DON ALESSANDRO LUCINI
Anno 2025/26
FACEMMO VELA VERSO SAMOTRACIA
Diario di viaggio
la missione oltre i confini
Proposta di lectio divina per adulti – decanato di Castano.
12 febbraio 2026
Vi invito a farvi coraggio
Da Cesarea marittima a Malta
(Atti 27, 1-44)
1Quando fu deciso che noi salpassimo per l’Italia, Paolo con altri prigionieri furono consegnati a un centurione, di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Saliti sopra una nave di Adramitto, che doveva toccare i porti della costa d’Asia, salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macedone di Tessalonica.
3Il giorno seguente arrivammo a Sidone; e Giulio, usando benevolenza verso Paolo, gli permise di andare dai suoi amici per ricevere le loro cure. 4Poi, partiti di là, navigammo al riparo di Cipro, perché i venti erano contrari. 5E, attraversato il mare di Cilicia e di Panfilia, arrivammo a Mira di Licia. 6Il centurione, trovata qui una nave alessandrina che faceva vela per l’Italia, ci fece salire su quella.
7Navigando per molti giorni lentamente, giungemmo a fatica, per l’impedimento del vento, di fronte a Cnido. Poi veleggiammo sotto Creta, al largo di Salmone; 8e, costeggiandola con difficoltà, giungemmo a un luogo detto Beiporti, vicino al quale era la città di Lasea.
9Intanto era trascorso molto tempo e la navigazione si era fatta pericolosa, poiché anche il giorno del digiuno era passato. Paolo allora li ammonì dicendo: 10«Uomini, vedo che la navigazione si farà pericolosa con grave danno, non solo del carico e della nave, ma anche delle nostre persone». 11Il centurione però aveva più fiducia nel pilota e nel padrone della nave che non nelle parole di Paolo. 12E, siccome quel porto non era adatto a svernare, la maggioranza fu del parere di partire di là per cercare di arrivare a Fenice, un porto di Creta esposto a sud-ovest e a nord-ovest, e di passarvi l’inverno.
13Intanto si era alzato un leggero scirocco e, credendo di poter attuare il loro proposito, levarono le ancore e si misero a costeggiare l’isola di Creta più da vicino.
14Ma poco dopo si scatenò giù dall’isola un vento impetuoso, chiamato Euroaquilone; 15la nave fu trascinata via e, non potendo resistere al vento, la lasciammo andare ed eravamo portati alla deriva. 16Passati rapidamente sotto un’isoletta chiamata Clauda, a stento potemmo impadronirci della scialuppa. 17Dopo averla issata a bordo, utilizzavano dei mezzi di rinforzo, cingendo la nave di sotto; e, temendo di finire incagliati nelle Sirti, calarono l’àncora galleggiante, e si andava così alla deriva. 18Siccome eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno dopo cominciarono a gettare il carico. 19Il terzo giorno, con le loro proprie mani, buttarono in mare l’attrezzatura della nave. 20Già da molti giorni non si vedevano né sole né stelle, e sopra di noi infuriava una forte tempesta, sicché ogni speranza di scampare era ormai persa.
21Dopo che furono rimasti per lungo tempo senza mangiare, Paolo si alzò in mezzo a loro e disse: «Uomini, bisognava darmi ascolto e non partire da Creta, per evitare questo pericolo e questa perdita. 22Ora però vi esorto a stare di buon animo, perché non vi sarà perdita della vita per nessuno di voi ma solo della nave. 23Poiché un angelo del Dio al quale appartengo, e che io servo, mi è apparso questa notte, 24dicendo: “Paolo, non temere; bisogna che tu compaia davanti a Cesare, ed ecco, Dio ti ha dato tutti quelli che navigano con te”. 25Perciò, uomini, state di buon animo, perché ho fede in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però essere gettati sopra un’isola». 27E la quattordicesima notte da che eravamo portati qua e là per l’Adriatico, verso la mezzanotte, i marinai sospettavano di essere vicini a terra; 28e, calato lo scandaglio, trovarono venti braccia; poi, passati un po’ oltre e scandagliato di nuovo, trovarono quindici braccia. 29Temendo allora di urtare contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che si facesse giorno.
30Ma siccome i marinai cercavano di fuggire dalla nave, e già stavano calando la scialuppa in mare con il pretesto di voler gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potete scampare». 32Allora i soldati tagliarono le funi della scialuppa e la lasciarono cadere.
33Finché non si fece giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo, dicendo: «Oggi sono quattordici giorni che state aspettando, sempre digiuni, senza prendere nulla. 34Perciò vi esorto a prendere cibo, perché questo contribuirà alla vostra salvezza; e neppure un capello del vostro capo perirà». 35Detto questo, prese del pane e rese grazie a Dio in presenza di tutti; poi lo spezzò e cominciò a mangiare. 36E tutti, incoraggiati, presero anch’essi del cibo. 37Sulla nave eravamo duecentosettantasei persone in tutto. 38E, dopo essersi saziati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare.
39Quando fu giorno non riuscivano a riconoscere il paese; ma scorsero un’insenatura con spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave. 40Staccate le ancore, le lasciarono andare in mare; sciolsero al tempo stesso i legami dei timoni e, alzata la vela maestra al vento, si diressero verso la spiaggia. 41Ma essendo incappati in un luogo che aveva il mare dai due lati, vi fecero arenare la nave; e mentre la prua, incagliata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava per la violenza delle onde.
42Il parere dei soldati era di uccidere i prigionieri perché nessuno fuggisse a nuoto. 43Ma il centurione, volendo salvare Paolo, li distolse da quel proposito e ordinò che per primi si gettassero in mare quelli che sapevano nuotare, per giungere a terra, 44e poi gli altri, chi sopra tavole e chi su rottami della nave. E così avvenne che tutti giunsero salvi a terra.
LECTIO
Abbiamo ascoltato, questa sera, un turbine di fatti e di avventure. Un viaggio lungo, ricco di fatiche, ricco di imprevisti, anche di sventure. Anche la nostra esistenza sembra un po’ così, come il viaggio di questa sera, dove si infrangono tante cose contro gli scogli, quasi a sommergerci.
Eppure questi uomini, come noi nella vita, sono salvati dal viaggio stesso, da questo viaggio che si fa, che è il viaggio della Parola che porta salvezza al mondo.
Così potremmo sintetizzare la Parola di Dio di questa sera, che altro non è che, forse, la vita di ciascuno di noi: un navigare tra le onde del mondo; a volte si veleggia sereni, più spesso, invece, si è travolti, ma poi anche salvati. Il naufragio è la metafora della vicenda di ogni uomo e dell’umanità intera: un’umanità destinata ad affogare in se stessa, se rimane chiusa in sé. Eppure la nave, che dovrebbe attraversare il mare con le sue burrasche, rischia di affondare sotto il peso di quello che trasporta e sotto le onde che incontra. Infatti, questa nave, come abbiamo ascoltato, si sfascerà. Però Paolo porterà alla salvezza tutti questi uomini, tutti questi naufraghi.
Questo racconto ci raffigura l’effetto salvifico di Cristo attraverso il testimone Paolo.
I verbi sono spesso al “noi”, quasi come se potessimo essere presenti, come se questo racconto fosse il racconto della nostra esistenza. Anche noi facciamo parte di questa barca e, in questa traversata della vita, noi tutti siamo vittime, come tutti gli uomini, della morte.
Il racconto ci presenta Paolo che, già prigioniero, è pieno di fede. C’è questo contrasto tra lui, incatenato ma libero, e gli altri, che sono invece liberi commercianti ma incapaci di essere veramente liberi, perché preda delle forze del male, delle onde. Mentre Paolo — vedremo, l’abbiamo visto — tiene a bada le forze del male attraverso la preghiera.
Ed è attraverso Paolo che si arriva alla salvezza, che questi uomini arrivano alla salvezza. Ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la storia di questa sera ci racconta che le storie faticose del mondo, anche quelle più tragiche, non riescono a bloccare il cammino della Parola di Dio. Anzi, pare che sia proprio attraverso queste fatiche, queste resistenze, questi avvenimenti naturali, questo egoismo dell’uomo, che vediamo e le sue paure che la Parola di Dio si afferma e vince ogni resistenza.
Il viaggio di questi uomini è in balia delle onde. In questo viaggio c’è l’immagine simbolica di tutta l’umanità; in questo viaggio c’è tutta la nostra storia, che viene sballottata. Eppure la presenza di Dio rimane all’interno di questa storia, nascosta — quasi in un parallelo con Giona, con le dovute differenze — rimane nascosta nella nave, nella stiva, e traghetta questi uomini verso un approdo più sicuro, un approdo più grande, che è quello della salvezza di Cristo.
Apriamo una piccola parentesi sull’annuncio di Paolo e sulla sua determinazione, perché questa sarà fondamentale nell’annuncio e nel portare la Parola. È con la sua determinazione, che parte da lontano, ultimamente da Gerusalemme, dove viene abbandonato da tutti, forse perché aveva abbandonato le tradizioni ebraiche. Viene abbandonato durante il suo processo; però questo rifiuto da parte degli altri è un conforto per Paolo, e gli dà la possibilità di annunciare il Vangelo fuori dai confini di Gerusalemme. Fosse stato difeso, fosse stato salvato, probabilmente non avrebbe intrapreso questo viaggio, non sarebbe arrivato fino a Roma.
Oppure possiamo pensare a quanto successo tra Paolo e Pietro: fosse stato difeso da Pietro, probabilmente il Cristianesimo sarebbe rimasto all’interno del giudaismo — ricordate tutta quella disquisizione sulla circoncisione e la non circoncisione—.
Grazie a questa azione di Paolo, il Vangelo ha la possibilità di superare le Leggi, l’ebraismo e le tradizioni. Sembra un fallimento, ma in realtà è il momento in cui il Cristianesimo fiorisce, perché può andare oltre i confini giudaici e andare verso i pagani.
Sembra quasi dirci, questa sera, che la salvezza arriva per grazia, al di là del merito e al di là delle capacità personali.
Arriva perché c’è qualcuno che la porta su di sé: Paolo, questa sera, porta la Parola nella sua persona, annuncia attraversando il rischio, assume su di sé questa fatica e aiuta anche tutti gli altri che sono con lui, ad attraversarla.
Paolo, in questo racconto, non viene neppure ascoltato, neanche preso in considerazione nelle scelte: “Attracchiamo qua,” dice, ma in realtà si fanno altre scelte, dettate dal profitto e dall’egoismo, sono scelte che vengono attraversate da altre richieste. Mentre Paolo è disponibile all’ascolto della Parola di Dio. Questi uomini gettano il carico e poi anche tutta l’attrezzatura della nave: timoni, remi; ma, alla fine, rimangono comunque in balia della tempesta. Non si vedono più né il sole né le stelle; non sono più capaci di orientarsi: sono completamente persi, persi in mezzo al mare. Tant’è che, alla fine, perdono la speranza di potersi salvare: sembra proprio dell’uomo di tutti i tempi, forse anche di quello contemporaneo, capire che a un certo punto si arriva alla fine, senza nessuna speranza per il futuro.
Se io non ho una speranza che vada al di là del tempo presente, quando arrivo alla fine della mia vita posso solo guardarmi indietro e dire: “Sì, va beh, è andata così”.
Mentre, per il cristiano che crede nella Risurrezione, tutto è diverso: la prospettiva di una vita continua, una vita per cui vale la pena lottare, per cui vale la pena sperare. In questo momento di paura, di resa, in questo momento così tragico, si affaccia una speranza. È la speranza che vive in Paolo, ed è la stessa della Risurrezione di Gesù. Si potrebbe fare un parallelo tra questa esperienza e l’esperienza della morte e Risurrezione di Gesù. È proprio questa Risurrezione che motiva la fede di Paolo, che gli permette di vedere il piano di Dio che si sta realizzando, forse nel momento in cui nessuno spererebbe più: sembra tutto finito, anche la Parola potrebbe finire con Paolo.
La presenza di Paolo fa la differenza in questa barca: non è una salvezza solo per lui, ma è una salvezza anche per tutti. Perché? Perché la Parola si deve compiere. Quel “non temere; bisogna che tu compaia davanti a Cesare” è un imperativo che serve per portare la Parola, che rafforza la fede di Paolo, un imperativo che cambia tutte le prospettive: è Dio che si incarna nella storia dell’umanità, che si incarna ancora, ora, nella nostra storia, nella nostra umanità. Paolo vive la consapevolezza di appartenere al Signore, di essere al suo servizio; è proprio grazie a questa preghiera che gli altri si salveranno.
Vediamo ora come questi uomini riescono a raggiungere la salvezza: c’è una serie di gradini che attraversano.
Il primo passo che fanno è quello di staccarsi da tutte le cose che non servono, cominciando da quelle materiali, futili, che sono solo di appesantimento in questa situazione. In una parola: vanno all’essenziale, incominciano a buttare a mare tutto quello che li appesantisce. Forse questo dice qualcosa anche a noi: le nostre vite sono appesantite da tante cose, da tante fatiche, da tante cose inutili. Bisognerebbe avere il coraggio, nella vita, ogni tanto, di fare qualche taglio — fare il trasloco, in questo, aiuta tantissimo: si capisce quali sono le cose che ci servono e quelle che invece se ci sono bene, se non ci sono… anzi alle volte sono proprio di ostacolo. — Qui riprendiamo qual è il Principio e Fondamento di sant’Ignazio: “l’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio”. È questo il fine; tutto il resto sono dei mezzi che mi aiutano ad arrivare a Dio. Noi alle volte mischiamo le cose, e mettere ordine ci aiuta a staccarci da tutte le cose.
Il secondo passo è quello di rimanere uniti. C’è sempre la tentazione nell’uomo di rompere la solidarietà con gli altri. Siamo tutti sulla stessa barca; ma, quando le cose cominciano ad andare male, c’è sempre qualcuno che cerca di salvarsi a scapito degli altri. Paolo, invece, su questo è molto fermo: tutti ci dobbiamo salvare. Non dobbiamo abbandonare gli altri, non dobbiamo rompere questa solidarietà, introducendo nella nostra vita un “noi” e un “voi” che porta solo divisione, alle volte solo immaginato, che però non ci aiuta a rimanere uniti.
L’ultimo passo è quello di prendere cibo; questo cibo che Paolo sta dando, che è necessario per la salvezza. La maggior parte di questi uomini, probabilmente, lo interpretava in senso fisico – “È da quindici giorni che non mangi, devi mangiare qualcosa, se no svieni” – come pane che nutre la vita, per riprendere le forze. Ma, per un cristiano, quello che dice Paolo ha una profondità diversa. Paolo sta parlando della salvezza: “neppure un capello del vostro capo perirà”; Paolo fa riferimento all’offerta che Cristo ha fatto di sé: all’Eucaristia, al suo corpo e al suo sangue versati per noi.
In questa occasione Paolo tratta i suoi compagni di viaggio come fratelli di una comunità cristiana, come se fossero cristiani anche loro. Sta dando a questi uomini il cibo della salvezza; non è un cibo come tutti gli altri, ma è proprio grazie a questo cibo che noi non periremo: l’Eucarestia.
Questa Eucarestia, guardando un po’ a noi, si può prendere in tanti modi: si può prendere cercando di accaparrarsi qualcosa, di mettere le mani su qualcosa, che invece arriva come un dono, strappandolo a qualcun altro che ne avrebbe tanto diritto quanto noi. In una parola, si può prendere senza condividerlo. Oppure lo possiamo anche condividere con gli altri, ma covando dentro di noi invidie, gelosie e rancori verso gli altri; a volte senza esplicitarlo, lasciandoci impadronire da questi sentimenti, che ci impediscono di fare la comunione, cioè di essere in comunione.
Oppure lo possiamo fare come Paolo, nel modo in cui l’ha fatto lo stesso Gesù, ringraziando, facendo Eucarestia, cioè riconoscendo che quello che si prende, in realtà, lo si riceve come dono gratuito. Si riconosce che questo è un dono del Padre che ci rende veramente figli. Fare Eucaristia è quello che salva questi uomini, e forse è quello che salva anche noi: è riacquistare la speranza e avere in sé la consolazione di Dio, quella consolazione che appartiene a una comunità in cui c’è condivisione, in cui c’è rendimento di grazie.
Concludo facendovi notare una cosa: Gesù non salva DALLA tempesta, ma Gesù salva NELLA tempesta. Ci permette di attraversarla illesi, anche se la tempesta continua. Non si è calmato il vento; le condizioni esterne sono le stesse. Ma è lo stato d’animo con cui la attraversiamo che cambia profondamente. E questo ci dice che il Signore è con noi. Quando siamo capaci di cambiare perché il Signore è venuto ad abitare in mezzo a noi.
MEDITATIO
Vi lascio solo alcune domande per questo tempo.
La prima: come affronto le tempeste della vita? Mi abbatto, mi chiudo oppure sono capace di fare comunione? Sono capace di aprirmi?
La seconda: come vivo il mio rapporto con l’Eucaristia? È una condivisione, una comunione oppure è un accaparrarsi individualistico del “mio” Gesù? L’importante è che la faccia io la comunione? L’importante è che il mio posto sia sempre quello? Oppure sono inserito in una comunità e faccio comunione?
La terza, infine: sono convinto di essere un salvato da Gesù Cristo oppure no? Ho la consapevolezza, dentro di me, che il Signore mi ha salvato?
Forse queste domande ci aiutano a interrogarci su come attraversiamo la tempesta, che arriva per tutti ed è forse la condizione stessa della vita. Come la attraverso? Come la vivo e come riesco a farmi aiutare dal Signore durante le tempeste?
ACTIO
Insieme vogliamo proporci questo gesto: essere Eucarestia, cioè di comunione.
L’invito, che può essere l’impegno della Quaresima — per chi lo desidera — è quello di essere uomini e donne di comunione.