abbracciando mio figlio per l’ultima volta. E da quel momento in poi, per me la guerra è finita per sempre». Mi dice questa cosa. Io lì… musulmana, gestisce un locale notturno, e io vedo Gesù. Coi suoi capelli tinti di rosso, il suo vestito sgargiante tradizionale, vedo Gesù.

Il perdono tu non puoi spiegarlo, però puoi vedere… Mi è capitato: Agnese Moro, figlia dell’onorevole Moro, seduta di fianco a Franco Bonisoli. Fanno testimonianze in tutta Italia: lei e l’ex BR che ha sequestrato Moro e ha ucciso in quel sequestro, seduti uno di fianco all’altro. Erano lì insieme, io non ho resistito: «Agnese, ma l’hai perdonato?». Che domanda del cazzo che gli ho fatto da paolotto bigottone. Sapete cosa mi ha detto lei, che è cristiana cattolica praticante, legata ai Carmelitani Scalzi? mi ha detto: «Il perdono è una parola che… boh, io mi chiedo cosa voglia dire, e non è che ho una risposta univoca. Poi il facile perdonismo a me non piace poi tanto. Però posso dirti una cosa: che Franco è una brava persona, io gli voglio bene ed è un mio caro amico».

Non puoi spiegarlo, puoi viverlo, perché è lì. Ecco, io penso che questa cosa del perdono, in un mondo dilaniato da conflitti, da polarizzazioni, da dibattiti estremizzati, da gente incazzosa, dove chi è più forte schiaccia, il perdono è da deboli perché “io ti distruggo, eh, se mi intralci”, questa logica disarmata, una goccia per volta, forse cambia un pochino il mondo. Come diceva il grande Baden Powell, fondatore degli scout, che diceva ai suoi scout, parafraso, eh: «Non pretendete di cambiare tutto e di risolvere tutti i problemi. Lascia il mondo che abiti un po’ migliore di come l’hai trovato». È già una gran cosa.

Ecco, io mi fermo qua. Ho sforato, scusatemi, però, eravate tutti così empatici che ho esagerato. Vi chiedo scusa per lo “sforaggio” e tutto quanto. Io vi ho raccontato un po’ gli incontri che a me hanno regalato qualcosa, perché parlarvi di me non sapevo bene cosa dire; allora ho raccontato questi incontri. E l’augurio è davvero che questa luce incredibile che noi abbiamo — tra tante formule della felicità… io poi leggo tantissime cose, però il Vangelo mi sembra ancora la più credibile e la migliore, ecco — l’augurio è che questa potenza pazzesca che noi abbiamo possiamo viverla per condividerla un pochino meglio con gli altri,. A partire da me stesso, ovviamente.

Grazie veramente di cuore.

don Alessandro: Grazie, grazie veramente di averci testimoniato, attraverso la luce degli incontri che hai fatto, quello che hai visto, vissuto, ecco, vita vera. E quindi è importante anche per noi, per la nostra comunità, perché ciascuno di noi possa dare il proprio contributo, al mondo che abita, che vive, secondo il luogo che abita, l’impegno che ha e la persona che è. Tirando fuori, come dicevi prima, il meglio di quello che si è. Un ringraziamento da parte di tutti della nostra comunità: ti ringraziamo e partiamo più entusiasti di quello che abbiamo per riconoscerlo nella nostra comunità.

Grazie, grazie di cuore.

Poi penso che sarai ancora qua qualche minuto. Quindi se qualcuno vuole fare qualche domanda più personale, o scambiare due parole, penso che lo possa fare. In fondo poi trovate anche i suoi libri.

Concludiamo veramente questa settimana della fede più arricchiti e più entusiasti del luogo che abitiamo.

Grazie, grazie di cuore.

Marco Erba: Grazie, grazie a voi. Grazie.