11 gennaio 2024 (III incontro)
Senza mai stancarsi [Lc 18, 1-8]
1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. 6 E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
LECTIO
In questa serata il Signore ci propone una parabola e come tutte le parabole ci chiede di immedesimarci nel racconto che abbiamo ascoltato, di porre un giudizio sul racconto di Gesù e come ogni parabola ci espone a sbilanciarci per vedere l’aspetto fondamentale per il nostro Signore Gesù. E’ una parabola che ha un cappello introduttivo e una conclusione e senza cappello introduttivo e senza conclusione si sarebbe tentati di pensare solamente alla Misericordia di Dio, se un giudice cattivo e disonesto, così lo definisce la parabola detta da Gesù, se un giudice amministra così la giustizia, quanto più farà Dio, l’eterno Giusto? Sembra una parabola sulla giustizia sulla Misericordia di Dio, invece ci sono l’introduzione e la conclusione. L’introduzione ci da la direzione su come interpretare, su come leggere questo testo perché ci doni tutta la sua profondità. L’introduzione è questa: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Sempre e senza stancarsi mai. Quindi questa parabola assume un ruolo completamente diverso. Il centro, il protagonista non è più il giudice e non è più nemmeno Dio, il vero centro di questa parabola e la protagonista di questa parabola è la vedova. E’ lei la protagonista, è una vedova devota, che continua nonostante la sua vita, nonostante la sua storia, continua a rimanere fedele a Dio. Rimane in costante preghiera, come Anna che attende il Signore nel tempio, ce lo ricordiamo sicuramente, quando viene presentato Gesù per la circoncisione, questa vedova sta nel tempio tutto il giorno, notte e giorno sempre in preghiera, ed è curioso vedere che, sicuramente non è casuale perché Gesù non fa le cose a caso, che siano due vedove. La vedova al tempo di Gesù esprime proprio la fragilità. La fragilità della vedova è quella che non può sostenersi da sola, è quella che per vivere deve trovare uno dei fratelli del marito che la sposi. Rappresenta un po’ il popolo di Dio che si affida al suo Signore con costanza e fede, nonostante quello che gli è successo nella vita, nonostante la sua situazione di grande sofferenza di vedova, nonostante la sua grande emarginazione sociale e di vita. Lo sappiamo perché abbiamo ascoltato la storia di Ruth. Dietro c’è tutta questa fatica, eppure questa donna è un invito costante alla preghiera. La sua vita è spesa per rimanere fedele a Dio. L’invito che il Signore ci fa questa sera è, anche per noi, di una preghiera costante quasi senza soluzione di continuità. Stava sempre nel tempio a pregare, notte e giorno, direbbe San Paolo nei suoi scritti, usando le sue famose iperboli. Quindi una preghiera che ha priorità su tutto e su tutti, tant’è che noi che viviamo in questo mondo ci chiediamo come sia possibile una preghiera così, una preghiera costante come questa. Per chi vive nel mondo, capisce che il mondo è fatto di frenesia, è fatto da tante situazioni che ci disgregano. Anche la situazione di ascolto, anche le situazioni che non sono negative però sembrano portaci via energie, sembrano un po’ disgregare la nostra giornata. Penso a chi ha famiglia, tante cose da fare, i figli da portare a destra e a sinistra, la mamma ammalata da curare, ce ne sono un’infinità. Come fare quindi? Questa è la domanda, qual è la strada da percorrere perché la nostra preghiera diventi un’orazione continua? Perché noi sperimentiamo questa fatica nella nostra vita. Mi sembra che tre indicazioni possono aiutarci un po’ per rendere la nostra preghiera un’orazione continua.
Il primo atteggiamento è quello della priorità affidare la nostra giornata al Signore è un buon inizio quotidiano che ci ricorda il motivo per cui facciamo le cose, per cui le sopportiamo. Una preghiera che affidi la propria giornata al Signore aiuta a vivere bene. Una preghiera aiutata dalla liturgia, magari la messa, i salmi, ma se questa preghiera non diventa un dialogo profondo di affidamento con Dio, non assume questa qualità di priorità. Dovremmo imparare all’inizio della nostra giornata, soprattutto all’inizio della nostra giornata, a dedicare del tempo al Signore in un dialogo profondo, tra amici. Non tanto un tempo di quantità, quanto un tempo di qualità. Non tanto tempo, ma tempo che vada in profondità. Anche Gesù passava le notti così, passava le notti in preghiera, quando doveva prendere qualche decisione importante si ritirava sempre da qualche parte a parlare con il Padre. Questo non serve forse anche a noi? Il primo atteggiamento quindi è la priorità, ci dice chi è la persona più importante.
Il secondo è quello della continuità nella quotidianità della nostra vita. Se si inizia così la nostra giornata pensando al Signore sempre, con dei gesti, delle attenzioni, guardare l’altro come lo guarderebbe Gesù, che ci chiama a una certa coerenza, ci chiama a stare vicino alle persone, a riconoscere il volto di Dio nelle persone che incontriamo, senza apostrofarle senza pazienza, ma riconoscendo in quello che ci è dato da vivere giornalmente, nelle persone che ci capita di incontrare, riconoscere un pezzettino del volto di Dio. Questo potrebbe essere quello che ci fa vivere la vita vera. Non dobbiamo pensare che: “si adesso faccio il mio lavoro, adesso ascolto questa persona qua, faccio questo servizio che mi è chiesto, poi prego”. Forse dovremmo far entrare la preghiera nell’ordinarietà delle cose che facciamo.
Il terzo atteggiamento, e mi sembra quello più importante, è quello della disponibilità, nel modo in cui preghiamo, nell’atteggiamento che abbiamo nella preghiera. Mi è tornato in mente la parabola del fariseo e del pubblicano, entrambi sono in chiesa, entrambi si rivolgono allo stesso Dio, uno si pensa migliore dell’altro, perfetto, senza errori, nei primi posti; l’altro in fondo, magari nascosto, non alza nemmeno lo sguardo perché si sente indegno di essere di fronte al Signore. Sappiamo bene che il pubblicano torna a casa giustificato. E’ l’umile che si affida a Dio, l’umile che si affida per quello che è, per come è, per quello che ha da offrire al Signore. Io penso che questo sia anche l’atteggiamento che dobbiamo avere nella nostra preghiera, ed è anche un atteggiamento che Gesù ci richiama quando ci dona il Padre Nostro. Nella tua stanzetta davanti al tuo lettuccio a casa tua, l’umile si affida con semplicità, ma con tutto se stesso al Signore. Io vedo molti uomini e donne che entrano nella mia chiesa, la mattina, a metà mattina, al pomeriggio, tanti uomini, tante donne che entrano con semplicità e stanno di fronte al Signore, oppure dicono una preghiera alla Madonna. Ecco questi sono alcuni spunti per vivere la propria preghiera.
Poi c’è questa promessa che il Signore fa: “Io farò giustizia prontamente” e questo qualche difficoltà in più ce la mette. Sulla prima parte della parabola siamo tutti d’accordo, ma credere che il Signore faccia giustizia prontamente ci crea qualche difficoltà, perché quando questa giustizia non arriva? O almeno non arriva su questa terra. Cosa si fa? Immagino che succeda anche a voi che le preghiere non si esaudiscano, che quello che chiediamo non trovi una risposta pronta da parte del Signore. I nostri desideri non collimino con i suoi, che il giusto sembri un po’ abbandonato. Innanzitutto il primo atteggiamento dovrebbe essere quello di affidarsi a Lui, come si dice nel Padre Nostro: “sia fatta la Tua volontà”. E con questa premessa voglio dire che accetto la volontà del Signore più che la mia. Ma se non fossi capace perché quello che chiedo mi sembra giusto, mi sembra buono, e non arriva? Come la mettiamo? E’ proprio in questa situazione che possiamo rileggere la chiusura di questo brano, che ridà un senso nuovo a questa parabola che dice così: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. E’ una domanda che sembra un po’ un sasso erratico, sapete quei sassi giganti che si trovano in montagna in mezzo al prato, tu li guardi e dici boh! Questo cosa ci fa qui? Da dove è venuto? Quei sassi che sono lì e tu non capisci da dove vengono. Ecco questa frase sembra un po’ messa lì così. Invece è proprio il termine del brano. Dio che conosce la vita meglio di noi, anche se a volte noi gliela vogliamo raccontare, sa che la fede è difficile da mantenere, sa che la fede è difficile soprattutto in alcuni casi della nostra vita, quando le nostre certezze un po’ vacillano e lasciamo da parte tutti i commenti che sarebbero facili e che ci portano fuori da questo seminato come: “i giovani non hanno più fede, non c’è più rispetto, dove andremo a finire… “ perché se prendiamo questa strada diamo una interpretazione pastorale, ma questa non è una interpretazione pastorale, Gesù non ci sta dando una indicazione pastorale. Perché l’indicazione pastorale ci permette di dire che a me questa cosa non succederà, non mi succederà di perdere la fede. Ma questa affermazione del Signore è antropologica, cioè esprime la natura dell’uomo e della donna di tutti i tempi. E se la leggiamo come una affermazione antropologica diciamo che anche noi prima o poi dobbiamo farci i conti. Tutti prima o poi dovremo fare i conti con questa domanda: “Ma il Figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra?” E nessuno di noi si può chiamar fuori se veramente ce la poniamo, neanche i santi. Pensiamo a Santa Teresa, Madre Teresa, che ha vissuto tanti anni nella fatica dell’incredulità. Finché tutto va bene è anche facile affidarsi a Dio, diventa quasi un talismano, ma quando arrivano le prove? E’ qui che siamo chiamati a mantenere viva la nostra fede. Rimango profondamente stupito ed edificato dalla fede della gente, gente che ascolto, magari una vita piena di peripezie, di ferite, eppure mantengono una fede incrollabile nel Signore. E la preghiera, sembra dirci questa sera il Signore, è proprio la linfa che mantiene viva la nostra fede. Che è quello che ad ogni buon conto ci salverà la vita, la nostra fede. Senza preghiera non possiamo far crescere la nostra fiducia in Dio, soprattutto nei momenti di fatica. Mi riferisco anche a quello di cui abbiamo parlato prima, di un rapporto vivo con Dio, di un rapporto sincero con Lui. Una preghiera che porta se stesso e la propria vita davanti al Signore, sostenuta dalla preghiera della chiesa.
Recentemente ho celebrato un funerale, il funerale di una donna di 45 anni, più giovane di me, e diceva cosi quando sono andato a trovarla all’hospice: “Don Alessandro io ho vissuto una buona vita, non ho né rimpianti né rimorsi, il Signore mi chiama, sono pronta” una fede così non si improvvisa, né lo si fa per convenienza, non regge. La si costruisce come la vedova di cui abbiamo parlato, ogni giorno con insistenza, costruisce con costanza il suo rapporto con il Signore. Forse da questa sera dobbiamo portare a casa l’esempio di questa donna di cui si racconta in questa parabola, che sia esistita o no, a noi non interessa. E’ una parabola, è la donna di tutti i tempi è la chiesa di tutti i tempi, noi siamo chiamati a questa preghiera. Il motivo della preghiera è innanzitutto perché fa bene a noi perché mantiene in vita la nostra fede e il nostro rapporto con il Signore. Vi lascio alcune domande per questi istanti che vivremo nel silenzio in cui possiamo contemplare e gustare la presenza del Signore nella nostra vita.
Com’è il mio rapporto con il Signore? Sono capace di affidagli la mia vita ogni giorno, giorno per giorno?
La fede è un dono da chiedere continuamente senza darlo per scontato, so ringraziare per questo dono invocato con umiltà sincera?
Riesco a non farmi mangiare dalla frenesia della vita, dalle molte cose, dando la priorità al Signore?
Chiediamo al Signore che ci aiuti e ci accompagni, ci doni sempre la grazia di vivere e scoprire la nostra fede.
ACTIO
Avrei pensato ad un actio per voi, una actio molto pratica, forse un po’ impegnativa, ma va bene. L’actio è questa pratica molto antica che si chiama La visita al Santissimo Sacramento. E’ una pratica molto semplice e si tratta di entrare in chiesa a fare una visita al Signore. Non conta per quanto tempo, ma è un modo, una disponibilità a dire “Anche oggi cammino con Te”. Una cosa molto semplice che può essere fatta anche più volte nella giornata. Ciascuno faccia secondo il proprio cuore, in cui uno, di fronte al Santissimo, si mette la propria giornata, la propria vita, si ringrazia il Signore per l’inizio della nuova giornata. Un tempo così, un sentiero che ci porta anche alla Quaresima, un tempo anche in cui poniamo il Signore al centro del mondo.