DON ALESSANDRO LUCINI

Anno 2025/26

FACEMMO VELA VERSO SAMOTRACIA

Diario di viaggio

la missione oltre i confini

Proposta di lectio divina per adulti – decanato di Castano.

Da Malta a Roma

(Atti 28, 1-16)

1Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. 2Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. 3Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. 4Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». 5Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. 6Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio.

7Nelle vicinanze di quel luogo c’era un terreno appartenente al «primo» dell’isola, chiamato Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l’andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; 10ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario.

11Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell’isola, recante l’insegna dei Diòscuri. 12Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni 13e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. 15I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.

16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia.

LECTIO

Questa sera, il brano degli Atti degli Apostoli ci porta dentro a una scena molto concreta, una scena molto faticosa, quasi drammatica. Siamo di fronte a uomini stanchi, uomini fradici, reduci da un naufragio. Si sono salvati a fatica dalle onde del mare; l’abbiamo visto l’ultima volta che ci siamo incontrati. Sembra non esserci nulla di trionfale, nulla di trionfante; del quale gioire; non c’è neanche la gloria dell’eroe. C’è la fragilità dell’uomo, la fragilità di un uomo sbattuto di fronte alla fatica del vivere, della propria vita quotidiana.

Eppure, proprio all’interno di questo momento di debolezza, Dio si manifesta con la sua presenza. Dentro questo momento di fatica, Dio fa vedere il suo abitare in mezzo agli uomini.

Appena arrivati a Malta, il testo dice una frase meravigliosa: «Gli indigeni ci trattarono con rara umanità» (At 28,2). È bellissimo che la Parola di Dio sottolinei questo dettaglio: sono abitanti che non conoscono ancora Cristo, che non fanno parte del popolo eletto. Eppure, nella loro semplicità, accendono un fuoco, accolgono gli stranieri, si prendono cura di loro. Sono uomini bisognosi; e quindi vanno aiutati.

Queste persone sarebbero quelli che noi consideriamo i ‘lontani’: lontani dalla fede, lontani dal nostro cerchio, dalla nostra cricca. Eppure queste persone, che magari noi non considereremmo capaci — perché lontane dal nostro modo di pensare e di vivere — sono capaci di gesti di accoglienza, di una fraternità umana.

E questo ci insegna una cosa importante: ogni gesto autentico di bontà, ogni gesto autentico di vicinanza, porta con sé un riflesso di Dio. A volte nascosto, ma è un riflesso di Dio. Il Signore ci consola non solo attraverso delle cose straordinarie, ma attraverso una porta aperta della nostra casa, una mano tesa, una persona che ci fa sentire accolti quando siamo nel freddo della vita.

E quel fuoco acceso sulla spiaggia diventa quasi il simbolo della carità cristiana, dell’accoglienza che dovrebbe essere tipica di ogni cristiano. Perché il mondo è freddo quando manca l’amore dell’accoglienza. Tante persone vivono nel gelo dell’indifferenza, del rifiuto, della solitudine, della coltivazione del proprio orticello: “L’importante è che stia bene io con la mia famiglia; gli altri, pazienza”.

Purtroppo, spesso anche all’interno delle nostre comunità, l’importante è il mio gruppo, quello che faccio io, ciò che è importante per me; ma la visione globale dell’altro? Non importa.

E allora il Signore ci domanda, questa sera, con una forza stravolgente, se noi siamo un fuoco che scalda o una freddezza che allontana. Si può attraversare tutto questo nella nostra vita: essere un fuoco accogliente oppure una freddezza che allontana.

Poi il racconto va avanti e si concentra sulla figura di Paolo. È molto significativo vedere cosa sta facendo l’Apostolo. Paolo non si mette da parte dicendo: “Io sono il grande missionario, colui che è stato chiamato da Dio, che si è convertito, l’Apostolo delle genti, colui che era alla scuola di Gamaliele”. No! Paolo sta raccogliendo della legna: una cosa che serve, un servizio umile. Si abbassa, aiuta senza rivalse e senza pretese, semplicemente dà il suo contributo come lo danno tutti gli altri.

Questo è lo stile del Vangelo. Lo stile del Vangelo dovrebbe essere proprio così. Nel cristianesimo l’autorità non dovrebbe essere un dominio, ma un servizio. Più si è grandi davanti a Dio, più ci si sa piegare per amare. Invece, spesso nelle nostre comunità, la logica è completamente opposta: guai a toccare il mio, quello che mi sono costruito, quello che mi sono affannato a recintare. Attenzione alla lesa maestà.

Paolo invece, questa sera ci insegna in maniera semplice che seguire Dio vuol dire mettersi a servizio degli altri.

E proprio mentre Paolo serve, avviene questo fatto increscioso: viene morso da una vipera, un serpente molto pericoloso. Questo particolare ci ricorda che questo atteggiamento può essere vero anche per noi: spesso pensiamo che facendo il bene tutto debba andare liscio. “Io prego, il Signore sicuramente mi proteggerà; non mi succederà niente, non mi verrà nessun male”. Invece, tante volte le ferite arrivano, proprio mentre stiamo cercando di amare, di servire, di fare la volontà di Dio.

La vipera rappresenta il male che improvvisamente si attacca alla nostra vita: una delusione, un peccato che ritorna, una malattia, una parola cattiva, un tradimento, una tentazione, oppure una prova inattesa. Possono essere tanti questi morsi che si affacciano nella nostra vita.

E può succedere che questo ci faccia male. A volte siamo noi stessi ad andarcelo a cercare, chiudendoci in un vittimismo che ci impedisce di gioire; altre volte semplicemente succede.

Ma attenzione all’atteggiamento degli abitanti di Malta: di fronte a questo fatto giudicano subito Paolo. «Certamente è un assassino» (cfr. At 28,4). L’uomo senza Dio giudica sempre in fretta: prima condanna, poi esalta. Infatti, poco dopo, vedendo che Paolo non muore, passano all’estremo opposto: «È un dio» (cfr. At 28,6).

Così anche oggi: il mondo passa facilmente dalla condanna all’idolatria, dall’odio all’esaltazione. E così spesso anche noi dividiamo in buoni e cattivi: “Gli è successo questo, deve aver per forza fatto qualcosa”. Quanto è difficile eliminare dal nostro modo di vivere la giustizia retributiva: “Se gli è successo questo, sicuramente ha fatto qualcosa”.

Quanto è difficile anche per noi oggi sradicare questo accostamento.

Paolo non perde tempo a difendersi, perché non sta cercando l’approvazione di questi uomini. Sa che il Signore è con lui: non si agita, non entra nelle polemiche. Semplicemente compie un gesto veramente potente: scuote il serpente e lo butta nel fuoco. Un’immagine veramente importante: buttare un animale così nel fuoco.

Nella vipera c’è il male. Il male esiste, e il veleno tenta di entrare dentro di noi. Ma Paolo lo getta nel fuoco. Anche noi dovremmo imparare questo movimento spirituale: non accarezzare le vipere; non tenere in mano il rancore, dentro di noi; non alimentare pensieri velenosi. Non custodire dentro il nostro cuore il peccato, la rabbia, l’invidia, la disperazione.

Quando questo veleno entra dentro di noi, è lì che si affaccia il nemico. Quando entra dentro di noi. Pensiamo alle nostre comunità: la rabbia, l’invidia, a volte mascherate da tanto perbenismo, a volte da tanto ‘santarellismo’, ma in realtà corrono dentro di noi e ci impediscono di essere guariti. Ci fanno marcire dal di dentro.

Bisogna avere il coraggio di gettare tutto nel fuoco dello Spirito santo, perché il male che tratteniamo avvelena noi e poi avvelena gli altri. Il male che invece consegniamo a Dio perde potere.

Tante volte ci capita di vedere persone incapaci di azioni buone, durature, persone incapaci di dire il bene, che devono sempre dire il male, come se ad ogni occasione non trovassero di meglio che sputarti addosso il loro veleno. Sono persone avvelenate, che non hanno capito cosa vuol dire consegnare questa fatica, questo veleno al Signore. Conoscono solo quello: avvelenare gli altri, perché è l’unico modo per sostenere una vita così. Sono incapaci di consegnare il veleno a Dio perché le salvi.

Paolo non ne patì alcun male, non perché è un superuomo, non perché è immune, ma perché la sua vita era nelle mani del Signore. Questo vuol dire che il cristiano non soffrirà? No, il cristiano attraverserà le sofferenze, e Paolo soffrirà ancora molto. Ma nulla può distruggere il progetto di Dio su una vita che si consegna a lui; e quando noi non consegniamo più la nostra vita al Signore, veramente, è dal di dentro che incominciamo a riempirci di veleno e siamo incapaci di relazionarci con gli altri.

Dopo questo episodio, Paolo viene accolto nella casa di Publio e c’è una guarigione e molti vanno a chiedergli aiuto — un po’ ricordando come era la vita di Gesù, che guariva i malati —. Ma c’è una sequenza molto importante: prima la vicinanza, poi la preghiera, infine il miracolo. È importante questo ordine che parte anzitutto dalla vicinanza alle persone, passando attraverso la preghiera e poi il miracolo. Questo mettersi vicino alle ferite dell’uomo.

Noi, invece, spesso pretendiamo un miracolo; quando preghiamo, preghiamo sempre per un miracolo. Dovremmo imparare a chiedere la volontà di Dio. Difficile! Ma è un passaggio importante per ciascun cristiano, e parte dal sentirsi vicino a Dio e dal sentirsi vicino ai fratelli e alle sorelle.

Paolo poi riprende il suo viaggio: un viaggio in cui lo vediamo prigioniero esteriormente, ma libero interiormente.

Noi nella nostra vita siamo profondamente liberi — o meglio, così ci proclamiamo — ma siamo veramente degli uomini, delle donne liberi? Liberi di servire il Signore, oppure abbiamo una libertà che in realtà è diventata una schiavitù, che ci impedisce, alle volte, di annunciare il Vangelo perché schiacciati da tante cose che col Vangelo non c’entrano proprio nulla.

Il Signore, questa sera, ci aiuti. Ci doni la grazia di scaldarci al fuoco del suo Spirito, di comprendere la sua Parola e di farci vicini alle persone che il Signore ci ha affidato.

ACTIO

Insieme vogliamo proporci di gettare la vipera, il veleno, nel fuoco, cioè affidare al Signore quello che ci avvelena perché lui ci guarisca e ci custodisca.