16 novembre 2023 (II incontro)

Ancora un anno [Lc 13, 1-9]

1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. 6 Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8 Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9 e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”.

LECTIO

Oggi siamo di fronte a questo brano dal Vangelo di Luca a cui è stato dato il titolo di “Ancora un anno”. Questo brano del vangelo si può facilmente dividere in due parti: i primi cinque versetti e gli altri cinque versetti. Nella prima parte mettiamo la nostra condizione umana che prevede l’ineluttabilità della vita nell’incontro con la morte, la seconda ci apre invece alla missione divina ci apre alla speranza che è data dalla grande misericordia di Dio.

Approfondiamo la lectio. La prima parte potremmo intitolarla: la morte, l’ineluttabilità della morte e la seconda parte invece la misericordia. I primi cinque versetti di questo capitolo, che poi vengono ripresi alla fine del capitolo 13, nel lamento di Gesù su Gerusalemme, che annuncia la sua morte. Come se ci fosse un capitolo in cui la morte, di cui si parla all’inizio, poi viene presa sulle spalle di Gesù che decide di consegnarsi nella sua Croce. Questo Vangelo ci presenta due fatti di cronaca, probabilmente due fatti di cronaca molto conosciuti in quel tempo e che costringono la gente a riflettere, sono fatti che accadono e costringono la gente a riflettere sulla loro vita di fede, su quello che succede e darsi delle risposte riguardo a questi fatti. Il primo l’abbiamo sentito è proposto dai Farisei che lo utilizzano come strumento per mettere in difficoltà Gesù. Un’uccisione con molte vittime di alcuni Galilei quindi di amici di Gesù, potremmo dirlo così, il popolo di cui Gesù fa parte, un fatto che mette in gioco la libertà dell’uomo, sono io che scelgo di fare del male e decido di uccidere alcune persone. Nel secondo che è proposto dallo stesso Signore ci mette di fronte invece all’ineluttabilità della violenza del creato a quello a cui non si può scampare, che non si può decidere, però c’è un orizzonte unico che è quello della morte, della definitività dell’uomo a cui nessuno può scampare. Questi due fatti scuotono il credente, il credente al tempo di Gesù e anche noi adesso perché ci si ritrova a riflettere perché Dio permette la violenza, permette i soprusi, i disastri, i terremoti. Se il primo è di facile risoluzione perché c’è un colpevole: lui che ha sbagliato è giusto che paghi, la nostra giustizia funziona così, sembra anche molto semplice, anche molto facile risolverlo, all’apparenza. Nel secondo invece non c’è un colpevole, non c’è qualcuno da incolpare, se non Dio, e ci si chiede il perché. Sono due atteggiamenti molto diversi tra di loro, che coinvolgono la nostra coscienza, la nostra fede. Sono su due livelli completamente diversi. Nel primo caso ci si aspetta che Gesù divida i buoni dai cattivi, quelli che sono stati buoni vengono salvati, quelli che non sono stati buoni vengono condannati. Alcuni sono innocenti altri sono colpevoli. La seconda pone una domanda più teologica che riguarda Dio, come si può porre la propria fiducia in un Padre se un innocente soffre, se non c’è un colpevole, se quello non ha commesso nessun crimine, Gesù però non si fa imprigionare da questa logica, non si fa imprigionare da quello che gli viene chiesto, ma allarga il discorso.

La prima è una provocazione, Gesù è un Galileo, per cui si fa leva su Gesù che si scagli per poi respingerlo e denunciarlo di fronte a Pilato come un ribelle perché poi venga accusato. L’altra invece, abbiamo detto, è teologica, cosa fa Dio, come ragiona Dio, Gesù sfrutta questi due esempi per andare ad un livello più profondo, ed il livello più profondo è quello della conversione dell’uomo: “voi pensate che questi siano più peccatori di altri? No. Se non vi convertirete perirete nello stesso modo”. Toglie una connessione diretta tra il male se faccio del bene devo avere del bene se faccio del male devo avere del male, devo essere punito da Dio, Gesù con la sua vita scalza la giustizia reprimitiva dell’Antico Testamento. Lo scalza soprattutto con la sua testimonianza, con la sua vita, con lo scopo della sua vita: il figlio di Dio muore in croce. Morire in croce voleva dire essere condannato, voleva dire essere un peccatore. Dio chiama tutti alla conversione, alla conversione nella logica di Dio.

Potremmo concludere così: davanti al negativo della storia umana ci sono due strade: la prima è quella prepotente che divide subito tra buoni e cattivi, potremmo citare la parabola della zizzania e del buon seme, dividere i buoni dai cattivi in nome della giustizia, oppure si può considerare il male come inevitabile, fatale; oppure invece si può intraprendere un’altra strada quella del buon discernimento, quello di aprire gli occhi di fronte alle situazioni, un aprire gli occhi che ti fa cambiare la vita, che ti fa modificare il modo di vivere.

Oggi, come al tempo di Gesù, pensiamo che la sofferenza sia un male da scalzare immediatamente dalla nostra vita, come se non dovesse mai far parte del nostro cammino, e per alcuni mali forse è anche così, però può essere anche un’occasione pressante alla conversione, forse basterebbe guardare un po’ i santi, coloro che sono stati capaci di trasfigurare anche le condizioni di male per trasformarli in conversione di vita. Il Vangelo sembra quindi proiettato dal giudizio all’occasione di convertirsi, è l’occasione fondamentale dell’uomo che richiama anche Gesù questa sera ed è quello che ci permette di innestare la parabola del fico, altrimenti sembrano proprio due cose che non stanno insieme, in realtà sono conseguenziali, perché Gesù la racconta per spiegare l’altro, non avrebbe logica se non si vedesse in questa logica della conversione. Bisogna un po’ passare dal giudizio umano al giudizio divino.

Innanzitutto dobbiamo dire che questa parabola è la realtà della vita del tempo, sì, c’è una lettura allegorica del popolo di Israele nella vigna e nel fico, ma questa è anche una scena normale per il tempo di Gesù. Era normale avere un fico nella vigna è la normalità della vita nel tempo in cui vive Gesù e c’è una grande differenza tra l’atteggiamento del vignaiolo e l’atteggiamento del padrone. Il padrone della vigna vuole tutto, vuole che tutto produca, vuole che nessuno sfrutti il terreno, non ci deve essere nulla di improduttivo, vuole che quello che non serve sia tagliato perché vuole sfruttare il terreno, vuole fare spazio, vuole piantare altro, forse qualche altra vite oppure un altro albero da frutto e vorrebbe, guardate, anche che avvenga istantaneamente “sono già passati tre anni adesso basta la pazienza è finita già da un pezzo”. La scure è pronta alla base dell’albero, sono pronti per tagliarlo.

Il servo invece ha un atteggiamento completamente diverso, il servo è colui che ha in mano la vigna, colui che la coltiva che ne ha cura tutti i giorni è colui che la conosce profondamente, guardando la vigna di che cosa ha bisogno, è la roba sua, diventata roba sua ci si è affezionato, perché ci ha speso del tempo ci ha speso della fatica. Possiamo anche immaginarci, anche se non lo dice, che questo fico lo abbia piantato lui stesso magari e si è affezionato, un po’ come quando si pianta un albero, magari quando c’è la nascita di un figlio, diventa importante, uno se ne prende cura anche se è un po’ scheletrico si tenta di salvarlo, e c’è questa richiesta di un anno particolare che parte dal servo, un anno di Grazia, perché i frutti arrivino, una cura speciale, un anno di Grazia.

Ovviamente i frutti sono la conversione chiesta all’uomo da Gesù, l’anno di Grazia rappresenta il tempo della predicazione di Gesù e nella nostra vita rappresenta quel tempo in cui il Signore ci chiama alla conversione. Di per sé con la venuta di Gesù il tempo dell’attesa sarebbe anche finito, noi viviamo l’avvento, ma con l’avvento di Gesù, la sua morte, la sua Risurrezione potrebbe anche essere finito il tempo, potremmo essere già tutti di fronte al Signore e l’anno di Grazia, questo anno ci viene dato in più, il giudizio sarebbe già compiuto, ma Dio accorda all’uomo ancora un anno perché si prodiga con estrema cura nei confronti di suo figlio, lo fa perché fruttifichi, perché non debba essere tagliato.

Ho trovato questa frase che mi ha colpito molto mi ha dato anche tanto conforto e dice così: “Dio non gode della rovina, ma della conversione” per cui anche la scure già alla radice dell’albero, l’albero non è ancora tagliato, perché Dio non gode della rovina, ma gode della conversione del peccatore.

Interessante questa cosa, eh.

Forse noi invece a volte l’abbiamo intuita in modo completamente diverso, e questa interpretazione va avanti e dice che il tempo della storia non finisce ancora, il nostro tempo, quello che sarà, va avanti ancora per dar modo a tutti di incontrare la tenerezza di Dio. Dio infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati. Di creare nel ministero della vita di Gesù, sulla venuta di un Dio per il giudizio, ma Egli invece di giudicare preferisce il perdono. Questa la logica di Dio e tutti gli anni successivi a questi tre anni di Gesù, sono l’anno di Grazia dato a ciascuno di noi, “un anno ancora lasciamogli un anno ancora perché si convertano”, e l’annuncio che ci è offerto, quindi il tempo che viviamo quello che viviamo ancora adesso è un tempo di Grazia, ma un tempo di Grazia perché noi possiamo convertirci con tale fede.

Dio non taglia, non taglia l’uomo perché lo rispetta, perché lo ama, si prodiga intorno con tutto il suo amore. il tempo continua perché è eterna la sua Misericordia e quindi noi che cosa facciamo, cosa siamo chiamati a fare oltre a cogliere questo anno di grazia a vivere questa conversione della nostra vita.

Io penso, il primo pensiero che vorrei lasciare questa sera: che anche noi siamo chiamati a zappare, siamo chiamati anche noi a zappare un po’ intorno al fico dei nostri fratelli, delle nostre sorelle, e come faccio io a zappare intorno a questo fico, ad aumentare delle situazioni di misericordia, delle situazioni di conversione? Potremmo, potrebbero essercene infinite, io ne ho trovate tre, e questi tre atteggiamenti secondo me sono quelli che possono convertire una persona.

Il primo è l’ascolto, è la base del portare frutto e lo zappare intorno al fico, rimanendo sull’immagine agricola, senza questo nulla penetra nel terreno, non attecchisce niente per dare frutto.

Però per ascolto dobbiamo un po’ chiarirci, l’ascolto deve essere un ascolto vero, ben diverso dal sentire distrattamente al cui siamo abituati. Ascoltare prevede un proiettarsi nell’altro, proiettarsi nelle sue fatiche, proiettarsi nei suoi desideri, nelle sue resistenze. Guardate forse è uno degli atteggiamenti che fecondano di più il terreno, ma spesso però nel nostro tempo noi non ascoltiamo, perché alle volte ascoltiamo perché così possiamo controbattere a tutto quello che ci interessa, non ci interessa veramente quello che l’altro vuole dirci, a noi interessa magari parlare per trovare un pretesto per dire quello che abbiamo in mente noi, fate memoria sicuramente lo troverete anche nella vita di tutti i giorni che parlino gli altri, ma non mi interessa quello che stanno dicendo, mi interessa dire quello che ho in mente io. Questo non è ascoltare. Oppure trovare a tutti i costi una soluzione, non è detto che una soluzione ci sia, oppure un ascolto che è difficile da fare perché ascoltare vuol dire aprire una parte di sé, vuol dire far entrare l’altro dentro di me, quindi è difficilissimo da fare oggi, molto difficile e forse è anche difficile trovare delle persone che ascoltano veramente con tutto se stessi, sono lì per te, e io penso che questo sia il primo passo per la conversione di una persona: quando uno si sente ascoltato.

Il secondo passo è l’accoglienza è un po’ quell’acqua che diluisce tutto, che alimenta la pianta.

Quanto ancora dobbiamo lavorare nelle nostre comunità cristiane? L’accoglienza ahimè non è un tratto cristiano, proprio non lo è. Facciamo tante cose, incontriamo tante persone, ma quante veramente nei nostri ambienti, nella nostra vita accogliamo? Accogliere vuol dire far spazio dentro di noi, vuol dire aprire il nostro cuore, far spazio ad un’altra persona che lei possa abitare, vuol dire essere disposti a mettersi in gioco, vuol dire essere disposti a cambiare le proprie abitudini. Quanti gruppi, quante persone, mi par di vedere, quanti tra noi preti fanno tante cose, magari chiedono sempre e continuamente qualcuno che li aiuti e poi sono incapaci di essere accoglienti, vengono e poi se ne vanno e uno si lamenta perché la gente se va, ma ovviamente è sempre colpa degli altri, intanto il fico non porta frutto, questo è un problema per noi, vuol dire che siamo noi che non siamo capaci di far portar frutto alle persone.

Il terzo aspetto è la correzione fraterna, la correzione fraterna è il fertilizzante potente per la conversione delle anime a patto che la si usi usi nelle dosi, nella posologia corretta altrimenti è la morte definitiva della conversione. Innanzitutto la questione fondamentale della correzione fraterna è la motivazione, se non c’è questa fermiamoci subito. La motivazione della correzione fraterna, in cui noi correggiamo un’altra persona e che lo facciamo, è che amiamo l’altra persona, punto, non ci sono mezze misure su questa cosa.

Se noi vogliamo fare una correzione fraterna ad una persona noi innanzitutto la dobbiamo amare, perché se non l’amiamo neanche la facciamo. Facciamo altro, ma non questo. Se non amiamo quella persona forse dovremo anche astenerci dal correggerla fraternamente, avere il coraggio di chiamarla in un altro modo. Noi correggiamo, ma non amiamo, vogliamo alle volte primeggiare, vogliamo aver ragione sull’altro, magari vogliamo perfino fargliela pagare per un po’. Prima di correggere qualcuno dovremmo innanzitutto chiederci se lo amiamo, se lo facciamo per il suo bene o lo facciamo per il nostro. Spesso mi capita di vedere persone che sono incapaci di portare una sofferenza, non sono capaci di portarla e allora devono consegnarla a qualcun altro, così è un problema tuo adesso, io te l’ho detto ora è un problema tuo. Questa non è correzione fraterna. Io qua mi sto liberando di un peso carico da una responsabilità che non è mia, ma non inganniamoci dare ad altri queste cose non è la correzione fraterna. Oppure quelli che dicono le cose un po’ a metà, sapete il famoso “si impersonale”, nella parrocchia in cui ero prima non c’era più nessuno che mi vedeva e mi diceva “si dice che”. Sì perché li ho spiazzati tutti. “Si dice che” se vuoi correggere un atteggiamento vieni e mi dici chi lo dice, come lo dice e perché e in cosa ho sbagliato, se no fai a meno di dirlo, perché si va nel pettegolezzo, oppure sei tu che vuoi fare altro, tienitelo pure per te a me non interessa.

Ecco la correzione fraterna si espone, la correzione fraterna si espone quindi mi metto in gioco se voglio correggere uno, se amo una persona, mi metto in gioco perché voglio offrire un’occasione di conversione.

Poi oltre alla motivazione ci sono altri due temi.

Il primo è la modalità, bisogna anche trovare la modalità corretta per dire le cose, non come mi viene mi viene, comunicare come mi capita, comunicare non da saccente, non da arrabbiato altrimenti è uno scopo non è una correzione.

Ma è una correzione da fare di persona che va fatta faccia a faccia, ormai mi rendo conto che va detto anche questo la correzione fraterna non si fa con un sms neanche per telefono, neanche sui social. La correzione fraterna si gioca a tu per tu, io sono qui se vuoi ci confrontiamo.

E poi i tempi. Amici io devo voler bene alla persona cui io voglio zappare intorno e se gli voglio bene devo anche conoscerla, se vive un momento di fragilità forse quello non è il momento giusto forse conviene aspettare, forse conviene dire una parte non tutto insieme. A volte è più semplice, no, mi sono liberato di una cosa, ma il bene, voler correggere un’altra persona vuol dire volere il suo bene non il mio. (Ecco mi sono dilungato un po’ perché mi sembravano applicazioni pratiche utili anche per tutti voi)

Quindi non una morte, ma una chiamata alla conversione, una chiamata alla conversione che chiama ciascuno di noi.

Ciascuno di noi è un graziato, ha questo anno di Grazia che il Signore non si stancherà mai di darci. Ciascuno di noi deve uscire questa sera sentendosi un graziato, uno che da Dio ha un’altra possibilità.

C’è una cosa più bella di questa. Non c’è.

Ma anche uscire con delle responsabilità, io ne ho messe qua tre, che stanno nel cuore a me, però se ne potrebbero mettere tante altre: come faccio io ad aiutare un altro a convertirsi nella sua vita, ho trovato l’ascolto, l’accoglienza e la correzione fraterna in quanto ci siamo detti questa sera? Ecco magari per questo tempo di silenzio vi lascio anche tre domande che possiamo un po’ meditare, se no trovano il tempo che trovano.

Come mi comporto di fronte alla sofferenza, di fronte al dolore sono capace di non lasciarmi vincere dal giudizio buono/cattivo e prenderli come una fiducia, utilizzarli come occasione di conversione?

Sono convinto che il Signore stia creando nella mia vita un anno di Grazia, sono convinto che il signore lo faccia anche per me non solo per gli altri, ma anche per me?.

La terza come vivo il mio rapporto con gli altri? Con la correzione fraterna, metto il mio rapporto con gli altri per aiutarli nella conversione?

ACTIO

Ecco una proposta concreta di actio, questo tempo di Natale il nostro cammino di conversione potrebbe essere questo qua: l’impegno a zappare ad innaffiare e fertilizzare con delicatezza intorno all’albero del mio fratello della mia sorella. Questo potrebbe essere un po’ un atto proprio concreto, dice la mia conversione e mi rendo disponibile per l’azione dello Spirito Santo.