8 febbraio 2024 (IV incontro)
La parte buona
[Lc 10, 38-40 – Marta e Maria…]
38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
LECTIO
Questo brano famosissimo di Marta e di Maria è di solito commentato da noi sacerdoti più volte e molto spesso ci si sofferma molto sul diversissimo atteggiamento delle due sorelle e spesso l’accento cade proprio, su come è giusto sia, che la priorità sia data a Gesù, una priorità che deve essere innanzitutto dell’ascolto del Maestro, più che tante altre faccende. A volte si sottolineano anche le motivazioni per cui si fanno delle cose rispetto al fare stesso, altrimenti il nostro agire diventa un agire cieco, senza motivazione. La priorità stà senza dubbio nel cercare, nell’ascoltare i consigli di Dio. Da lì poi nascono tutti i carismi, anche i carismi della Chiesa, molto diversi, ampi, grandi, i più disparati, se invece non ascoltiamo la voce di Dio seguiamo noi stessi e basta. Ma questa sera il tema non è questo, o meglio, non è il tema principale di questa serata. Il tema principale è l’ospitalità e l’ospitalità è innanzitutto nella Bibbia, nella società al tempo di Gesù, dove l’ospitalità era sacra, dove l’ospite era da accogliere come un dono, richiedeva tutte le tue attenzioni, da quelle più materiali, alle attenzioni legate alle sue esigenze, ad ascoltare appunto, l’ospite aveva un posto di rilievo nella casa. Quando c’è un ospite nella casa si rinuncia a delle cose, magari si tende ad offrire le cose migliori, magari delle cose che noi non compriamo mai. Avere un ospite nella casa non è un disturbo, come potrebbe sembrare a volte oggi, ma al tempo di Gesù era un onore, una occasione di rilievo per la famiglia che ospitava. Ma fino a qui potrebbe essere semplicemente una buona creanza, oppure si potrebbe interpretare come un uso culturale che poi si è perso nel tempo. Nella Bibbia però non è solo così, c’è anche tutta una parte teologica, cioè una parte che riguarda Dio. Innanzitutto l’attenzione di Dio è per il viandante, per coloro che sono nel bisogno, per coloro che sono alla ricerca di Dio. E parte proprio da questa ricchezza di un Dio d’Israele prima e di Gesù poi, che si fa vicino alla vita delle persone ferite, pensate a Rut, pensate ad Elia, ne ho citate alcuni, ma la Bibbia è proprio ricca di questo continuo peregrinare in questa accoglienza in questa ospitalità di Dio, pensate a tutti i patriarchi. Vivono la vicinanza e l’ospitalità di un Dio che si fa presente nella loro vita e di riflesso anche in Israele prima e nei cristiani poi, vivono un’ospitalità così, perché nel viandante, nell’ospite, nell’esule, nell’ospite che si riceve a casa propria si può riconoscere la presenza di Dio. Non puoi sapere chi si nasconde dentro l’ospite che entra dentro la tua vita. Basterebbe andare a rivedere il libro di Tobia. L’ospitalità ha delle regole ben precise. La prima è quella di far sentire l’ospite a proprio agio, di ascoltarlo di metterlo al centro delle proprie attenzioni. Ma venendo al brano di questa sera Gesù sceglie di andare in questa casa, in questa casa in cui tornerà più volte, e lo sappiamo dal Vangelo di Luca, dal Vangelo di Giovanni, due scene separate, e poi Gesù tornerà un’altra volta, ci raccontano i Vangeli, alla morte di Lazzaro, anche se si ferma all’ingresso del paese. È logico quindi pensare che Gesù sia tornato più volte in questa casa durante la sua vita.
Allora ci facciamo alcune domande questa sera a cui cercheremo di dare delle risposte. La prima è perché Gesù ritorna più volte in questa casa? Perché ritorna più volte da queste persone, da questi tre fratelli? Che cosa ha trovato di così speciale? Perché Gesù va in questa casa? Non si fa fatica a immaginare un Gesù stanco, stanco dalle pressioni di essere giudicato dai farisei, stanco dei tranelli che continuano a porgli per farlo cadere, probabilmente stanco dell’ipocrisia della gente, delle pressanti richieste, anche se lecite, di tutte le persone che vede in difficoltà, che aiuta e probabilmente possiamo immaginare che Gesù porti su di sé il peso e la fatica di tutte queste persone. Io penso che Gesù trovasse in questa casa un’oasi in cui riposare, in cui godere della quotidianità che la sua missione gli toglieva. Ha fatto tanti anni Gesù nel nascondimento, sono solo gli ultimi anni che ci riportano i Vangeli. Penso che abbia trovato Gesù un’amicizia disinteressata, in questa casa. In questa veste vediamo un aspetto molto umano di Gesù, nelle sua vita legata proprio all’amicizia legata con Marta, Maria e Lazzaro, ce lo dice il Vangelo di Giovanni che era molto amico di Lazzaro. Io penso che Gesù vada in questa casa perché si è instaurato tra loro un rapporto di amicizia vera. Che cosa ha trovato in questa casa? Io ho trovato queste caratteristiche e mi sembra che siano caratteristiche importanti, che riconosco in questo nucleo familiare. La prima caratteristica mi pare che sia l’ascolto, un ascolto vero di chi vuole conoscerti fino in fondo, che non prevede risposte preconfezionate, che non prevede risposte a tutto, che non raccoglie informazioni solo perché possano essere usate al tempo opportuno, un ascolto che non si scandalizza, ma che fa tesoro della sua parola, la Parola di Dio, che vuole conoscere con tutto il cuore la vita dell’altro. Mi pare di intuire questo nell’ascolto di Maria. È come fa Maria con Gesù: ascolta, gli domanda, lo mette al centro, è interessata al suo messaggio, è interessata alla sua vita, è interessata al suo ospite. C’è, mi pare, una vera amicizia che parte dalla conoscenza e probabilmente poi anche dalla confidenza. È nell’ascolto che si cresce, si conosce e si salda un vero rapporto di amicizia, che è la base dell’accoglienza. E poi mi sembra di leggere un’altra caratteristica di questa casa che è quella della libertà. L’amicizia non è mai una costrizione, quando l’amicizia diventa una costrizione diventa un obbligo, e l’amicizia non è un obbligo, è un dono. L’amicizia è un dono gratuito, che non è esclusivo, quando un rapporto di amicizia diventa esclusivo cambia e può portare addirittura alla morte dell’amicizia stessa. È facile immaginare il rapporto fra queste persone che è un rapporto libero e liberante, perché così era Gesù. Libero perché frutto di una scelta, una scelta libera. Liberante perché aiuta a generare libertà, cioè aiuta chi la vive ad essere libero, ad essere capace di ospitare anche altre persone. Poi mi sembra di leggerci questa caratteristica il riposo della quotidianità, un luogo in cui abbassare le difese, in cui sai che la tua parola non sarà fraintesa, non sarà usata contro di te, una casa in cui nessuno chiede qualcosa a Gesù, non ci sono persone che chiedono, non chiedono neanche la guarigione del fratello. È un luogo in cui può restare per godere la compagnia dell’uomo e della donna, un luogo in cui si può gustare, capire, approfondire e godere proprio fino in fondo della compagnia, dell’amicizia, dell’ospitalità che viene offerta. In una parola un luogo in cui Gesù vive la quotidianità, in cui vivere la familiarità dei rapporti. E poi un ultimo aspetto che prendo dal Vangelo di Giovanni, la scena in cui si usa il barattolo di nardo, potete poi andare a rivederla, Maria cosparge i piedi di Gesù con il nardo, un gesto che esprime più di molte parole l’attenzione rispettosa e affettuosa di questi fratelli. Mi sembra che sia il profumo di questa ospitalità; sembra diffondersi nell’aria contagiando chi ha il cuore puro. Però questo profumo fa scattare invece in chi vive nell’invidia e nella chiusura, come Giuda, fa scattare un meccanismo diverso, perché chi non è capace di vivere un’accoglienza vera e liberante, prima o poi cercherà, come può, di mettere in cattiva luce, perché questo suscita in lui una ferita ancora più profonda che lo fa sentire ancora più solo, come succede poi a Giuda, questo vale sia per l’ospitalità, quanto anche per l’amicizia.
Io capisco molto la condizione di Gesù, la condizione che vive e perché vada in questa famiglia. Mi sembra che sia un messaggio molto attuale anche per noi, soprattutto nei nostri ambienti. Penso che sia bene tenere alta l’attenzione su come sono le nostre relazione all’interno della comunità cristiana, soprattutto nei paesini piccoli come i nostri, perché il rischio è veramente elevato. La prima cosa su cui bisogna porre attenzione è proprio l’ascolto. Io sinceramente fatico a vedere veramente delle persone che ascoltano gratuitamente, vedo sempre più nella gente un desiderio ed un ascolto finalizzato a qualcosa. Finalizzato ad imprigionare, finalizzato a carpire delle informazioni, a trovare qualcosa che non va, finalizzato ad essere soddisfatti in chi ascolta, quasi a trovare un appiglio, oppure ascoltare per poi dire una cosa che sta a cuore a me, come succede spesso, incontrare delle persone che non è che ascoltano, sentono quello che dici per poi prendere lo spunto per dire quello che hanno in mente loro, quello che hanno a cuore loro. Però questo qua non mi sembra un ascolto vero, purtroppo lo vedo nelle famiglie, nelle amicizie, nelle discussioni, in televisione, mi sembra che l’ascolto vero sia un’altra cosa, l’ascolto vero è quello che inquieta l’ascoltatore, si fa fatica ad ascoltare, perché ascoltare vuol dire portare dentro di sé il peso di qualcun altro, è un esercizio molto faticoso e forse è per questo che non lo vedo spesso. Poi un’altra cosa su cui vigilare se vogliamo praticare davvero l’ospitalità è quello della libertà, noi non siamo chiamati ad obbligare le persone, con buona pace di tutti, noi dobbiamo proporre, certo non sto parlando di casi limite dove è chiaro che intervenire vuol dire salvare una vita, io leggo più nel nostro contesto una mancanza di libertà proposta agli altri, vedo più un crescere esponenziale di ricatti emotivi, alcuni impliciti altri proprio espliciti. Tutti quei sotterfugi che puntano ad imprigionarti attraverso i sensi di colpa, attraverso le parole dette a metà per suscitare un rimorso, attraverso le frecciatine velate, così uno può mantenersi la coscienza pulita, ma che in realtà pulita non è, anzi. Noi dovremmo esprimerci per costruire comunità libere, che sono affascinate dalla figura di Gesù, affascinate dalla sua Parola, affascinate dalla semplicità, dalla radicalità, dalla libertà che il Signore ci chiama a vivere. Ecco l’ospitalità vuol dire vivere quegli aspetti che ti fanno sentire a casa tua, vuol dire accogliere le persone che arrivano. Mi sono anche domandato se le nostre comunità riescono a vivere questo aspetto della vita cristiana. Mi sembra di leggere negli anni, ormai vado verso i cinquanta, e di comunità ne ho viste un po’, mi sembra di vedere che molte persone sono proprio incapaci di collaborare, di costruire comunità, di fare ospitalità. Se tu togli loro il pezzettino si offendono e ti portano il muso come se fosse un dogma della fede tradito. O quando affidi a qualcuno un compito, scattano poi mille e mille gelosie e le persone chiedono che avrebbero potuto farlo loro, ma non ne sono capaci. Mi sembra veramente di leggere dei modi infantili nelle nostre comunità, sicuramente non cristiani. Gesù era un uomo libero e liberava, che costruiva rapporti di libertà. Non mi risulta che nel Vangelo Gesù abbia mai tenuto il broncio a nessuno, o fatto dei ricatti emotivi, anzi ha lasciato liberi anche i suoi dodici di andarsene quando la strada si è fatta più impegnativa: “Volete andarvene anche voi”. Eppure la nostra comunità dovrebbe essere proprio come la microcomunità di Betania, quello è il modello, il luogo dell’ospitalità, il luogo dell’accoglienza, il luogo del perdono, il luogo in cui tu conti come persona, non per il ruolo che hai, preti compresi, e questa microcomunità che accoglie Gesù in Betania è il luogo in cui Gesù si rifugia, Gesù si rifugia in un luogo così, semplice, umile, ma vero. Forse è per questo che Gesù preferiva i poveri, perché i poveri sono veri.
Vi lascio questa domanda che potrebbe farvi saltare sulla panca. Voi siete così come questa comunità, con i vostri figli, con le vostre famiglie, con i vostri preti, con le vostre suore, con i vostri amici, con le persone in generale?
Questa pagina biblica necessita di essere contemplata, guardata più volte, ma soprattutto va fatta nostra come comunità, altrimenti non saremo mai quel luogo in cui Gesù viene a riposarsi, se non costruiamo un’accoglienza, come l’accoglienza di questi tre fratelli.
MEDITATIO
Vi lascio anche alcuni punti per questo tempo della meditatio:
- Come vivo il rapporto con la mia comunità, so essere accogliente e capace di costruire comunità, oppure sono un lupo solitario?
- Sono capace di rendere le persone libere, oppure cado spesso in ricatti emotivi, magari senza accorgermene, creando nelle persone sensi di colpa?
- Sono capace di godere degli spazi di accoglienza che il Signore offre alla mia vita, oppure li evito perché aprono una ferita profonda in me e non voglio consegnarmi agli altri?
Questi sono tre piccoli spunti per vivere l’accoglienza nelle nostre comunità, nella nostra vita, nel nostro cuore, nelle nostre relazioni. Che questa microcomunità di Betania aiuti anche noi a lasciarci interrogare, a lasciarci aiutare a creare una comunità che sia accogliente e generi amicizia innanzitutto con il Signore Gesù
ACTIO
La prossima lectio sarà dopo la Quaresima, in questo tempo vi chiedo di provare ad essere accoglienti, ascoltando il prossimo, le persone che il Signore ci pone sul nostro cammino. Mi sembra che questa sia una proposta che ci può aiutare a vivere questo tempo di Quaresima che rechi tanta conversione.