DON ALESSANDRO LUCINI

Anno 2025/26

FACEMMO VELA VERSO SAMOTRACIA

Diario di viaggio

la missione oltre i confini

Proposta di lectio divina per adulti – decanato di Castano.

9 ottobre 2025

Una donna di nome Lidia

Da Tròade a Filippi

(Atti 16, 11-24)

1Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: “Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa”. E ci costrinse ad accettare.

16Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni. 17Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: “Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza”. 18Così fece per molti giorni, finché Paolo, mal sopportando la cosa, si rivolse allo spirito e disse: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di uscire da lei”. E all’istante lo spirito uscì.

19Ma i padroni di lei, vedendo che era svanita la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città. 20Presentandoli ai magistrati dissero: “Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei 21e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare”. 22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi.

Lectio

Anche quest’anno vogliamo iniziare questo ciclo di lectio, che come tema hanno una parte degli Atti degli Apostoli. Questa parte degli Atti degli Apostoli è la parte dell’evangelizzazione.

Un’evangelizzazione che non è solitaria, ma un’evangelizzazione che è un noi, un noi che evita la deriva personale.

Paolo non porta da solo la Parola di Dio, lo vedremo in queste serate, in questi luoghi: ad Efeso, a Gerusalemme e poi a Roma. Questa sera, all’inizio dell’Europa. Abbiamo il Vangelo che viene portato in questi luoghi e andremo a vederli insieme in queste serate.

Innanzitutto cosa vuol dire fare un tempo di lectio: vuol dire dedicarsi un tempo per sé stessi, un tempo per stare di fronte a Dio, un tempo per cercare di capire che cosa Dio vuole dalla mia vita e che cosa mi sta trasmettendo in questo tempo, in questo momento.

La lectio prevede i vari passaggi, per chi magari è la prima volta che partecipa, la prima parte è cercare di capire che cosa dice la Parola di Dio, quali sono i significati, dove è contestualizzata, cercando di capire che cosa la Parola di Dio dice. Poi c’è la meditatio in cui cercare un po’ di capire che cosa Dio chiede alla mia vita? che cosa sta chiedendo a me in questo momento? Qual è quella parola che mi risuona di più, che mi tocca di più, che mi sollecita di più, mi consola di più o mi infastidisce di più, perché anche quella che ci infastidisce, forse val la pena di fermarsi, perché forse il Signore ci chiede di fare qualche passo. E poi c’è il tempo dell’oratio, cioè quando la preghiera diventa orazione, cioè un tempo di preghiera, di affidamento, di incontro con il Signore, perché il Signore è vivo e presente in mezzo a noi, e lo è anche questa sera, in maniera particolare questa sera con la sua Parola.

Questa sera noi siamo in un contesto nuovo per gli Apostoli, un contesto di annuncio, un annuncio differente da quello che hanno fatto fino adesso; prima era con caratteristiche culturali che erano comuni a Paolo e ai Giudei, adesso invece l’annuncio non è più così facilitato, non è facilitato dal clima popolare, dalla ricerca religiosa, dalla sete di salvezza.

C’è questa ricerca tra Dio e l’uomo, questo costituiva un terreno propizio, bastava semplicemente esplicitare ai Giudei, correggere loro il tiro, perché si aprissero a Gesù, dalla cultura giudaica passare poi al Salvatore, che era Gesù.

Ora invece c’è un salto qualitativo e questo salto qualitativo, se andiamo qualche versetto indietro, quando prenderete la vostra Bibbia, andate qualche versetto indietro, troverete che l’annuncio di questo Vangelo viene dirottato attraverso lo Spirito santo. È lo Spirito santo che fa cambiare il percorso a Paolo attraverso una visione notturna. Paolo viene dirottato nel suo cammino verso l’Europa, in Grecia, e Paolo e Sila si aggregano ai compagni, Timoteo e Luca, attraversano e incontrano un mondo completamente nuovo, che è il mondo greco-romano, dove dovranno confrontarsi con un clima culturale-religioso completamente diverso dal loro.

Paolo, insieme ai suoi, non può più usare degli schemi già collaudati coi Giudei, deve trovare e sperimentare dei nuovi approcci. Paolo, lo vediamo in quello che abbiamo letto stasera, nel brano che abbiamo letto, parte però da quello che conosce, dai Giudei, loro si trovavano il sabato, cerca qualcosa di comune, ma come vediamo non si fa imbrigliare dalle cose, non si fa imbrigliare dai luoghi, non si fa nemmeno imbrigliare dalle situazioni. Arriva il sabato, dice la scrittura degli Atti degli Apostoli, in questo sabato Paolo cerca il luogo in cui si ritrovano i Giudei, è bellissimo vedere che questo versetto descrive come nasce la chiesa in Europa: non ci sono le grandi cattedrali, non c’è la folla di popolo, non ci sono tutte quelle strutture che abbiamo in mente; è un sabato e in quella città non c’è neanche la sinagoga per pregare, altrimenti sarebbero andati lì. Ma sanno che ci sono alcuni ebrei e sanno che si trovano a pregare lungo il fiume, e guardate è curioso come non ci siano ebrei maschi, non c’è né nessuno, o almeno gli Atti degli Apostoli non ce li riporta, sono tutte donne che si trovano in un luogo che potremmo dire non è un luogo per la preghiera, lungo il fiume, si trovano lì a pregare, a stare insieme, e gli Apostoli si riuniscono con loro lungo il fiume e seduti parlano con queste donne.

Paolo probabilmente è stato per tanto tempo, prima di incontrare Gesù, schiavo dei luoghi: si pregava solo nel tempio, si pregava solo nel tempio di Gerusalemme; delle situazioni che si venivano a creare, pensate solamente a tutta la purità e l’impurità, e poi magari anche dei generi, pregavano solo gli uomini, le donne andavano da una parte diversa. Cosa doveva essere per lui pregare con solo due donne?

Paolo, insieme ai suoi compagni, è diventato un uomo libero, ed è un uomo libero per lo Spirito santo.

La chiesa in Europa è nata così, quattro uomini e qualche donna, così nasce la prima chiesa d’Europa che noi conosciamo ancora adesso. Nasce di sabato, fuori dalla porta, lungo un fiume con queste donne. E tra queste donne noi sappiamo che c’è una donna che si chiama Lidia, non sappiamo granché di lei, se non che è una adoratrice di Dio, cioè una donna che spende il suo tempo per pregare Dio, è una credente, è ebrea, sappiamo anche che è una donna che ascolta, ha questa dote di ascoltare.

E il Signore, è molto interessante, se andate a rileggerlo lo vedrete, perché è il Signore che le spalancò il cuore, cioè come se la Parola di Dio le facesse uscire qualcosa che aveva già dentro, qualcosa che già custodiva; la Parola di Dio era già dentro di lei, ma il Vangelo gli apre il cuore, fa uscire il Signore che è già dentro.

Il Signore è già dentro a ognuno di noi, è il suono della Parola, e quando uno riconosce il suono della Parola, pensate al suono della voce di Gesù quando Maria va al tempio: Rabbì, questa parola fa riconoscere quello che è già dentro di te, e non puoi non aderire alla Parola, ma non è merito di questi Apostoli, è merito della Parola, che fa fiorire un seme che è già dentro nell’uomo, in tutti gli uomini e in tutte le donne.

A noi sta portare quella Parola che faccia fiorire quello che è già stato seminato dentro di noi.

È bello che questo cuore è spalancato dal di dentro, perché entrando la Parola ci fa riconoscere veramente quello che siamo, è possibile evangelizzare perché il Signore è già presente nel cuore di ogni uomo.

Non so se voi sentite la freschezza di questo annuncio, forse bisogna leggerlo un po’ di volte questo testo, per leggerne e per apprezzarne la freschezza.

È un annuncio nuovo, la novità, l’ebrezza di sperimentare qualcosa di nuovo, l’ebrezza di essere strumento libero nell’azione dello Spirito santo.

Non so se avete mai fatto l’esperienza di andare a portare la Parola di Dio muniti solamente del Vangelo, e basta. È un’esperienza che libera nella vita, è proprio un’esperienza grandiosa e non bisogna avere fatto degli studi biblici, bisogna avere il cuore libero, bisogna essere innamorati di Dio. Quando uno è innamorato di Dio ha dentro questa freschezza, ha dentro questo entusiasmo e la voglia immensa di testimoniare, che spesso però nelle nostre comunità è fortemente soffocata.

Se guardo a questa comunità e guardo alle nostre comunità c’è una differenza profonda.

Queste donne sono capaci di accogliere la Parola di Dio, sono disponibili e libere.

Spesso noi, soprattutto noi credenti, invece siamo l’ostacolo per la propagazione del Vangelo, perché abbiamo perso un po’ questa freschezza. Le cose che ci portiamo dietro, alle volte, possono essere un grande ostacolo.

Poveri ma felici, mi viene da coniare questo termine. Questi uomini non hanno nulla, ma sono degli uomini felici di seguire Dio. Liberi per seguire il Signore, liberi anche di farsi imprigionare, e lo vedremo poi nella seconda parte.

Alle volte capita, a noi che invece abbiamo una storia, di non riconoscere il dono di Dio nell’altro, di non contarci, di non vederlo nell’altro, di non farlo risvegliare con la Parola. Alle volte noi non risvegliamo il dono che c’è negli altri, e ci sono persone che spingono dentro a forza le loro convinzioni, la loro esperienza di Dio come se fosse l’unica, la vera, giusta.

Ma questo, amici, non è evangelizzare, questo è inculcare in altri altre cose. Il Vangelo, lo abbiamo ascoltato, evangelizzare vuol dire tirare fuori quello che c’è già dentro, non mettere dentro a forza qualcosa che noi vogliamo che entri. Questo penso che sia il modo migliore che abbiamo per allontanare le persone dal Vangelo.

Dio ci ha fatto liberi e noi invece, alle volte, schiavizziamo le persone. Noi siamo chiamati a un ascolto vero e profondo, non un ascolto di facciata, un ascolto che sa mettersi in discussione, invece di aspettare solamente come controbattere – io ho smesso di guardare il telegiornale perché non ce la faccio più – perché non c’è l’ascolto dell’altro, c’è un gridare che non è un ascolto, c’è un gridare che non porta da nessuna parte. Invece dobbiamo partire proprio dall’ascolto, è con l’ascolto che si costruisce il Vangelo, è con l’ascolto che si costruisce la pace.

Finché il nostro ascolto non sarà così, come un’attesa per tirare fuori qualcosa dall’altro, non saremo mai una Chiesa missionaria, dove il nuovo, diciamocelo chiaramente, il nuovo fa paura. Quello che non conosco mi fa paura, cambiare dà fastidio a tutti.

Ma finché noi vediamo questo, questo non sarà un’occasione per conoscere, per testimoniare come è per gli Apostoli questa sera, vanno in un contesto nuovo, ma questa nuova cosa non li spaventa perché loro si fidano di Dio. Sanno che Dio farà il suo passo, a loro spetta solamente rendersi presenti. Non hanno paura del nuovo.

Finché noi non saremo così, finché avremo paura e vorremo imporre la nostra idea come il nuovo, come un terreno da conquistare dove imporre la mia idea, non saremo una Chiesa che genera uomini liberi, ma una Chiesa, ahimè, che genera schiavi. Noi non abbiamo bisogno delle maestrine che ti dicono che cosa devi fare. Noi abbiamo bisogno di testimoni, di testimoni che ascoltano e che portano la loro scelta.

E qua vediamo l’altra donna, la veggente. C’è una differenza profonda tra il veggente e il profeta. Il profeta porta la sua testimonianza e paga con la vita. Il veggente ci guadagna, questa è la differenza sostanziale. E quando togli il guadagno a una persona allora tu devi morire, perché tu mi hai tolto quello che mi serviva per stare in piedi, e allora tu devi finire in carcere.

Questo cammino ci fa vedere come questi testimoni non hanno paura neanche di finire in carcere, perché il carcere diventa l’occasione per testimoniare, per essere testimoni della Parola di Dio, non per essere giudici, perché, come vediamo nel testo, poi Paolo salva questo uomo che voleva togliersi la vita, e invece di togliersi la vita avrà la salvezza, un po’ recuperando la morte e la resurrezione di Gesù, scendono per poi risorgere, vengono imprigionati per poi essere liberati.

Questi uomini non hanno paura degli altri uomini, perché sono degli uomini liberi, sono degli uomini liberi per Cristo.

E siamo chiamati anche noi questa sera a fare il nostro cammino, il nostro sforzo, ed è lo sforzo che hanno fatto tutte le generazioni, partendo dagli Apostoli e i discepoli di Emmaus. Gli Apostoli quando hanno dovuto riconoscere il Signore risorto, non è mica apparso così magicamente, anche loro hanno dovuto fare la loro fatica. E anche noi dobbiamo fare, come tutte le generazioni di tutti i tempi, le nostre fatiche. Spesso si sente dire: “dove andremo a finire, la società di oggi non c’è più niente di uguale a prima, non è più come prima” questo lo dicono tutte le generazioni. Tutte, nessuna esclusa.

Il cristiano trova nella novità l’occasione per annunciare il Vangelo, l’occasione profonda per tirare fuori quel seme che è stato seminato non da noi, chissà se un giorno arriveremo a capire che il centro non siamo noi, il centro non siamo noi, il centro è Gesù Cristo.

Quando noi capiamo questa cosa, siamo anche liberi dal fallimento e siamo liberi anche dall’inorgoglirci, perché il [bene] non è merito nostro, ma è merito di Dio.

Dobbiamo fare anche noi lo stesso sforzo di rinnovarci e mantenerci liberi di cuore, liberi dalle tradizioni che schiacciano il Vangelo, perché se una cosa è andata bene per noi non è detto che andrà bene per quelli dopo di noi. Una mamma mi disse così: “voglio che mio figlio faccia le stesse esperienze che ho fatto io perché io sono stata contenta”, io gli ho risposto, “signora se suo figlio fa le stesse esperienze che ha fatto lei c’è qualcosa che non funziona, suo figlio dovrà fare le sue esperienze, dovrà fare il suo cammino”.

Uomini liberi, Dio ci chiama ad essere dei testimoni liberi, liberi per Cristo, noi non siamo schiavi di nessuno, tantomeno di Gesù Cristo, perché il rischio è quello di diventare schiavi di Gesù.

A me colpisce sempre come molte persone vadano da altri per farsi dire che cosa devono fare, per perdere la loro libertà. Non c’è nessuno che ci può dire che cosa dobbiamo fare o no, se non Gesù. Gli altri ci possono aiutare, ci possono accompagnare, ma guai a perdere la propria libertà.

La chiesa che abbiamo incontrato questa sera ci ricorda che noi non possiamo mai smettere di essere una Chiesa libera e una Chiesa missionaria. Se ci facciamo intrappolare dalle nostre cose, se ci facciamo intrappolare dalle nostre Chiese, se ci facciamo intrappolare dai nostri Oratori, se ci facciamo intrappolare dal ‘si è sempre fatto così’, il nostro vescovo Luca ce lo avrà detto milioni di volte, è quell’imprigionare che non aiuta a portare il Vangelo, ma che rimane inchiodato a ciò che Vangelo non è, magari lo è stato, magari non lo sarà più.

Mi piacerebbe che questa sera respirassimo a pieni polmoni una Chiesa come questa, una Chiesa capace di vedere l’altro, di incontrare l’altro, di ascoltare l’altro, e se pensiamo che gli altri non mi vedono, che gli altri non mi ascoltano, che gli altri ce l’hanno con me, forse dovremmo fare un passo indietro, guardarci allo specchio e chiederci, mettendoci in discussione, se forse sono proprio io che non sono capace di ascoltare, di vedere l’altro.

Anche noi questa sera lasciamoci accompagnare e respiriamo proprio una Chiesa libera, a servizio dello Spirito santo, che va dove lo Spirito gli indica.

Non so come rendervi questa immagine, ci ho pensato un po’, faccio memoria nella mia giovinezza, quando uno va senza niente a portare il Vangelo, respira questa libertà, e questa libertà non la si sazia più con nient’altro, non c’è nient’altro che ti può dare una soddisfazione come quella; non c’è nient’altro che ti può riempire come questo, pur non avendo nulla, magari neanche gli strumenti per parlare di Dio, ma quello di avere Dio con te, che cammina con te, quello non ha prezzo.

Meditatio

Mi sembra di respirare questa sera, in questa Chiesa, in questa donna che ci ha accompagnato, che testimonia la sua grandezza nel far fiorire dentro di sé la Parola di Dio, e insieme a Lidia, vogliamo anche lasciarci qualche domanda per questo tempo di silenzio. Nel tempo di silenzio si può riflettere sul testo, su quello che è stato detto, ci sono anche degli altri testi che si possono leggere e poi queste tre povere domande, per questo tempo di silenzio.

La prima: sono capace di vivere in una Chiesa che sia missionaria, umile, che testimonia il Vangelo di Gesù e non una chiesa fatta di maestrine permalose?

La seconda: mi metto in discussione davanti alla Parola di Dio? Sono capace di cambiare i miei giudizi, i miei programmi, le mie abitudini, le mie certezze per seguire il Vangelo? Sono libero di fare questo?

La terza: so stare dentro l’incertezza strutturale del Vangelo, perché il Vangelo è strutturalmente incerto, o preferisco la rassicurante schiavitù delle tradizioni umane?

Domande un po’ provocatorie, però che ci aiutano un po’ a capire dove alberga il nostro cuore.

Actio

Ho pensato a questo gesto: mettere al centro una Chiesa più missionaria, cioè renderci più liberi, respirare a pieni polmoni questi uomini che seguono l’azione dello Spirito nella loro vita.