DALLA FERITA ALLA SPERANZA

L’ARTE DI FARSI CUSTODI

Michele: Allora, con l’idea di darsi una… magari, per non tediarvi, ci diamo una mezz’ora in cui cerchiamo di comprimere il racconto, che non sarà così lungo, e poi vi chiedo la gentilezza alla fine, o quando volete, di farci le domande.

Prima delle domande, però, è meglio che contestualizzo chi sono io e poi la Lucia ci pensa da sola a raccontare chi è lei.

Allora, la cooperativa che rappresento si chiama Cooperativa Primi Passi ed è nata 22 anni fa, nel 2004, su spinta dei genitori della Lia, sua madre in particolare, e su richiesta del parroco di allora.

Il parroco di allora, don Luigi Caimi, aveva dei locali che negli anni ’60 erano un asilo nido. Nel tempo sono diventati un oratorio femminile.

Il suo desiderio era ridare alla città di Sacconago, al quartiere di Sacconago, un quartiere di Busto Arsizio, di far ritornare al quartiere di Busto Arsizio questo asilo nido.

E da lì è iniziato un dialogo fra la mamma della Lia e il parroco per riaprire questo nido.

Questo nido è stato riaperto, in realtà, su spinta, su affezione, o su l’inizio della nostra famiglia.

Io ho quattro figlie femmine. Alla nascita della Chiara, il desiderio di riaprire questo asilo nido è coinciso con il fatto che avremmo voluto per nostra figlia, per la nostra prima figlia, che ci fosse un luogo di ispirazione cristiana che potesse accoglierla.

Poi da quell’asilo ne sono nati altri due. Quell’asilo è parrocchiale, c’è ancora adesso, e si chiama Primi Passi.

Sono nati altri due asili in collaborazione con l’amministrazione comunale e ogni volta che nasceva un asilo, nasceva anche una delle mie figlie.

La più grande, Chiara, ormai ha 23 anni; le altre ne hanno 20, 17, 13.

E io ho sempre fatto quello che faccio ancora adesso.

Sono un ingegnere elettronico, ho lavorato quasi tutta la vita in Hewlett-Packard; adesso lavoro per un’azienda indiana.

E mentre Lia, mia moglie, come coordinava il primo asilo, oggi coordina le strutture della cooperativa, che sono l’asilo nido Primi Passi, dal quale è nata un’altra idea di accoglienza.

È nata dal fatto che questo asilo, essendo comunale, accoglieva i bambini che, appunto, venivano iscritti attraverso il Comune di Busto Arsizio, ed era aperto a tutti, ed è aperto a tutti.

L’idea di far nascere una comunità d’accoglienza per minori è nata dall’incontro delle maestre di questo asilo con un bambino che proveniva da una comunità d’accoglienza che c’è ancora adesso e che si chiama Piccolo Principe.

E nel vedere questo bambino, appunto, proveniente da una comunità — noi non sapevamo cosa fosse una comunità — è nato il desiderio di costruire una comunità d’accoglienza come se fosse una famiglia.

Che detta così sembra facile.

Una bella idea, ma mancavano un paio di oggetti: mancava il luogo, ad esempio; i soldi per ristrutturarlo e la nostra stessa idea di cosa fosse una comunità d’accoglienza per minori.

È bello lo slancio, però io per lavoro, incrocio, diciamo, i soldi e le fattibilità, e mi sembrava che fosse totalmente infattibile questa cosa.

E qui, come il primo parroco ci ha introdotto alla costruzione dell’asilo, l’incontro con un parroco successivo, che è don Giulio, ci ha permesso di dar forma a questo progetto.

Perché, quando uno ha un progetto, la prima cosa che fa è scriverlo. Lo scrive su un pezzo di carta e scrive cosa vorrebbe che questo diventasse, il suo desiderio, e questo desiderio si chiama statuto.

Uno scrive uno statuto, chiama il luogo che gli piacerebbe che nascesse “La Casa Gialla”, però poi, se il buon Dio non ci mette mano, lì rimane.

Come ci ha messo mano il buon Dio sulla nascita della Casa Gialla?

Sacconago, come la gran parte di Busto, in realtà, è fatta da tante piccole aziende, piccole o piccolissime, dove il capannone era di fianco alla casa di chi lo gestiva.

La signora Onorina Crespi, una delle tante signore che avevano ereditato una delle tante ditte che aveva chiuso, ha insistito per credo un annetto o due con la Curia per donare tutto quello che aveva alla Chiesa, alla chiesa di Sacconago.

La Chiesa, come fa ancora oggi, penso ancora con più forza oggi, non avrebbe mai voluto avere un immobile sulle spalle, un immobile che, tra l’altro, lei avrebbe voluto vincolare a una generica accoglienza per minori.

Questo suo desiderio, che era stato raccolto e negato dalla Curia, in realtà ha trovato in noi la sponda. Per cui il parroco conosceva noi, conosceva questo desiderio, conosceva Onorina Crespi, ha incrociato la domanda e l’offerta e una sera ci siamo trovati a casa sua, con questa piccola signora che è morta alcuni anni fa, e lei, avendo come garante il parroco, ha donato tutto il suo immobile a quella che stava nascendo come associazione “La Casa Gialla Onlus”.

È un’associazione semplice, molto semplice, con uno statuto molto semplice, molto leggero, però io non ho mai pensato che la mia vocazione fosse fare una comunità d’accoglienza per minori.

Primo perché non sapevo cosa fosse; poi perché credo che in quel momento mi stesse nascendo la quarta figlia, avevo già abbastanza da fare di mio, e la Lia con i suoi asili…

Mi confortava molto il fatto che ci aveva regalato di fatto una scatola vuota: era un capannone come lo disegnano i bambini e, per ricavare una comunità da quell’oggetto, ci sarebbero volute una quantità di soldi che noi non avevamo.

Invece, un suo cugino ha avuto la bella idea di far conoscere questo progetto a una fondazione di Milano che l’ha sponsorizzato fino all’ultimo centesimo, e questo ha permesso di ricavare in quel luogo una comunità d’accoglienza per minori.

L’abbiamo disegnato senza sapere quasi cosa disegnavamo, disegnando questo luogo come se fosse però una casa il più accogliente possibile.

Con un desiderio all’interno dello statuto: perché, memori del fatto che doveva essere un luogo come le nostre famiglie, l’idea era che una famiglia ci vivesse al suo interno, per ispirarla, per dare una direzione, per fare da esempio, quello che volete.

Si sono proposte alcune famiglie, alcune famiglie nel tempo si sono ritirate per motivi vari, e poi alla fine abbiamo deciso di andare noi.

Il perché in realtà non lo so. Cioè non è molto semplice da spiegare il perché una sera ho deciso che forse toccava a me andare lì.

Io non credo che le decisioni debbano essere per forza particolarmente ponderate: arrivano, le circostanze ti permettono di accettarle, mi sembrava una bella sfida anche per la mia famiglia, nonostante la Veronica era appena nata.

Però ho detto alla Lia: “O andiamo noi a vivere in quel luogo, o quel luogo, non per noi certamente, non avrebbe avuto senso”.

Cioè, se dovevo fare l’imprenditore, che non sono capace di fare, avrei fatto altro.

Però, una sera ci siamo trasferiti lì, una sera di dicembre; la comunità non era ancora nata. In questo luogo gli uffici che erano dell’azienda sono diventati la mia casa.

La comunità, invece, è adesso nei capannoni, in quelli che erano una volta i capannoni dove lavoravano; erano delle tessiture. Tutta Busto è fatta di tessiture.

Quindi questa avventura è iniziata 12 anni fa. La prima bambina che è arrivata si chiamava Vita e da lì sono passati 12 anni, sono passati decine di bambini… un po’, non vi saprei calcolare, non saprei quanti.

E funziona così: vengono allontanati per un decreto dell’autorità giudiziaria che decide che un bambino, un minore, venga allontanato per una pregiudiziale di incolumità, fondamentalmente.

Viene accolto in comunità come la nostra, dove la destinazione, l’uscita, è attraverso l’adozione, l’affido o si ritorna in famiglia.

Si ritorna poco in famiglia, molti affidi, alcune adozioni — poi la Lucia magari ha una statistica migliore — In un tempo piuttosto indefinito.

Noi stiamo molto lavorando sulla questione del tempo, perché una volta che entrano, l’uscita non è immediata.

Voi magari non avete il parametro dell’immediato; per me l’immediato è… diciamo che, dopo un anno, un anno e mezzo, un bambino sta troppo in una comunità: deve trovare una soluzione. Però qui si apre un altro capitolo.

Però, il nostro scopo è l’accoglienza, quindi abbiamo 10 bambini perché 10 permette la legge. Abbiamo deciso di accogliere i bambini fino a 5-6 anni, questo per omogeneità di gestione, perché è difficile avere un bambino di 3 anni e un adolescente nello stesso posto. Un conto è se sono i tuoi figli, un conto è se sono 10 bambini che devono stare tutti e 10 davanti alla televisione la sera, oltre a tutte le gestioni varie ed eventuali della giornata.

Però, su questo poi se avete domande, rischio di entrare in dettagli che magari possono interessare poco. L’unica nota che do è che, tra l’altro non l’ho ancora detto a nessuno perché è successo ieri sera tardi, nella nostra comunità, come credo in tutte le comunità, escono con troppa lentezza per tornare a una nuova destinazione e questo spesso non permette di accogliere un numero di domande e di richieste d’ingresso fuori da ogni immaginazione.

Ieri sera mi hanno chiamato per una bambina di 4 anni, era nella famiglia affidataria, i genitori biologici e i nonni biologici hanno deciso di rapirla, quindi i Carabinieri erano in trattativa per farsela ridare. Se, se la fossero fatta ridare, non poteva tornare dagli affidatari e ci chiedevano d’accoglierla. Non ti ho chiamato Lucia perché ne abbiamo 10, di cui alcuni particolarmente squilibrati, mancava quella che arrivava alle 10 di sera.

Per cui la nostra accoglienza in realtà è da un certo punto di vista molto misericordiosa, dall’altro punto di vista deve avere estremamente le gambe, deve stare in piedi, deve essere deve essere fatta con intelligenza perché nella cooperativa lavorano 30 persone, 32, sulle tre strutture e per loro è un lavoro. Quello che per me può essere una vocazione, per loro è un lavoro, sono due cose che devono rimanere ben distinte.

Non perché io una mattina mi sono svegliato e ho deciso di portare la mia famiglia in una comunità, più o meno contro il parere delle mie figlie all’inizio, sicuramente all’inizio contro il parere delle mie figlie, adesso già un po’ di meno, forse perché sono grandi e possono andarsene, ma per alcuni invece è un lavoro, quindi incrociare il fatto che per qualcuno è una vocazione, per qualcuno è un lavoro, deve essere un rispetto reciproco.

Dopodiché, questi bambini allontanati dalla comunità vedono periodicamente i loro genitori biologici in luoghi che si chiamano spazi neutri. Vengono, si vedono perché il tentativo delle leggi italiane, un po’ fino allo sfinimento, è la ricongiunzione con la famiglia biologica.

Allora noi ci siamo sempre chiesti: come tentiamo di salvare questi bambini? Come potremmo tentare, risalendo la catena del valore o dell’affetto, di salvare le loro mamme? E quindi… come lo era stato dopo l’asilo l’intuizione di aprire una comunità per minori, il desiderio era quello di aprire una comunità mamma-bambino, perché la prima possibilità dove ce ne sono gli estremi è sempre quella in cui il padre finisce sotto un ponte, o dove meglio crede, e alla mamma si dà sempre la possibilità di rimanere con il suo bambino in una comunità protetta.

Se la mamma dice di no, è la classica dinamica che si ha con tutti gli assistenti sociali che ti chiamano e ti dicono: “Andiamo a proporre una mamma-bambino al nucleo. Se la mamma non vuole, sappi che il bambino te lo porto da te, però”.

Allora è nato, appunto, il desiderio di costruire una mamma-bambino e, come lo era stato per la Casa Gialla, non avevamo niente, nulla. E costruire una comunità non è semplice, per luoghi, spazi, dimensioni che deve avere. Se vuole essere bella, non è semplice.

Il parroco che aveva fatto da garante con Onorina per la Casa Gialla è stato spostato a Olgiate. Quando è arrivato a Olgiate — non so se il mestiere che farai anche tu — però il primo mestiere è stato quello di fare un assessment. Era un amministratore delegato, ha tipo due schermi, alcuni telefoni, è un amministratore delegato che deve gestire immobili, costi e tutto quanto.

Quindi, quando ha capito dov’era finito, ha capito che gli avanzava un oratorio femminile. In realtà, secondo me, gli avanza un sacco di roba: oratorio femminile… gli avanza di tutto.

E lì è iniziato, lui ci ha chiamato, ci ha detto: “Noi abbiamo questo grande immobile, molto bello, che però io devo chiudere, perché l’oratorio femminile non esiste più, abbiamo tre oratori, forse riusciamo a tenerne in piedi mezzo. Voi cosa vorreste fare in questo oratorio?”.

E noi “Vorremmo fare una mamma-bambino”.

E lì è iniziato un dialogo molto interessante con la Curia, molto interessante perché è corretto, e lo trovo veramente molto sfidante, il fatto che la Curia si ponga verso i laici come, come dire, in modo paritetico, per cui la Curia ci ha scandagliato, ha capito se la mia cooperativa, la cooperativa che rappresento, dove Stefano è nel consiglio d’amministrazione tra l’altro, quindi eventuali domande future le farete a lui. La cooperativa che rappresento avrebbe sostenuto il costo di ristrutturazione, che era veramente ingente, per fare un posto bello.

Quindi, ci ha dato, dopo che ci ha più che scandagliato, la Curia ha deciso che ce l’avrebbe dato per 25 anni con un usufrutto gratuito di superficie. Non poteva regalarlo perché di fatto è all’interno della Chiesa. E io l’avrei ristrutturato e, come scopo, ne avrei fatto un posto d’accoglienza. Ci abbiamo messo un annetto di ristrutturazione, un bel debito sostenibile, e questa comunità mamma-bambino si chiama L’Albero della Vita ed è ad Olgiate Olona.

In questa comunità vengono accolte le madri con i loro bambini. Ha 12 posti e oggi, ad esempio, è arrivata l’ultima mamma con il suo bambino, un neonato, e abbiamo coperto 11 dei 12 posti. È praticamente sempre piena con una lista d’attesa infinita. Anche questo è abbastanza surreale: c’è un mondo fuori di bisogno che neanche si immagina.

Questa è nata nel 2023, è molto molto bella ed è stato, io penso, un bel incrocio fra quello che mi piace molto definirmi — adesso non per mutuare quello che si diceva a cena — io su questo sono particolarmente laico e ho uno slancio di fede molto limitato, perché quello che faccio deve innanzitutto dare lo stipendio alle persone che ci lavorano, un bello stipendio. Credo che siano tutte a tempo indeterminato. Poi, se sia bello o no, lo stipendio lo dice la Lucia, io esco un attimo e… lo dice lei.

È tutto sovrabbondante da ogni punto di vista, come spazi, come… come qualsiasi cosa. Oggi ero all’Albero della Vita con il nostro architetto perché dovevamo vedere una cosa: hanno rotto la televisione, abbiamo portato via una televisione che era grande come questo tavolo. E io non vedo l’ora di rimettere quella televisione, perché per me il gioco non è: se rompono la televisione devono capire perché hanno rotto la televisione. Altrimenti non farei questo mestiere, non farei questa accoglienza. Se sono lì, non è per colpa loro. Quindi, se io ho fatto questo luogo, tutta questa gente ha fatto questi luoghi, non è per esprimere una capacità di bene attraverso una regola da imporre. L’ha fatto per un tentativo di gratuità, quindi se loro rompono la tele gli rimetto la tele fino allo sfinimento. Perché non sarò io certamente a salvarli, sarà il bene che vedranno e il modo in cui verranno trattati, non le regole che gli verranno imposte.

Anche questo è un capitolo molto complicato in una grande dialettica con le educatrici che non sempre la pensano come noi.

Queste sono le tre realtà che gestisce la cooperativa e io mi fermerei qua, così lascio spazio alla Lucia e poi, se avete domande, altrimenti io racconto cose che magari fuorviano l’argomento e non sono di vostro interesse. La Lucia invece, la introduco io, è la coordinatrice della Casa Gialla, la comunità per minori.

Lucia: Grazie. Io ho iniziato a lavorare in Casa Gialla nel 2023 e ho iniziato come educatrice, poi dopo qualche mese Michele mi ha chiesto di diventare coordinatrice di questo luogo. Devo dire, non con pochi timori, io, però anche molto incuriosità da questa sfida, ho accettato molto volentieri e ormai, insomma, sono 3 anni che coordino questo luogo, che è abitato non solo dai bambini, ma anche da nove educatrici che lavorano con me, e che si pongono degli obiettivi di lavoro con questi bambini, che ovviamente non riguardano la progettualità del loro percorso all’interno della struttura, nel senso che poi quella non è una decisione che prendiamo noi, ma l’autorità competente e il servizio di riferimento; però, in qualche modo, noi questi bambini li cresciamo, per il periodo in cui stanno da noi, e quindi ci poniamo degli obiettivi per aiutarli un po’ nel loro sviluppo e nel periodo in cui li accompagniamo.

Che, come diceva Michele, non è sempre breve e non sappiamo mai quale sia, nel senso che quando arrivano da noi arrivano e non sai quando vanno, ognuno di loro ha una storia diversa, ognuno di loro ha un progetto diverso, e magari ha avuto delle difficoltà diverse, e quindi, noi li accompagniamo per il tempo che possiamo, cercando di dare un po’ di attenzione a quelle che secondo noi sono un po’ le basi del lavoro educativo in un contesto di questo tipo, che sono, ovviamente, la cura quotidiana, ma il fatto, soprattutto, di dargli una quotidianità, una routine che sia sempre la stessa e delle figure di riferimento che siano sempre stabili nel tempo.

Perché alla fine è un po’ quello che viene a mancare a questi bambini da quando nascono: è questo aspetto qui, e quindi cerchiamo sempre di dare importanza maggiormente a questo, per cercare di accompagnarli nel miglior modo possibile.

Come diceva Michele, poi le storie sono diverse e quindi ognuno di loro ha un esito differente. C’è chi poi, magari, capita con dei genitori che hanno delle risorse maggiori o magari vengono aiutati in un determinato modo e quindi hanno la possibilità di recuperare, o rinforzare le proprie capacità genitoriali e quindi magari possono riprendersi a casa il proprio bimbo, e riprendere la vita.

Ci sono altre situazioni dove purtroppo è più complesso, magari le fragilità sono più profonde, è più difficile arrivarne a capo, e quindi, ovviamente, quello che è un po’ il mantra che cerchiamo di avere in testa noi, e che non sempre, purtroppo, in Italia si riesce ad avere in testa, è che i tempi dei bambini non sono gli stessi degli adulti, e quindi non si può pretendere che un adulto, che deve recuperare, possa lasciare in attesa suo figlio, e questa è una cosa su cui cerchiamo un po’ di batterci ed è anche un po’ il motivo per cui l’idea di capire, a un certo punto, che tipo di progetto deve avere il percorso di un bambino all’interno di una comunità è fondamentale, perché sennò, per mille motivazioni esterne a quello che è la loro vita, i bambini stanno lì.

Stanno lì e i mesi passano, poi diventano anni, poi a un certo punto il lavoro con questi bambini c’è, si può sempre fare, chiaramente, però a un certo punto perde un po’ il senso. Perché ci piace definirci sempre un po’ un ponte. A un certo punto, dall’altra parte del ponte ci arrivi, e questi bambini li lasci andare, qualcun altro si prenderà cura di loro, come è giusto che sia.

Anche perché sono sempre bambini che non è che si scelgono, quindi vivono all’interno di un contesto di condivisione a volte obbligato, per cui condividono spazi, condividono giochi, condividono stanze dove dormono, condividono figure di riferimento. Anche questo è un tema, quindi l’esclusività non è quasi mai all’ordine del giorno. Noi siamo in nove, ma in turno magari siamo in due o in tre, e giriamo, e quindi, chiaramente, per loro poi questa è un’abitudine che entra a far parte della loro vita; però poi manca a loro un certo tipo di esclusività e quindi è chiaro che il prima possibile vanno verso un altro percorso di vita e meglio è per loro, che sicuramente hanno già vissuto esperienze complesse sin da piccoli.

Se avete qualche domanda, nel senso che hai detto tante cose tu [Michele: ” ho sbagliato”].

No, magari ci sono delle cose che incuriosiscono, a cui spero di saper rispondere, però questo è un po’ il lavoro che facciamo noi giornalmente. Per noi è un lavoro, quindi, ovviamente, c’è sicuramente una base di cuore che porta ad avere il desiderio di lavorare in questi contesti, che non sono sempre semplici, ovviamente, ma come in ogni realtà lavorativa.

Forse il lavoro nostro è più legato a una relazione, e quindi a una parte emotiva che va gestita, soprattutto quando i bambini arrivano alla fine del loro percorso, perché fortunatamente arrivano, a un certo punto, arrivano e quindi, poi, il nostro lavoro è anche quello di saper lasciar andare questi bambini, perché passiamo tanto tempo con loro in situazioni di quotidianità veramente importanti, che fanno parte di una routine quotidiana come quella di tutti noi.

Quindi, poi, certo che io torno a casa e dormo nel mio letto, non sempre, perché a volte dormo anche lì, però, ci sono sicuramente delle situazioni dove ovviamente si entra in una relazione con questi bambini viscerale comunque, e quindi bisogna essere in grado, ed è un po’ anche un pezzo del nostro lavoro, bello e faticoso, di lasciare andare perché poi, come dicevo prima, è un po’ un ponte e quindi qualcun altro si prenderà cura di loro.

Michele: Oggi — non so se la Paola lo ha mandato anche a te — per i nostri bambini, noi abbiamo la fortuna di avere anche un forte ecosistema intorno che ci sostiene, per cui queste realtà in realtà non vivrebbero da sole o vivrebbero con molta fatica da sole. Se lo dico dal mio punto di vista, di Michele, sarebbe particolarmente poco interessante se dovessi sostenerle io, primo perché non sarei capace, ma poi perché non avrebbe nessun interesse per me. Far vivere in un posto così, stare in un posto così, se non avessi intorno una quantità di realtà enorme che mi aiuta a sostenerle.

Ieri sera eravamo nel consiglio d’amministrazione di alcune scuole che gestiamo, una di queste scuole è la scuola elementare dove noi mandiamo questi bambini. Oggi la preside, che io conosco molto bene, la preside dove noi abbiamo mandato due dei nostri bambini in prima elementare, mi ha mandato un video. Lo ha mandato anche a te? Perché mi ha scritto una cosa del tipo, ne ho parlato anche con Lucia.

Comunque c’era Alex che sbatteva la porta, uno dei due bambini, sbatteva le mani, tutto, la testa, qualsiasi cosa contro una porta, non riusciva a capire se voleva uscire dall’aula o voleva entrare. E lei diceva: “Non riusciamo più a tenerlo”.

Per cui questi bambini, che non hanno un padre e una madre, ce li hanno biologici, ma non vengono difesi come noi possiamo difendere i nostri figli, ogni mattina ci vedranno, me e a lei, andare a parlare con la preside come due genitori che vanno a capire come gestire questo povero bambino.

Per cui è una cosa che, appunto, devi in qualche modo superare il lavoro, deve anche, e io torno sempre lì perché ci tornerò sempre, deve avere anche una grande mimica di rispetto fra chi fa il nostro lavoro. Il mio lavoro, il suo lavoro, la preside fa il suo lavoro, però tutti quanti siamo chiamati a sostenere questi bambini e a capire come salvarli.

Per cui in questo giro, ad esempio, noi abbiamo tantissimi volontari che nel tempo si sono avvicinati a questi luoghi, anche in modo sovrabbondante, spesso in modo invadente, spessissimo in modo molto, molto destrutturato.

E allora abbiamo messo in cima ai volontari, per governarli, la Tata, che ne è presidente. Abbiamo creato qualche anno fa un’ODV, un’organizzazione di volontariato dove inserire tutti i volontari per dargli una forma giuridica, un’assicurazione, un controllo, un tentativo di controllo, perché scappano da tutte le parti e fanno quel che vogliono, come tutti, insomma.

Perché sono posti, da un certo punto di vista, molto attrattivi e spesso si confonde un luogo di lavoro da un luogo d’accoglienza, da un luogo in cui tu fai caritativa; è un equilibrio che va sempre riportato in asse.

In questi anni abbiamo anche creato una fondazione dove la Lia è la presidente, dove mettere in sicurezza l’immobile. Poi ci sono tecnicismi che vi risparmio.

Ma tutto questo perché? Perché, almeno io, sarà che son storto come ingegnere, ma tutto questo deve stare in piedi, deve stare in piedi con grande chiarezza, con grandissima chiarezza, dove i soldi sono il diavolo, parto dalla fine.

Perché? Perché tutto questo non viene fatto, lo slancio, come dire, più di fede ce lo mette qualcun altro, però non viene fatto soltanto per uno slancio di fede che è bellissimo, tutto fantastico.

Io all’interno della Casa Gialla c’era un garage, ci ho fatto una chiesetta. Non so nemmeno io perché ho fatto la chiesetta, se mi chiedete perché l’ho fatta non lo so, però la desideravo.

Per cui io so che da qualche parte il buon Dio, in qualche modo, ci mette la mano sulla testa, però noi dobbiamo metterci, dall’altra parte, tutte le gambe, le braccia, l’intelligenza per fare in modo che questa cosa qua stia in piedi per sempre.

Ha un costo, ci sono le bollette, ci sono gli stipendi e questa cosa qua deve essere sempre, ogni mese, messa in sicurezza.

Sopra questa c’è poi, in realtà, tutto il bene che ci vuole la gente, per cui possiamo fare cose che probabilmente altri non riescono a fare perché la sovrabbondanza di bene si traduce spesso in donazioni e queste ci aiutano molto a fare in modo di dare, alla fine, a loro che lavorano più cartucce possibili per fare in modo che questo posto sia bello.

E questo aiuta molto, avere un’educatrice in più piuttosto che avere una inserviente in più, piuttosto che fare una bella vacanza: possono cambiare radicalmente la vita di una comunità.

E su questo lo dico a voi come lo dico sempre ai miei colleghi, che sanno molto poco di quello che faccio, nel mondo in generale, perché non posso dirgli nella Chiesa, però nel mondo in generale c’è molto bisogno di persone che travasino le competenze che hanno al di fuori all’interno di questi posti, perché, come mi piace spesso insultarli, quelli che fanno, loro che sono nel mondo del sociale, il sociale ha una certa sua destrutturazione che invece al di fuori magari c’è un po’ meno.

Loro hanno il cuore, hanno molte altre cose e questi vasi comunicanti sono sempre molto interessanti, almeno per me lo sono molto, sfidanti da entrambe le parti, non sono solo io che do a loro, spesso loro danno a me.

Però è una sfida interessante, perché se penso all’oratorio femminile di Olgiate, o entrava qualche laico spericolato come noi o avrebbe dovuto mettere le assi alle finestre e chiuderlo per sempre e, visto che, come dire, le forze della Chiesa sono poche, i laici possono dare molto, possono dare molto e non mancano i posti.

Io mi ricorderò sempre quello della Curia con cui parlavo, non mi ricordo come si chiama, tipo don Paolo, che si occupa degli immobili della Curia, che va, diciamo, a mettere l’ultima firma prima di darti l’immobile.

“Don Paolo si chiama?”

Mi ricordo che andava via in macchina, ha tirato giù il finestrino e mi ha detto: “Comunque se ha bisogno di altri immobili…”.

Gli ho detto: “Guardi, ne farei uno ogni 20 anni”.

Però siamo in trattativa per un altro immobile della Curia.

Per cui a loro non mancano gli spazi, a voi non manca l’intelligenza, francamente, adesso detto fra noi, manco vi conosco, quindi vi manco di rispetto gratuitamente, non vi mancano manco i soldi, ve lo garantisco.

Bisogna fare, bisogna mettere insieme le due anime, perché ognuno deve fare bene il suo mestiere, il presidente deve fare bene il suo, gli altri devono fare bene il loro.

Don Alessandro: Io una domanda ce l’ho.

Michele: Sugli immobili? Hai un immobile?

Don Alessandro: No, immobili no.

Michele: Ero venuto a vederne uno qua vicino in realtà.

Don Alessandro: No, volevo sottolineare una cosa di quello che hai detto che mi piace molto e mi ricorda le parole di Ernesto Olivero del Sermig: fare bene il bene.

È una cosa che ho sentito più volte, cioè, che le persone abbiano il loro contributo, il loro stipendio, che le cose, che gli ambienti siano belli, che siano accoglienti, che i volontari stiano al loro posto e facciano bene le cose, vuol dire aver ben chiaro che la carità non è semplicemente fare così, ma bisogna farla bene, come tutte le cose, non raffazzonata.

E questo volevo sottolinearlo perché mi è piaciuto molto.

E volevo fare due domande un po’ più personali, se volete rispondere. Avete due… uno per vocazione e uno per lavoro, due sfaccettature della stessa medaglia.

La prima è questa: come reagite di fronte alla sproporzione? Io ho fatto i primi anni di ministero in periferia, periferia di Milano, e quindi ho visto proprio la sproporzione tra quello che hai, quello che puoi fare e… e il bene che c’è da fare, il lavoro che c’è da fare, quindi, sapendo che comunque, l’hai citato più volte anche tu, che non puoi coprire tutto il bisogno che c’è. Come reagite di fronte a questa cosa?

L’altra domanda invece: come reagite di fronte invece agli inevitabili fallimenti? Fallimenti, uso questa parola, anche se non è la più appropriata, quando tu hai fatto un progetto su una persona e poi ti rendi conto che in realtà lei prende la sua strada, che è giusto che sia così. Oppure quando ti accorgi che quella cosa l’hai proprio sbagliata, immaginavi che potesse andare in un modo e non va bene.

A me è successo più volte anche di incontrare, alcune le abbiamo ascoltate anche l’anno scorso, una famiglia che ha preso in affido una bambina e poi in realtà c’è stato molto da tribolare per averla in adozione, non è un passaggio automatico.

Queste due cose. Se si è capita la domanda.

Michele: Vai Lucia.

Lucia: Diciamo che sono cose che chi è dentro la macchina e fa, ci pensi poi quando torni a casa. Diciamo che sui fallimenti impariamo un po’ a metterli nel bagaglio e, a volte, un po’ scontrandoci come équipe, a volte affidandoci anche a diverse visioni, perché ci sono delle situazioni dove spesso, anche con Michele che ha una visione un po’ diversa dalla nostra, proprio perché fa anche un altro tipo di mestiere, ci confrontiamo e, su delle decisioni da prendere ci diciamo: “Facciamo così, facciamo cosà”, poi ti rendi conto che hai fatto in un modo e hai sbagliato e allora forse dovevi muoverti in un altro modo. Ci diciamo sempre: “Vabbè, anche questa l’abbiamo passata e abbiamo imparato qualcosa”. Forse per noi educatrici è un pochino più semplice passare oltre, perché fa parte della nostra operatività quella di ogni 3 mesi guardarci in faccia e dirci: “Ok, diamoci degli obiettivi”, tre mesi a livello di obiettivi per quanto riguarda lo sviluppo di un bambino, in generale. E quindi io sento che è un po’ più semplice per noi rimetterci in gioco e dirci: “Forse ci tiamo date un obiettivo un po’ troppo alto, abbassiamo un po'”. Non è facile, comunque, portare a casa dei fallimenti e sicuramente, da quando io lavoro in Casa Gialla, ci sono state delle situazioni in cui poi passano i mesi e ti dici: “Ah, ti ricordi quella storia là?”, e ti rimane, comunque ti rimane come monito per la volta successiva.

C’è stata una situazione che abbiamo vissuto, in cui abbiamo accolto tre minori e poi, dopo un periodo in cui, peraltro, ci siamo veramente prodigate tanto nel cercare di far qualcosa per aiutare questi bambini, ragazzi, erano un po’ più grandicelli, che veramente stavano vivendo un momento di difficoltà e ci hanno portato in forte difficoltà in quel periodo, un bel giorno sono andati a casa dei genitori a fare un primo incontro in spazio neutro e non sono mai tornati. E questa è stata una bella… una bella legnata, perché poi ci siamo guardati la sera e ci siamo detti: “Caspita, cioè noi abbiamo dato di tutto, ma soprattutto…” [Michele: “Mai più visti”] a livello… al di fuori della parte economica, che comunque non è una cosa che non si può non guardare, perché è vero che siamo in dei posti dove ci sono veramente tante possibilità, tante. Io non ho lavorato in molte comunità, ma conosco questo mondo e so che ci troviamo sicuramente in un posto che ha una solidità di un certo tipo e che può permettersi di fare delle cose belle. Per cui comunque ha un’importanza anche quella cosa lì. Di accogliere e di poter far fare. E, finita questa esperienza, ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Vabbè, insomma, cosa puoi fare? Non è che…”, tiri i remi in barca e dici: “Vabbè, sappiamo per una prossima volta”, ma cosa sappiamo in realtà? Niente, perché poi la prossima volta, se succede una cosa analoga, noi siamo qui per accogliere, quindi alla fine lo facciamo. Certo, poi personalmente, ognuno di noi torna a casa e si porta questa esperienza che rimane, comunque, un po’ nel tuo, sia nell’esperienza professionale, ma soprattutto nell’esperienza personale di avere incontrato delle persone che poi a un certo punto sono sparite e hai fallito, comunque, perché in qualche modo, sappiamo, anche sentendo poi il loro percorso dopo, non sai come stanno, non sai com’è la situazione, però sai che in qualche modo hai fallito.

E sulla questione della prima domanda puoi fare tu il pezzetto, se vuoi.

Michele: Grazie. La prima domanda era quella sulla sproporzione. Io non sento molto questo problema perché, appunto, ieri sera, potrei citare ieri sera dove non ho potuto accogliere questa bambina di 4 anni che mi immaginavo in quali condizioni potesse essere. Erano le 10 di sera ed ero in mezzo a una riunione; quasi non capivo cosa mi stava raccontando l’assistente sociale, però capivo la disperazione dell’assistente sociale: trovare un luogo in fretta, alle 10 di sera, a questa bambina, i genitori biologici, quelli che la rapiscono, i Carabinieri.

Quando questi qua non sono tornati, ero io sotto casa di questi qua, dove c’era dentro un operatore di spazio neutro che veniva preso in ostaggio e non veniva… insomma…

Per cui questa sproporzione potrei viverla. Non sono molto tentato da questa cosa perché sono molto più, forse per il mio ruolo, non lo so perché, però sono molto più cattivo, invece, nel difendere questi luoghi, nel difenderli con tutte le armi che ho, perché capisco che, se un po’ mi lascio andare a un’accoglienza un po’ indiscriminata, cosa che invece magari è una lotta, cioè, loro accoglierebbero tutti, io li freno, viceversa, questa cosa qua rischia di mettere in pericolo tutti e non si salva nessuno poi.

Su questa cosa qua invece non ho tanto questa percezione; altrimenti, per le dimensioni della comunità, potrei tagliarla in due e fare due comunità, raddoppiare i posti domani mattina, per quanto è grande. O forse potrei farne pure tre e da 10 ne posso accogliere 20. Non avrei risolto nessun problema, zero, zero, zero, zero, neanche mezzo, perché se io pensassi di risolvere il problema di 10 bambini, avrei la stessa presunzione di aver risolto il problema di 100 bambini. Io non ne salvo 10, non ne salvo 100, non ne salvo 1000.

Tentativamente tentiamo di salvare, all’inizio, me stesso, se vuoi. Non lo faccio… magari è la serata sbagliata, voi non tornerete più, però io non lo faccio per salvare i bambini, non ci penso nemmeno lontanamente. Se facessi questa cosa qua, ad un certo punto, garantito, divento violento. Divento violento perché, se con un briciolo di onestà intellettuale che mi rimane, capisco che quel bambino non fa quello che dico io, perché non fanno quello che dici tu. Le mamme lasciamo perdere.

Quindi l’unica cosa che so fare è tentare, tentativamente, di salvare me stesso e, di riflesso, forse loro, perché tra l’altro i bambini, più ancora degli adulti, sono dei giudici implacabili, per cui vedono se tu… ti beccano subito con la porta chiusa, se tu fai una cosa per loro perché li obblighi, perché pensi di essere più figo di loro o perché gli vuoi bene e, in fondo, vuol dire che ti vuoi bene.

Mi è capitato, vi faccio un esempio perché mi fa impressione, risponde in parte alla domanda, ma risponde molto alla mia di domanda, che alla fine, più che difendere, più che accogliere più persone possibili, ci stiamo ritrovando a dover difendere il bello. Cioè, se io facessi una comunità di 100 persone, tutti mi ringrazierebbero; se io cerco di salvare una mamma la gente mi accusa di fare troppo per quella mamma.

Mi sta capitando questo. Io il 21 ottobre vado in tribunale a Milano a dover spiegare a un giudice, non so, chi c’è, non credo di violare la privacy. Ci viene accusato di questo nella mamma-bambino, ci viene detto: “Guardate, voi date la possibilità alle mamme ogni tanto di cucinare qualcosa che gli piaccia”.

In una comunità mamma-bambino, perché non si può, cioè stiamo parlando di cinque nuclei. Viene fatto un planning del cibo settimanale: si mangia più o meno lunedì questo, martedì questo… Cioè ci deve essere una regola, questa la capisco. Però, in una regola standard per tutti, come in qualsiasi famiglia, ogni tanto si deroga: se arriva la mamma peruviana che gli piace cucinare che ne so…, gli diamo questa possibilità con un po’ di intelligenza.

Io sono stato formalmente accusato del fatto che, in una mamma-bambino, non c’è scritto da nessuna parte, l’ATS non me lo dice, ma se volete gestirla come il nostro servizio desidera, voi non dovete dare la possibilità alle mamme di cucinare quello che gli pare quando gli pare.

Ma dico: “Ma sei fuori?”. Cioè, ma stai scherzando? Perché a casa tua si fa così? L’ATS non mi obbliga, tu non mi… non mi obbliga nessuno, io faccio quel che mi pare.

Ma posso io trovarmi a difendere una cosa bella per queste mamme, quando questo posto è stato costruito per queste mamme che non si sono scelte quella vita, che sono arrivate lì, quella di oggi manco c’ha manco i documenti, che hanno navigato, se va bene, per alcune comunità, se va male sotto i ponti.

E quindi questa cosa qua mi colpisce molto e mi fa tornare a dire: ok, io per difendere una mamma, bene, per dare un posto bello a una mamma e farle fare da mangiare quel che gli pare a lei, piuttosto ne faccio un solo per lei, tanto, se lo faccio per 100 non salvo comunque le altre 99, però magari quella, un giorno, per un miracolo che non faccio io, le cambierà il cuore.

Per cui mi trovo in questa situazione folle in cui devo spiegare… l’ho già spiegato un paio di volte, la dovrò spiegare anche de visu, perché si vede che in conference non l’hanno capita. La spiego all’infinito.

Mi incuriosisce il fatto di doverlo fare. Però, insomma, è anche una forte educazione verso di me e, tra l’altro, è anche un modo retroattivo per capire perché siamo finiti lì, perché io non penso che quel giudice o chi mi trovo davanti sia uno stronzo a priori, applichi a priori delle leggi che non vanno bene; avrà la sua visione della vita.

La sfida non è dire: io, c’ho la chiesetta in mezzo alla Casa Gialla, dall’altra parte c’ho la chiesa davanti col campanile, che mi fa ombra e mi fa ombra sui pannelli solari e lo tirerei giù, ma non è che per questo allora ho una ragione a priori. La sfida è tra me e gli altri: capire come noi possiamo fare in modo di difendere in modo formale una cosa bella.

Questa cosa bella va difesa in modo formale. Per cui il progetto che abbiamo fatto su quella mamma, se l’abbiamo portata fin lì e loro non hanno capito questa cosa, interroghiamoci sul perché non l’hanno capita: come gliela facciamo capire? Fino a uno sfinimento; dopodiché se non la capiscono non la capiscono, è la libertà del mondo,.

Però se riguarda tutti i progetti come è stato costruito non mi piace, non mi piace, aver fatto una cosa bella e abbiamo fatto un regalo bellissimo e l’abbiamo messo in una scatola che fa cagare. Dobbiamo imparare anche a fare una scatola carina.

Per cui questo è molto curioso, però io sulla sovrabbondanza di… no. No. Tirerà giù tutto, lo so già… già così si fa fatica.

Barbara: Io ho un’altra domanda, posso?

Michele: A lei. Però inizia sempre Lucia.

Barbara: Su questa questione proprio dell’educazione, che parte da un’idea di comunità in collaborazione con due realtà anche un po’ diverse, da una parte la Curia, la Chiesa, dall’altra parte, appunto, il mondo dei laici, quindi l’idea che comunque educare vuol dire necessariamente un po’ mettere insieme anche realtà magari diverse, a volte anche distanti. Però mi sembra di capire dalle vostre parole che nella vostra attività educativa ci sia in realtà dietro una grande cura, perché si può educare, si può fare il vostro lavoro, penso a te in particolare, in modi diversi: con una certa cura o semplicemente pensando di portare a termine un tot di ore di lavoro.

E mi chiedevo, appunto, sempre un po’ in maniera personale, da cosa nasce questa vostra voglia di avere anche cura e non solo di fare un lavoro come un altro, trattare il vostro lavoro come un qualsiasi altro, pur mantenendo, è chiaro, è stato molto chiaro il discorso, pur mantenendo anche quell’aspetto che è sacrosanto.

Lucia: Difficile. Allora, sicuramente l’incontrare un luogo così ha cambiato un po’ la mia visione del lavoro educativo. Ho lavorato per una cooperativa prima dove andavo a scuola, poi lavoravo in domiciliare, gestivo bambini che avevano bisogno di un’educativa di sostegno, quindi, insomma, io non me lo sono neanche mai troppo posta, ogni tanto qualcuno mi chiede: “Ma come mai hai fatto questo lavoro?”, ma non lo so, onestamente, se posso dire. Io volevo cantare nella vita e poi l’ultimo anno di liceo mi sono trovata proprio grazie al canto a conoscere tutta una serie di storie riguardanti un po’ la genitorialità e l’educazione, quindi mi sono detta: “Ma che cosa posso fare?” Io non sarei neanche andata avanti a studiare forse, poi ho trovato questa facoltà e mi sono lanciata.

E poi mi sono accorta che in realtà era un po’ quello che avevo sempre voluto fare, non mi sono mai posta troppe domande sul perché, però mi ha sempre molto attirato. È un mondo, soprattutto quello… per esempio non ho mai lavorato all’interno di un nido, cioè lavoravo per una cooperativa e andavo anche in contesti di nido, materne, però mi ha sempre molto affascinato, passatemi il termine, il mondo della devianza, perché è un mondo così… così oscuro, con tante sfaccettature, e quindi non lo so, poi mi sono trovata a lavorare in una comunità e, non avendoci mai lavorato prima, non avendo avuto mai esperienze prima in questi contesti, eppure sapendo che sarebbe potuto essere il mio desiderio.

Mi ricordo benissimo che sono andata a fare un colloquio in una comunità di minori, grandi 8, 18 anni, e mi ricordo la sensazione che ho provato quando sono entrata: “io qua non ci vengo a lavorare” ma non per il posto, anche un po’ per il posto, l’impatto che ha avuto su di me, però mi sono detta… ci sono dei momenti nella vita di una persona che fa questo tipo di lavoro, secondo me, siccome comunque il ciclo della vita è molto ampio e il lavoro che si può fare, da 0 a 100, su ennemila situazioni, si può lavorare in tantissime situazioni con minori, al nido, in centri diurni disabili, sono veramente tante le possibilità e quindi uno si può mettere in gioco sotto tanti aspetti e dire questo è il mio, questo non è il mio, puoi anche non decidere paradossalmente se quella cosa è più affine a te o meno.

E io mi sono sempre un po’ detta forse in un contesto così ci vorrei lavorare. Eppure poi avevo molto timore di entrare. Quando sono entrata in Casa Gialla, mi ricordo benissimo, che ho fatto un colloquio con la Lia, ero seduta sul divano; per un’oretta e mezza siamo stati a chiacchierare e ho trovato tanta familiarità, tanta sicurezza, molta solidità.

Nel tempo, sicuramente, tutte le fatiche che possono esserci, anche perché comunque parliamo di un lavoro che per quanto possa essere bello il luogo dove lo si fa ha un turnover incredibile, per cui ti trovi a dover investire su delle relazioni e ogni anno, più o meno, cambiare metà dell’équipe. E questa è una roba devastante, perché immaginatevi di lavorare con dei colleghi, a 23 colleghi e ogni anno molti li dovete cambiare. Veramente è un lavoro su se stessi e con gli altri a volte estenuante, perché è faticoso mettersi in gioco con le persone, le conosci, poi magari credi in un certo tipo di lavoro, crei un certo tipo di relazione e poi a un certo punto quella roba lì finisce perché poi, giustamente, ognuno di noi ha il suo percorso.

Quindi a volte c’è ancora questa cosa che mi spaventa: il fatto di non sapere mai se riusciremo ad avere, non si riuscirà a fare, l’idea di avere delle persone che sono sempre quelle per un po’ di tempo, questo a volte ti affatica. Però dall’altra parte c’è una base, che poi è quella che sono loro, che ha portato una solidità nel pensiero di lavoro lì dentro. Alla fine so che entro lì dentro e, se c’è una porta da sistemare, chiamo Michele ed è lì, se c’è un consiglio da chiedere la Lia è lì.

E sicuramente questa presenza costante è fondamentale e non c’è tendenzialmente nelle comunità, non la trovi. In un lavoro dove siamo abituati ad essere soli, io ho lavorato per tanti anni in una cooperativa dove lavoravo da sola, quindi in un lavoro in cui si è soli trovarsi in un contesto dove sei comunque accompagnato, banalmente anche per aggiustare una finestra, ha un gran valore.

Ascoltatrice 1: Io avrei due domande. La prima è: come fate a gestire le diversità tra bambini, e le conseguenze delle loro diversità, quindi le loro fragilità, le loro fatiche, come fate a gestirli in un ambiente da condividere? Al di là… immagino che ci sia l’esperienza, ci siano le competenze, sicuramente. Però penso che ci sia anche qualcosa in più che dovete mettere per fare andare avanti quotidianamente un’attività così efficiente.

E la seconda domanda, in parte hai risposto prima: avete poi informazioni dei bambini che accompagnate nel loro percorso? Cioè, avete poi, come dire, il feedback di quello che è il loro destino, o se stanno bene nelle famiglie, se stanno bene sia nelle famiglie biologiche che in quelle affidatarie che quelle di adozione? Se avete poi il riscontro del loro percorso.

Lucia: Allora sulla condivisione noi lavoriamo su cose pratiche, quindi ovviamente poi alla fine in realtà tra di loro si creano delle relazioni. Chi più chi meno, chi con più antipatie o simpatie, però usiamo delle piccole strategie che ci permettono di garantire loro comunque uno spazio proprio.

Perché è vero che è una casa grossa con tante cose da condividere, però poi ognuno ha il suo pezzo e la sua storia, e noi questo a loro non lo nascondiamo mai. Quindi quando si può e c’è la possibilità, noi comunque diamo un valore ai legami della loro vita, perché esistono e hanno qualcosa che comunque fa parte della loro vita, per cui vanno rispettati e bisogna che loro li conoscano.

Di recente abbiamo comunicato a due nostri bambini l’esistenza del loro papà, nel senso che quando sono arrivati, forse, di questo papà neanche si ricordavano. Questo papà è in carcere, a breve uscirà e ha iniziato a scrivergli delle lettere. E quindi, in qualche modo, non è che puoi far finta di niente o non vedere, glielo devi dire.

Questo poi chiaramente può comportare tutta una serie di situazioni successive di gestione, di loro che scoprono dei pezzi della loro vita. Però poi ognuno di loro ha un percorso, noi siamo molto chiari su questo, ha uno spazio, cerchiamo sempre un po’ anche, tramite un lavoro di équipe, di gestire al meglio le simpatie e le antipatie, chi funziona meglio con chi, e quindi anche, non lo so, banalmente la decisione di chi dorme in che camera e con chi.

Però poi alla fine ognuno di loro ha il proprio armadio, ha magari una scatola, e quindi ci adoperiamo per avere una scatola dove tutti hanno le proprie cose e quella scatola non può essere toccata da nessuno. Questo è uno dei nostri lavori principali, è lavorare sul “questa cosa non si tocca se non è tua”, ma perché c’è dietro un valore affettivo importantissimo per loro. E quindi sappiamo cosa significa se un altro bambino mi prende un gioco mio. Quindi di base, poi se uno vuole condividere può farlo, però ognuno ha il proprio pezzo a cui è legato e noi lo valorizziamo sempre molto.

I bambini che vanno via hanno, come dicevo prima, storie differenti, quindi ci sono… noi non l’abbiamo detto, però abbiamo uno spazio molto particolare all’interno della comunità, che è una stanza dove sopra c’è un letto. È una stanza soppalcata, sotto c’è un bagno, sopra c’è un letto. È una stanza chiusa perché la comunità è grossa, quindi non usiamo tutto, però è preparata come una piccola bomboniera, in modo tale che se arrivano dei momenti di ricongiunzione con la propria famiglia d’origine o, tendenzialmente più, con l’affido e l’adozione, noi diamo la possibilità di usarla.

E i servizi sono sempre molto contenti quando la presentiamo, perché è la possibilità di renderci ancora un po’ ponte quando il bambino sta andando via.

E quindi magari l’avvicinamento che fanno, che magari dura una settimana, per tre giorni viene fatto con la famiglia che fa avanti e indietro dalla comunità, ma magari gli ultimi tre giorni la famiglia può dormire lì e noi gradualmente possiamo far dormire con loro il bambino. E questa è una cosa che ha un grande valore. Questo ci permette di creare una relazione anche con le famiglie che arrivano, che la maggior parte delle volte in realtà, anche se abbiamo avuto tanti rientri in famiglia, però tante dell’ultimo anno sono state adozioni. E quindi poi arrivano due estranei che non conosci, che devi conoscere tu in primis, che devi far entrare in casa tua, perché comunque quella è anche un po’ casa nostra. E poi con cui cerchi di creare un legame il prima possibile perché quel bambino che va con loro si affidi il prima possibile a loro.

Perché poi alla fine quando vedono che noi ci lanciamo, poi loro sono i primi ad affidarsi, e quindi poi dipende, nel senso che ci sono delle situazioni di adozione dove alcuni uffici adozioni prediligono il fatto che rimangano dei fili, dove ci sia una comunicazione, dove ogni tanto si faccia una festicciola, dove ogni tanto si arriva, si fa una merenda insieme per rivedersi, perché è importante comunque, fa parte della radice di quel bambino il suo passaggio in comunità, e quindi va tenuto a mente.

Ci sono delle situazioni dove magari ci sono famiglie che fanno più fatica, hanno bisogno magari di un pochino più di tempo da prendersi con quel bambino sapendo quello che c’è stato. Abbiamo avuto tante casistiche, però di base noi siamo lì.

Quando i bambini… di recente… di recente, un annetto fa, è capitato che arrivasse un ragazzino che adesso forse ha 17 anni… 16-17 anni, Omar. [Michele: Omar, più alto di me. Omar.] Ha suonato un giorno. Io non lo conosco perché non lavoravo lì, però ero con una collega. È entrato, ha salutato l’educatrice che peraltro era l’educatrice che lui conosceva, l’unica, perché poi son cambiate nel tempo.

E fa specie, insomma, che poi… però, insomma, noi siamo lì e certo la possibilità di rivedersi c’è. Per esempio, adesso è andata in adozione una bambina un paio di mesi fa, un mesetto fa, e ci stiamo scambiando dei video ogni tre-quattro giorni. Lei ci saluta, noi la salutiamo, lei si addormenta guardandoci, salutandoci, ci dice: “Oh, buonanotte!”. I genitori ci mandano i video, è una cosa bella per noi perché riusciamo a mantenere un filo e quindi anche per noi è bello sapere che vita poi vanno a fare. Però anche con la famiglia che l’anno scorso ha riportato a casa suo figlio, dopo diversi anni che era da noi, loro hanno fatto un grande percorso di recupero e quest’anno ci hanno invitato al compleanno del bambino, che chiaramente quando ci ha visto, è come… come neanche averci visto nella sua vita. Però è stato bello, è stato particolare essere lì in quel momento. Poi magari sarà quel momento lì ed è un percorso che va nel lasciarsi andare, magari ci si mette un po’, magari tra un pochino ci si sentirà di meno, però c’è la possibilità e anche tante persone che hanno il desiderio di farlo.

Ascoltatrice 1: Grazie.

Don Alessandro: Un altra domanda

Michele: Ormai Lucia è partita, io le verso l’acqua. Io posso solo versarle l’acqua. Abbiamo ancora due bottigliette.

Don Alessandro: Se non ci sono altre domande… e la collaborazione? Prima tu parlavi del lavoro di équipe, tu parlavi insomma della collaborazione, di non essere da solo a fare delle cose, ma farsi aiutare, lasciarsi aiutare dagli altri, a collaborare insieme; e quindi un po’ gli spazi, i luoghi e i tempi corretti, ecco. Se potete dirci qualcosa di più su questo.

Michele: La collaborazione è una cosa estremamente affascinante, però è una cosa estremamente complessa. Alla base di tutto questo non c’è tanto una capacità nei rapporti, perché una capacità di rapporti sarebbe un filo presuntuoso; c’è un grande allenamento nei rapporti, ecco, facciamo così. Un tentativo di, come dire… io e la Tata, ad esempio, ci conosciamo da moltissimo tempo; nonostante questo è comunque ogni volta, come dire, un rapporto che va in qualche modo ricostruito, costruito e sfidato. È questo che serve nella collaborazione fra tutte le entità che ci girano intorno, perché è un ecosistema senza il quale una comunità come questa, appunto, potrebbe resistere soltanto… non so, veramente si arriverebbe molto facilmente alla violenza, più o meno fisica o verbale.

Il mantenimento degli spazi, delle distanze, dei ruoli è una cosa che va costruita nel tempo, non dico con grande intelligenza, perché poi sembra che noi l’abbiamo fatto con grande intelligenza, però, diciamo, con grande perseveranza nel voler stare insieme. L’intelligenza alla fine non è quella che serve. Serve una grande perseveranza nel voler stare insieme, perché tu capisci che il rapporto con l’altro è l’unica roba che ti salva la vita. Se c’è questo, puoi allontanarti, tornare, però poi arrivi ad un compromesso buono nel far le cose, in cui ognuno trova i suoi spazi, ognuno magari scopre i suoi spazi, perché c’è anche un’onestà intellettuale nel dire: “Questa cosa io non la so fare, mi piacerebbe farla ma tu la fai meglio”, piuttosto che una cosa che mi sta capitando recentemente anche in altri ambiti, anche per l’età che ho: incominciare a lasciare spazio a chi arriva dopo di noi.

Non perché uno ha fondato un’opera, allora può dettarne legge per tutta la vita finché non muore. Anzi, quello che deve fare nel tempo è lasciare sempre più spazio a chi arriva dopo di lui, interpretandola a suo modo. Altrimenti, l’idea che io racconto — non vi ho raccontato, lo dico una volta poi non lo dico più — che l’opera la fa il buon Dio, sono un po’ parole al vento. Se la fa il buon Dio vuol dire che non la faccio io. Se non la faccio io vuol dire che qualcun altro dopo di me la può fare bene, meglio di come l’ho fatta io. E su questo sì, su questo i rapporti sono la base di tutto.

I rapporti non sono superabili da nessun organigramma, da niente, nemmeno nell’azienda strutturata dove sono io. È tutta una finta; anche l’azienda più strutturata che voi mi possiate raccontare, è molto falso il fatto che stia in piedi per organigrammi, sta in piedi per rapporti. I rapporti costruiscono un organigramma, non il contrario. Quindi, da questo punto di vista, sì, un grande allenamento nei rapporti, stare insieme, scontrarsi molto e, in fondo, come dico sempre io, non andarsene mai. È molto difficile non andarsene e su questo bisogna avere una certa delicatezza anche nel trattarci.

Uno dei più grandi miei dolori è stato che l’inizio della Casa Gialla è stato fatto con alcune persone che io ho schiacciato in qualche modo. Per cui le ho schiacciate e ho fatto andar via ed è stata colpa mia se sono andate via. Potrei raccontarmi che erano deboli, che non era il loro momento, che bisognava andar veloci perché si costruiva una cosa nuova: tutto falso. È stata una mia incapacità di rapporti che mi ha lasciato una traccia di dolore che mi ricordo molto spesso quando parlo con le persone.

E questa cosa qua non c’è altro modo per impararla che fallendo molto. Il fallimento è una grande palestra, il fallimento è uno dei più grandi doni che il buon Dio ci può dare. Senza fallire, senza sbagliare, come si fa a imparare? Impossibile. Tecnicamente impossibile. Ci sono delle posizioni manageriali nelle quali tu devi dimostrare di aver fatto almeno un’azienda fallita. Sì, li ho visti. Cioè, tu devi dimostrare di aver fatto una cosa che è fallita, perché da lì devi essere passato. Perché vuol dire che sei arrivato al tuo limite e oltre, hai capito, forse; ma se sei lì vuol dire che hai anche voglia di ricominciare.

I rapporti sono la base di tutto, sono molto complicati, è una strada molto lunga. Potrei non presentarmi il 21 ottobre da quel giudice, tanto chi se ne frega, per presunzione, ma io voglio capire cosa c’è dall’altra parte, perché lui ha quella posizione e come migliorare la mia. Se non faccio così, semplicemente evito un rapporto che chissà cosa invece mi aprirà, non lo so.

Ed è un lavoro molto lungo, molto lungo. Nel breve non si costruisce niente, soprattutto nei rapporti ci vuole molto tempo perché ognuno trovi spazio nella sua posizione e si impara anche a rispettarla. In realtà non si impara mai, in realtà ci si schiacciano i piedi con una certa frequenza. Però amiamo molto sfidare la nostra posizione, molto diametrali su molti temi, come con lei, per differenza di età, per vocazione e la vocazione per lei è un lavoro, per tante cose.

Ascoltatrice 2: Ho una domanda un po’ personale: come si integra la vostra vita familiare con la vita della comunità? Per voi è stata una scelta, ma per i figli è stato un dato di fatto, e quindi come l’hanno vissuta loro?

Michele: Noi abitavamo in centro a Busto Arsizio, dove loro potevano andare a fare shopping a piedi, siamo finiti a Sacconago, in periferia, in una ex fabbrica; e quindi detta così, non è che l’hanno presa tanto bene. Non l’hanno presa bene per niente, però la fortuna che ci ha dato vivere in questi luoghi è una fortuna immensa; c’è stata anche una grande componente di fortuna. Però io non rompo quasi mai le scatole alle mie figlie, che a volte non so quasi dove sono; questa mattina mi sono ricordato di mandare un messaggio al gruppo della famiglia dicendo che non c’eravamo a cena e che si organizzassero, e non so cosa abbiano fatto, nonostante siano un po’ grandine, ma è sempre stato così.

Questo ha permesso che, anzitutto, noi non rompessimo le scatole alle nostre figlie spiegando come funziona la vita. Io tento di fare bene il mio lavoro, lo faccio malissimo, tento di mantenere in piedi questa realtà, tento di arrivare a sera; e loro… la prima, che è a Perugia a studiare psicologia, mi ha chiamato sapendo di questa serata e mi ha detto: “Però papà ti ho detto di stare a casa a riposarti questa sera”, perché sono uscito anche ieri sera; però lei in questa cosa qua capisce che suo padre sta tentando di fare qualcosa di buono. Ci sta provando, si arrabatta. Andiamo in palestra insieme, ci vediamo in palestra perché abbiamo deciso questa cosa.

Ma la fortuna davvero è stata quella di rompere le scatole il meno possibile, fare in modo che crescessero guardando altri volti, che non siamo noi; vedono altre cose, altre realtà migliori di noi; ogni tanto ci incrociamo e ci raccontiamo la nostra vita. Ed è bello, io non devo spiegare niente, così è molto più semplice; e loro bazzicano la comunità, La Casa Gialla, da quando sono piccole. Chiaramente crescendo questa cosa si è allontanata. Però scopri che loro raccontano la loro storia nei loro ambiti in una maniera tutta loro, che io più o meno non conosco in realtà.

Poi, in uno spazio molto grande come questo, che è una zona comune dove la gente può venire a fare le loro cene, i loro incontri o quel cavolo che gli pare, dove spesso gli universitari vengono a studiare, a mangiare, a fare le loro serate, ed è molto bello per le mie figlie che loro capiscono che li partano in un posto dove da una parte c’è la comunità e dall’altra c’è la famiglia. Da un lato c’è un posto dove loro possono vivere in una zona franca che però è all’interno di in un contesto estremamente particolare.

Però io non mi ci metto nemmeno un secondo a spiegare alle mie figlie la scelta che ho fatto, né come la devono guardare, né se per loro sarà il futuro. Una, la maggiorenne, per cui non ho potuto intervenire, si è fatta fare un tatuaggio: il simbolo della Casa Gialla, ma io non volevo, però è maggiorenne e non posso fare niente, e ha scavallato l’estate aspettando, adesso tocca a me, ma io non avrei voluto perché io mi auguro che loro, paradossalmente, non facciano la nostra vita. Guardano il mondo, poi se tornano sono contento, se no va bene lo stesso. Però questo gli ha dato un’apertura e gli ha dato dei genitori che non gli rompono le scatole, che già non è poco. Praticamente una vita di grandissima libertà.

Ascoltatrice 3: Ha parlato prima delle figure dei volontari e della Tata. Fondamentalmente in che cosa possono aiutarmi? […] io l’ho visto dallo scorso anno con una compagna di scuola di mia figlia, e dove so che tante cose non potevano essere dette e ovviamente vissute insieme alla bambina, perché anche per esempio, una semplice merenda coinvolgendo questa bambina non è stato possibile organizzarla, anche perché c’erano dei parenti che nessuno poteva sapere. Quindi come si fa a conciliare queste due cose?

Michele: Vai Tata, tocca a te, sei stata citata. Vai Tata.

Tata: Sì, la Casa Gialla è un ambiente particolarmente felice, abbiamo molti volontari, e direi forse, dal loro punto di vista, paletti troppo pochi. Perché per esperienza e hai sentito che queste persone vengono e il loro desiderio è soprattutto di star bene loro. Poi, in un secondo momento, vogliono aiutare questi bambini. Ma fondamentalmente, le persone che abbiamo incontrato in tutti questi anni avevano loro un grandissimo bisogno e noi, devo dire, siamo molto accoglienti, poi questi paletti… ma, no, non ci sono.

Siamo sempre, spero, molto discreti. C’è una cosa che io, ad esempio, io personalmente non voglio mai sentire: le storie di questi bambini. Cioè, io di nessuno so la provenienza o i problemi, perché il rischio è quello di identificare il bambino con la sua storia. Questo bambino che io incontro, gli devo solo voler bene per quel pezzettino di vita che faremo insieme.

Poi la domanda che qualcuno faceva sul dopo, se li vediamo? Due bambini a cui siamo stati molto legati, che ad oggi sono tornati in famiglia e abitano nella nostra città, abitano a Busto, per cui è stato facile mantenere il rapporto. Avevano dei problemi proprio di sopravvivenza; ogni 15 giorni io ed un’amica andavamo a portargli un pacco e quindi con loro si è creato un rapporto.

Omar mi telefona e mi dice: “Tata, vieni a vedere la mia pagella”. Perché lui voleva proprio dimostrare a me e all’altra amica che lui ce l’aveva fatta. Adesso fa la prima all’ITIS Meccatronica, e adesso la sua famiglia ha un po’ superato questi problemi e quindi ci ha detto: “Ma il pacco non portatecelo più, perché magari qualcun altro ha più bisogno di noi”. Però quando prima mi chiedevi che le cose le costruisci solo nel tempo e con i rapporti, è così. C’è solo quel tempo con i suoi rapporti.

Poi magari è vero che non siamo così discreti, che a volte entriamo un po’ a gamba tesa, però la Casa Gialla è un luogo molto accogliente e loro hanno molta cura di questi bambini.

Non lo so, un esempio: è tornata a trovarci una bambina che era stata da noi, Gabriella, forse un paio d’anni. Per due o tre anni è stata con la famiglia che l’ha adottata, senza mai parlare della Casa Gialla. Un giorno parla alla mamma e al papà e chiede della Casa Gialla. Quindi la bambina viene in Casa Gialla una domenica pomeriggio. In Casa Gialla ci sono moltissime fotografie di tanti momenti della vita dei bambini. La prima cosa che ha fatto la Gabriella è stato prendere una seggiola e andare davanti a questi tabelloni di fotografie e vedere: “Ma io dove sono?”. Per fortuna c’è, e lei a un certo punto, in mezzo a questo numero di fotografie, si è vista, lì piccolina: “Ecco, sono io con Ciambe”. Ciambe è un altro bambino. Quindi, questo pezzettino di storia lei aveva bisogno di ricostruirlo, di vederlo. La prima cosa che ha fatto è stata: “Io dove sono?”.

Poi se vuole venire a fare la volontaria…

Michele: Anche l’equilibrio con i volontari è una grande sfida, perché la stragrande maggioranza delle comunità — l’ho capito nel tempo e secondo me hanno pure ragione non fanno entrare volontari. Dico che hanno pure ragione perché, Lucia, secondo me è più facile gestire i bambini dei volontari. Eh sì, il bambino è una passeggiata di salute. Un volontario accanito alle 6:00 del pomeriggio che arriva con un cesto di caramelle quando loro devono portarli a cena… è un momento difficile. Per cui abbiamo dovuto perfino creare un’ODV, cioè andare dal notaio per poterli gestire. Per cui è follia, cioè, è una cosa bella, abbiamo cercato di metterli un recinto, cioè si fa fatica. Però, o è una cosa bella per tutti, per tutti, o non lo è per nessuno. Dopodiché torniamo ai rapporti: è chiaramente un grande equilibrio.

Qualche coppia di volontari l’abbiamo dovuta allontanare perché, per alcune persone che non hanno figli, perché son sole, per tanti motivi, luoghi così possono far perdere il lume della ragione. Sul serio, è incredibile. Io che ho la pancia piena non posso capirlo, non voglio capirlo, ma prendo atto del fatto che per alcuni è veramente un dolore che può fargli perdere il lume. Non dico che li rapiscono, però innescano meccanismi che meritano protezione.

Però quando tu fai, come due settimane fa, una gita, io ero… come dire, avevo… una gita nella quale tutti i 10 bambini escono con 10 coppie di volontari diversi, tu puoi fare una gita senza educatrici con 10 bambini, 10 coppie di volontari, 100 persone e una bella merenda un pomeriggio di un sabato, lo puoi fare solo se hai un popolo, sennò è impossibile. Un popolo, un popolo di persone che ti sostiene. Altrimenti devi prendere cinque cani da guardia e forse ne porti fuori la metà.

Noi facciamo delle vacanze estive dove le educatrici non ci sono. Io e la mia famiglia li portiamo in vacanza a Jesolo; da due anni soltanto e per una settimana, a volte due settimane. Andiamo in vacanza in un villaggio meraviglioso che ci costa una fucilata e quest’anno, in questa settimana, eravamo 50 persone, 50 volontari. Famiglie intere con i loro figli, e i loro nipoti vengono in vacanza, ognuno tiene un bambino e questi bambini fanno una vacanza come io non me la sogno neanche dipinto di averla fatta nella nella mia vita, e secondo me manco voi, in un posto meraviglioso.

Le educatrici stanno a casa, però si fa un grande periodo, un lungo periodo che ognuno di noi potrebbe tranquillamente risparmiarsi, nel quale c’è l’avvicinamento fra il bambino e la coppia che lo porterà in vacanza. Noi ci giochiamo la vacanza. Si torna dalla vacanza. Per loro è un trauma, per tutti, perché loro tornano da un posto un po’ destrutturato — perché a quel punto è liberi tutti — in un posto estremamente strutturato. Quindi anche per loro è un lavoro di ripresa quando tornano. Fare una cosa bella è lunga, non è semplice, richiede tempo.

Tempo; il tempo non si comprime. Il tempo e i rapporti non si comprimono. Ci vuole tempo perché emergano. Molti fallimenti, molta resistenza.

Ascoltatrice 4: Una considerazione: dicevate che i bambini entrano e l’uscita è il ritorno in famiglia, l’adozione o l’affido. Magari… non lo so… ci sono tanti volontari, magari ci vorrebbero più famiglie che diventassero affidatarie, ecco, come possibile modalità di aiutare se stessi e aiutare questi bambini; perché so che c’è grande bisogno di famiglie affidatarie che possono essere part-time, per il weekend, full-time, perché la domanda è tanta, ma l’offerta è poca.

Michele: Ah, guarda, la risposta è molto istituzionale. Uno va ai servizi sociali del proprio paese, dà la sua disponibilità; ci sono tanti percorsi d’affido, percorsi d’adozione, e c’è tanto bisogno, c’è tantissimo bisogno; perché io non so se manchino le famiglie perché non ho tanto questi numeri. Sicuramente il percorso che viene fatto fare a una famiglia per l’affido e l’adozione non è una passeggiata, però è una grande speranza per questi bambini. Però lì la disponibilità è molto istituzionale. Avevamo creato noi, anni fa, un percorso affidi che poi non abbiamo mai rinnovato, ma il comune di Busto lo fa, lo fanno tanti comuni; e c’è molto bisogno perché, in alcuni casi, il ritorno alla famiglia biologica… da noi non si torna, e quindi la ricerca di una famiglia affidataria o adottiva è una strada. Io non so come associno perché è un’associazione che non facciamo noi.

Noi l’unico, forse, pezzettino che facciamo è che gli assistenti sociali più illuminati, quando capiscono che uno vuole intraprendere questo percorso, incominciano a dirgli: “Vai a fare un po’ di caritativa in posti come quelli”. Quindi noi accogliamo anche coppie che hanno fatto, con più o meno successo, percorsi di affido e adozione e incominciano a vedere da vicino l’oggetto del contendere: che è un bambino che piange, che è diverso da te, che non ti ascolta, che è tante cose; ed è un buon banco di prova per capire se questa è la tua vocazione. Prima di trovartela in casa una mattina senza aver avuto, diciamo, questo allenamento; e poi può diventare drammatico.

Perché noi, è vero, citiamo sempre una certa lentezza dei servizi sociali, però è anche vero che loro hanno dei numeri che noi non vogliamo tanto guardare: i fallimenti sugli affidi sono molto alti. Ci sono tante coppie che falliscono l’affido e rimandano il bambino a casa o fanno fatica, per cui loro sono molto prudenti nel dare un bambino, perché si crea poi un’aspettativa reciproca e, quando la smonti, fai male a tanta gente, perché il numero di fallimenti è alto.

Noi seguivamo, l’associazione Cometa anni fa: come iniziare, per vedere come funzionava, quando si faceva una riunione come questa, su ogni sedia abbiamo messo un volantino con l’elenco dei bambini disponibili all’affido e all’adozione per affido e adozione falliti. Erano fogli fitti fitti: adozione fallita, adozione fallita, adozione fallita, adozione fallita, adozione fallita… Quindi è chiaro che è una macchina che ha bisogno di tanta prudenza e tanta intelligenza, perché quando fallisce, fallisce male.

Don Alessandro: Grazie

Michele: Grazie. Grazie a voi.