DON ALESSANDRO LUCINI

Anno 2025/26

FACEMMO VELA VERSO SAMOTRACIA

Diario di viaggio

la missione oltre i confini

Proposta di lectio divina per adulti – decanato di Castano.

13 novembre 2025

Un ragazzo di nome Èutico

Da Filippi a Mileto

(Atti 20, 1-15)

1Cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli esortati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia. 2Dopo aver attraversato quelle regioni, esortando i discepoli con molti discorsi, arrivò in Grecia.

3Trascorsi tre mesi, poiché ci fu un complotto dei Giudei contro di lui mentre si apprestava a salpare per la Siria, decise di fare ritorno attraverso la Macedonia. 4Lo accompagnavano Sòpatro di Berea, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalònica, Gaio di Derbe e Timòteo, e gli asiatici Tìchico e Tròfimo. 5Questi però, partiti prima di noi, ci attendevano a Tròade; 6noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Tròade, dove ci trattenemmo sette giorni.

7Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. 8C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. 10Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: “Non vi turbate; è vivo!”. 11Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. 12Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.

13Noi, che eravamo già partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo fare il viaggio a piedi. 14Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilene. 15Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio; l’indomani toccammo Samo e il giorno seguente giungemmo a Mileto.

LECTIO

Innanzitutto penso e spero di non essere troppo lungo questa sera, taglierò un po’ prima che qualcuno si addormenti e cada dalla finestra.

C’è una doppia marcia in questo racconto che abbiamo ascoltato questa sera, come due strappi che si oppongono: da una parte l’annuncio pressante e vigoroso del Vangelo, una missione che si fa addirittura incalzante, addirittura repentina, e l’altra invece una sosta lunga, quasi un appoggio, un momento di riflessione, quasi, potremmo dirla alla maniera cinematografica, un rallenty, un rallentatore, che è sulla giornata tipo di Paolo, cioè cosa fa Paolo in queste comunità che va a trovare, e in questo momento un po’ più disteso incontriamo proprio la figura di Èutico.

Finora abbiamo visto Paolo che evangelizza, questa sera vediamo Paolo che diventa anche pastore delle comunità che ha fondato e torna a trovarle, anche se in maniera sintetica. Però tra questa fretta, questa urgenza che c’è di visitare le comunità per fare il suo pellegrinaggio verso Gerusalemme – che poi diventerà Roma – c’è questa descrizione solenne dell’ultima cena, è quasi un parallelo, se andate a leggerlo bene, tra l’ultima cena e la passione, la morte e risurrezione di Gesù. Qui c’è la celebrazione delle Eucaristia, che anche qui è fatta al piano superiore – è forse l’unico racconto che abbiamo negli Atti degli Apostoli così dettagliato della celebrazione eucaristica – e quindi ci mostra un po’ anche come dovrebbe essere la celebrazione eucaristica nella nostra vita, e vedremo che importanza acquista per Paolo.

Con i primi versetti vediamo un susseguirsi di nomi, di posti, pare che siano stati percorsi quasi 1500 chilometri. In pochi versetti c’è tanto lavoro, ce né stato molto, ma c’è anche tanto tempo, tanto tempo che Paolo passa anche in viaggio, alle volte anche in solitudine. Però un tempo per Paolo, questo, molto prezioso, a noi ci viene raccontato così, sbriciolato, come se fosse una cosa istantanea, ma all’interno c’è proprio un cammino, e questo cammino di Paolo gli ha permesso probabilmente di meditare, di riflettere, di creare anche, potremmo dire, la teologia di Paolo, cioè la riflessione su quanto gli è accaduto: a Damasco, sulla via di Damasco e quindi l’incontro con il Signore; la sua conversione, da persecutore è diventato testimone del Vangelo e della resurrezione del Signore Gesù; che cosa ha imparato dalla sua predicazione, dall’incontro che ha avuto con tante persone, dall’esperienza anche della paura della persecuzione.

Tanti aspetti che noi non abbiamo documentato, ma sicuramente in questo tempo Paolo, con la luce dello Spirito santo, ha fatto sue e sono diventate parte della sua predicazione e del suo testimoniare.

Paolo fa questo viaggio e non lo fa mai da solo, ma le persone che vanno con Paolo non vengono chiamati discepoli – è interessante anche questa annotazione – cioè Paolo non crea una Chiesa a sé, discepoli sono solamente di Gesù Cristo e questo dice anche l’atteggiamento di Paolo che si fa un vanto anche di non costruire su altre, e poi ricorderà anche la divisione nella Chiesa: “voi siete di Apollo, voi siete di Paolo”, dicendo che questa cosa non ha senso, noi siamo di Gesù Cristo.

Paolo si fa affiancare, ed è interessante, da alcuni compagni di viaggio che condividono con lui il modo di testimoniare il Vangelo, che sono in sintonia con Paolo, ma non una Chiesa propria, la Chiesa rimane quella di Gerusalemme, quella fondata da Gesù.

In questi testi possiamo leggere veramente una dinamicità di Paolo, la voglia di andare incontro a nuovi mondi, la voglia di mettere al centro Gesù Cristo nella sua vita, la voglia di non rimanere ancorato a un posto, a un luogo, a una persona, ma al desiderio fondamentale di incontrare e portare il Signore. Ecco si legge in queste poche righe la freschezza della comunità alla quale Paolo porta, la comunità che Paolo incontra, il desiderio che Paolo ha.

Un piccolo riferimento invece alle nostre comunità, come si sono trasformate nei secoli, soprattutto quando la cristianità è diventata la legge dominante. Ecco si è persa un po’ questa freschezza. E se pensiamo anche alla nostra piccola diocesi rispetto al mondo o anche ai nostri paesi, quanto si è fossilizzata in campanilismi. Qua si parla di una Chiesa universale, una Chiesa unica, invece alle volte sembra di vedere una Chiesa un po’ statica, dove non è possibile magari spostare l’orario di una messa.

Pensate che differenza abissale che c’è tra chi, al tempo di Paolo, non aveva nulla e quanto era libero, quanto era libero pur rischiando la schiavitù, pur rischiando la persecuzione, e invece quanta libertà abbiamo oggi, pur proclamandoci completamente liberi, siamo invece schiavi di tante cose umane. Non siamo più liberi come le erano loro. Quanto erano evangelici senza avere nulla, e noi abbiamo tutti gli strumenti, anche gli strumenti tecnologici, eppure non riusciamo ad essere incisivi, evangelici.

C’è una differenza profonda che non ci deve però schiacciare, non è un invito a mortificarsi, ma è un invito a sperare una Chiesa così, una Chiesa che parta anche da noi così, libera annunciatrice, che non abbia paura di portare il vero annuncio del Vangelo.

Poi ci sono questi versetti, che sono la parte centrale, che vanno dal versetto 7 al versetto 12, dove si fa la memoria della celebrazione eucaristica, dopo tanti nomi, tanti chilometri, tante esperienze, c’è questa pausa narrativa di cui abbiamo parlato prima, dove il tempo a un certo punto si dilata e Luca si prende il suo tempo, si prende il tempo che gli serve per descrivere nel dettaglio che cosa fa Paolo, qual è la sua opera.

Quello che avviene avviene anzitutto di notte, avviene di domenica, il primo giorno della settimana, e anche qua potremmo chiederci per noi cristiani qual è? È veramente la domenica il primo giorno della settimana? Quello più importante?

Celebravano la Pasqua del Signore, cioè la sua resurrezione, che è quello che dovrebbe capitare nella vita di ciascuno che celebra seriamente l’Eucaristia, cioè ricordare la memoria di Dio che è risorto, cioè la sua Pasqua. Possiamo leggere già in questo testo la struttura della celebrazione eucaristica che è rimasta così: prima l’ascolto della Parola e poi la liturgia eucaristica, anche le prediche dei parroci sono rimaste così, lunghe, belle lunghe, è rimasto un po’ così nella tradizione della Chiesa.

Questa predicazione prepara l’incontro con l’Eucaristia, non esiste l’Eucaristia senza la Parola, non può esistere un’Eucaristia che non sia preparata dalla parola di Dio. Anche Paolo si mette in questa linea e spezza il pane della Parola per coloro che sono lì ad ascoltare, per coloro che sono lì a partecipare alla celebrazione eucaristica.

Una preparazione che si prolunga per un po’, troviamo questa descrizione di Luca che anche per alcuni particolari val la pena di guardare un attimo.

Il primo è questo: tra luce e tenebre. Si parla di una stanza dove ci sono molte lampade, questo ambiente molto illuminato che fa da contrasto invece con un ambiente esterno avvolto dalle tenebre, perché è notte. Ecco questa differenza, questa ambivalenza ci dice proprio un contrasto tra la Luce e lo Spirito, simbolo di Cristo, e la notte, coloro che sono lontano da Cristo. Cristo è venuto per illuminare le tenebre.

Siamo in questa stanza, anche qui se potete andare e avete voglia di andare a guardare troverete molte similitudini tra questa serata e il triduo di Gesù: la morte, l’ultima cena, la stanza superiore, la morte e la resurrezione di Gesù, siamo al terzo piano, come dire, quasi tre giorni.

Ecco questi uomini che sono all’interno di questa chiesa, di questa stanza al terzo piano celebrano la cena del Signore, c’è la luce, c’è la parola, che sono proprio i segni della presenza del Signore. Ecco poi ci sono queste persone che stanno ascoltando e alla fine c’è lo spezzare del pane. Questa liturgia, ce l’ha ricordato lo stesso Luca, dura molto, fino a mezzanotte e dobbiamo imparare un po’ ad ascoltare e a conoscere la realtà di Gesù. Non c’è una vera Eucaristia se noi non siamo capaci di conoscerlo, se noi non ci sforziamo di conoscerlo, alle volte si dice “ma sì l’importante che uno vada a messa, poi il resto…” non è proprio così. Se noi non sappiamo a che cosa ci accostiamo, come possiamo conoscere il vero volto di Gesù? Ne conosceremo solamente una parte, quello che ci siamo magari costruiti noi. Non sarà il volto di Cristo, il volto della Chiesa. Per essere il volto della Chiesa abbiamo bisogno di spendere del tempo, alle volte anche tanto tempo. Perché se no il rischio è che facciamo dire al Signore Gesù quello che vogliamo noi.

Vi ricordo che in nome della Chiesa sono state fatte anche tante altre azioni, lontane dal pensiero di Gesù. Lontane dal pensiero di Gesù: l’intolleranza, le condanne, il giudizio, molto lontano dal pensiero di Gesù.

Bisogna fare questo sforzo, lo sforzo di conoscere, lo sforzo di addentrarsi nella parola di Dio, senza lasciarsi scoraggiare, senza lasciarsi addormentare.

Qui in questa sera troviamo questo ragazzo, Èutico che significa fortunato, che sta sulla finestra, e non è un luogo qualsiasi questa finestra, non è un luogo dal quale si entra nella casa, non sicuramente al terzo piano, è un luogo dove si può cadere dalla casa, al massimo, è un luogo un po’ sulla soglia potremmo dire, questo ragazzo sta ascoltando la Parola, sta ascoltando la Luce, ma a un certo punto non riesce ad ascoltare più la parola di Dio e cade in un sonno profondo. Questo sonno profondo lo fa precipitare, come a dire, se non ascolti la Parola che è verità, che ti illumina, tu resti nelle tenebre.

Questa finestra, è proprio l’esempio del passaggio tra la luce e le tenebre. La luce c’è se ascolti la parola di Dio, o se no rischi di cadere nelle tenebre, di cadere nella morte. Ecco è la parola di Dio che dà senso all’Eucaristia. L’Eucaristia, potremmo dire, è un po’ il punto di arrivo, quando tu ti sei preparato, l’hai ascoltata, invece noi alle volte la mettiamo come punto di partenza. Alle volte anche dire ai nostri ragazzi – io lo sentivo dire da qualche coadiutore – “l’Eucaristia è l’ultimo, è il punto di arrivo, arriveranno ad accostarsi alle Eucaristia”. Cominciamo a seminare una parola buona, che conoscano a che cosa vanno incontro, che conoscano chi è Gesù Cristo, se no il rischio è di fare delle cose per sentito dire, ma non di approfondire veramente la parola di Dio.

Questo ragazzo che cade, poi viene soccorso da Paolo e poi pare essere lasciato lì e si continua la celebrazione eucaristica, ricorda ancora un po’ la morte e la resurrezione di Gesù. Paolo abbraccia questo ragazzo e gli ridona la vita. L’Eucaristia può ridonare la vita. Può ridonare la vita.

Paolo scende nella notte, come Gesù è sceso nella notte del male, Gesù entra nel male di tutti noi, di ciascuno di noi, anche Paolo si getta giù, dicevamo, e lo abbraccia come Gesù ha abbracciato Giuda, come ha abbracciato tutti i perduti della storia. Gesù discese agli inferi e tirò fuori i salvati.

L’Eucaristia è proprio questo essere associati al corpo di Gesù che è dato ai fratelli.

Èutico è un po’ il simbolo di tutta la nostra umanità, dell’uomo che vive sulla soglia, che vive sul limite, e la finestra rappresenta un po’ questa soglia della casa tra interno e esterno. Il sonno è il simbolo degli occhi chiusi di fronte alla luce di Dio, che si chiudono di fronte alla parola di Dio.

Il senso forse più profondo, il modo più vero, più pieno di partecipare all’Eucaristia e fare noi stessi questa esperienza, l’esperienza della morte e della resurrezione. Cioè l’esperienza di essere salvati da Dio, di essere resuscitati da Dio attraverso la sua Parola.

La vicenda di Èutico ci indica un cammino, un percorso che è per tutti gli uomini, per tutta l’umanità, perché nessuno si deve sentire escluso dall’invito di Dio a partecipare alla sua Eucaristia. L’Eucaristia non rimane un rito magico, un rito che dice, adesso c’è Gesù e dopo non c’è. Ma è forse un passaggio dall’ignoranza delle tenebre, che attraverso la luce della Parola rischiara e ci fa comprendere il dono che Gesù ha fatto per tutta l’umanità, nessuno escluso.

Quando noi facciamo Eucaristia, quando noi celebriamo l’Eucaristia, non dobbiamo escludere nessuno, perché tutti sono chiamati a partecipare: i peccatori, i migrati, quando escludiamo qualcuno vuol dire che escludiamo il Signore Gesù.

Ci ritornano alla mente le parole che abbiamo ascoltato domenica nel Vangelo [Mt 25, 31-46]: “ero affamato, ero assetato, nudo, carcerato, malato”, fare Eucarestia vuol dire proprio riconoscere che il Signore è venuto a salvarci. A salvarci e a portarci il dono della sua Parola.

Noi dobbiamo fare lo sforzo di tenerle insieme, è uno sforzo grande, perché di solito si ha il desiderio di sceglierne uno dei due, ed è un rischio questo: “no, solo la parola di Dio è quella che ci può dire qualcosa, l’Eucarestia si fa perché si deve fare” oppure il contrario “quello che conta è adorare”, poi magari non sai neanche che cosa stai adorando, chi stai adorando.

Noi dobbiamo fare questa fatica, la fatica del cristiano, tenere insieme la fede e la ragione, tenere insieme la Parola e l’Eucarestia. Solo così possiamo veramente incontrare il Signore, solo così il nostro cuore si allarga e non si chiude nelle nostre piccole faccende, ma si apre alla Chiesa universale.

Che il Signore ci doni la grazia profonda di poter apprezzare l’Eucarestia attraverso l’insegnamento della parola di Dio.

ACTIO

Come proposta di actio, cioè mettere in pratica la parola di Dio, quello che abbiamo ascoltato, vi proporrei di vivere questa unità tra la parola di Dio e l’Eucaristia, quindi quando partecipiamo all’Eucaristia, soprattutto la domenica, chiederci se abbiamo incluso tutti, se abbiamo ascoltato, fatto nostro, imparato qualcosa di nuovo da Gesù, di Gesù e che Gesù vuole insegnare alla nostra vita.

E poi se abbiamo contemplato e riconosciuto la presenza di Dio nell’Eucaristia

Ciascuno poi nella propria vita fa un po’ la sintesi sulla parte dove è più debole.

Quindi l’unione tra la parola di Dio e l’Eucaristia.