don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti – Paolo Monticelli
QUARESIMA 2025
ARTE, FEDE E MUSICA
LA CROCIFISSIONE – 15/04/2025
15 aprile 2025
FEDE
Vangelo secondo Luca 23, 26-49
26Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù.
27Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. 29Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato.
30Allora cominceranno a dire ai monti:
Cadete su di noi!
e ai colli:
Copriteci!
31Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”.
32Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.
33Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.
Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.
35Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. 36Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: 37“Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. 38C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. 40Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. 42E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. 43Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.
44Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 45Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò.
47Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. 48Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. 49Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.
LECTIO
Questa sera proviamo a fare un esperimento, l’esperimento è quello di mettersi, come si dice nel cinema, nella soggettiva di Gesù. Se voi guardate un po’ al cinema, soprattutto la Passione, si può guardare da tante prospettive: si può guardare dalla folla, si può guardare da qualche personaggio, si può guardare dai discepoli che guardano da lontano, si può guardare da Maria, si può guardare dalla croce, si può guardare dal volto di Gesù e guardando dal volto di Gesù si notano tanti particolari di questa crocifissione di questo momento.
Intorno a Gesù c’è tanto rumore, tanta calca di gente che grida, che urla, che vuole, che vuole fare, che vuole qualcosa da Gesù. Soprattutto all’inizio, dove c’è questo corteo di donne che a me ricordano tanto i lamenti che ho visto tante volte ai funerali, gente che grida, urla, che piange, che magari poi non sa neanche chi è che è morto. Oppure che si permette di dare dei giudizi, dei consigli non richiesti, che fanno addirittura l’effetto contrario.
Gesù sta portando la croce, quindi sta facendo uno sforzo fisico, potrebbe fare altre scelte, ma decide di non farle, quindi il suo stare lì è una scelta che gli è costata fatica, perché ricordiamo che Luca nel Vangelo dice che il suo sudore si trasforma in sangue, quindi una scelta che già nella preghiera costa una fatica enorme a Gesù.
E queste donne fanno un lamento, come se fosse il continuo di quella pantomima che si è già vissuta, prima nella Domenica delle Palme, poi nel processo di Gesù, e poi probabilmente in tanti altri momenti. Un bel velo, che dica apparentemente noi siamo nel giusto, ma poi in realtà se togli quel paravento lì ‘apriti cielo’.
Ecco Gesù toglie anche in questo momento, in cui sa che sta andando verso la croce verso la sua morte, non rinuncia a fare verità, neanche riguardo a queste donne. Sembra quasi dire Gesù: “piantatela lì, insomma, con questo teatrino”.
Qua sarà svelato il cuore di tutti, di fronte alla morte di Gesù in croce. È forse arrivato il momento di guardarsi dentro – non piangete per me, io ho un’altra missione, piangete per l’occasione che state perdendo – cioè l’occasione di seguire, di vedere, di vivere, di salvare il Figlio dell’Uomo.
E poi si va avanti fino alla crocifissione di Gesù. E le parole che Gesù dice al Padre sono molto interessanti. Gesù ha a cuore la salvezza dell’uomo fino alla fine, fino alla fine: “Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno”.
Se loro avessero saputo chi è realmente quell’uomo, io non so se avrebbero avuto tutto questo coraggio, se avessero riconosciuto in Gesù il figlio di Dio. Probabilmente non si rendono conto, ma è la struttura del peccato che è così, ci si allontana, e quando ce ne si rende conto è tardi.
Gesù dona la sua vita così, cioè le parole che dice sono parole di libertà, di perdono. Mentre sotto ci sono i sotterfugi, ci sono lo spartirsi l’eredità, tirano a sorte la veste, lo scherniscono: “diamogli dell’aceto, vediamo se invoca ancora il nome di Dio?”
C’è tutta una plasticità, se lo guardiamo dalla soggettiva di Gesù sotto, proprio tanto rumore, tanta voglia di arraffare, di provocare.
Invece se ci spostiamo solo per un attimo, sulla soggettiva del ladrone, non quello buono, l’altro, vediamo invece una tranquillità, probabilmente questo ladrone stava guardando l’altro suo amico e Gesù, e Gesù apparentemente è tranquillo, sa a cosa sta andando incontro, e anche questo ladrone è sereno, sembra aver trovato di fronte alla morte di Gesù, la serenità, sembra aver trovato la morte della fede questo uomo, proprio all’ultimo della sua vita sembra riconoscere in come sta morendo questo uomo, prima ancora che muoia, in come sta soffrendo, in quello che sta dicendo, in quello che sta vivendo, riconosce il Figlio di Dio, e questo si guadagnerà il paradiso. Nessuno lo interpreta, lo dice Gesù stesso. Interessante è anche la parola che usa, non usa paura ma usa timore, che è più rispetto, che la paura e il terrore della morte, “anche tu non hai timore di Lui, non riconosci la sua autorità in come sta morendo?”
Ma se torniamo un attimo indietro, c’è anche una provocazione molto grande, che è la provocazione di tutti i tempi, e la provocazione è nella domanda di questi uomini, “ha salvato gli altri, salvi sé stesso”, che non è semplicemente l’egoismo, cioè almeno salva te stesso. No! “Se tu sei il re dei giudei salva te stesso”, cioè elimina questa sofferenza, che è la domanda di tutti gli uomini: perché la sofferenza? Se la puoi togliere perché l’attraversi? Invece Gesù attraversa questa sofferenza, attraversa la morte sulla croce. È una scelta per rendersi simile a tutti gli uomini.
E guardate che questa cosa è un rischio di tutti i tempi, perché ci sono tempi in cui si esalta il sacrificio, la sofferenza, se uno ha visto The Passion di Mel Gibson, ha visto delle scene veramente cruente, probabilmente neanche tanto lontane dalla realtà. E se uno guarda la storia dei crocifissi, come faremo questa sera, ci sono alcuni crocifissi in cui la sofferenza è stata tolta, perché l’uomo non riesce mai a concepire un Dio che soffre, un Dio che si offre per l’uomo, che soffre veramente anche nella carne e fino a fondo. Tant’è che a Gesù si mette un lenzuolo per coprire le parti che non si devono vedere, si coprono alcune sofferenze, perché è difficile rimanere davanti al crocifisso.
Difficile.
Alcune volte lo indoriamo, lo argentiamo, lo mettiamo al collo, su un braccialetto, ma quello è un uomo morto, con tutta la gravità di quello che trasmette, poi certo porta resurrezione, certo è il simbolo dei cristiani, però stiamo attenti a non togliere alcune parti, perché se no non capiamo fino in fondo qual è stato il sacrificio di Gesù.
E poi c’è questo simbolo, questo simbolo del velo del tempio che si squarcia, uno strappo si rammenda, lo squarcio si butta. Lo squarcio è come a dire, basta, non esiste più quella cosa lì. E questo velo è quello che serviva per nascondere il Santo dei Santi, sapete il Santo dei Santi era racchiuso nel tempio, ci andava solo il Sommo Sacerdote, come a dire Dio è qua, con la morte di Gesù Dio non è più lì, è iniziato un tempo nuovo, è iniziata un’interpretazione nuova e con questo grido di abbandono, Gesù si mette nelle mani del Padre. In questo grido noi leggiamo la grandezza di Gesù, di Gesù che si abbandona, anche nel momento di maggior fatica.
Io lo ricordo spesso, perché a me hanno molto segnato queste parole, che ho ascoltato tra l’altro proprio in Terra Santa, se non ricordo male, non ne sono certo, forse alla chiesa di San Pietro al Gallicantu, cioè dove si ricorda il rinnegamento di Pietro, Cardinal Martini parlando a dei seminaristi tra cui c’ero anche io, disse così. “Non so io come morirò, se morirò lodando Dio, o bestemmiando Dio, questo non lo so dire. Spero di morire benedicendo il Signore”. Interessante da un cardinale, da un uomo che ha studiato tutta la vita la Parola di Dio, che era un gesuita, quindi anche con un rapporto, mi vien da dire, profondo anche nell’incontro con Dio, asserire questa cosa, ma è profondamente vera questa frase, ci tiene sulla corda, ma nello stesso tempo ci da speranza, ha una doppia valenza.
Ci tiene sulla corda perché noi non possiamo dire: “ma noi siamo sempre stati in oratorio, siamo sempre andati a messa, figurati se…, e chi invece è stato sempre fuori, figurati se quello là…”, eh non è detto.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi ci dice proprio il contrario. Quelli che andavano a messa tutte le domeniche sono quali che gridano “Crocifiggilo”, quello che invece va in paradiso è il ladrone, andava minga in gesa. E questo non ci deve né spaventare, né atterrire, ma semplicemente dire che il Signore ci aspetta, però la libertà è nostra.
E anche vedendo questo spettacolo, come dice il Vangelo: assistevano, osservavano, se andate a vedere i verbi, sono tutti da recital, da Jesus Christ Superstar, uno guarda, ma non puoi rimanere indifferente, non puoi rimanere indifferente.
Di fronte alla croce di Gesù, puoi distogliere lo sguardo per la sofferenza, puoi guardarlo come se fosse una “stoltezza”, come dice san Paolo, oppure ti puoi lasciare convertire il cuore come è stato per san Carlo, che amava il Crocifisso.
Questo Venerdì Santo può essere l’occasione per noi di prenderci un po’ di tempo, e chiederci come ci mettiamolo noi di fronte al momento della crocifissione di Gesù.
Se lo guardiamo come uno spettacolo, se lo guardiamo come un’occasione di conversione della nostra vita, oppure se invece ci distogliamo perché non ci interessa.
Allora in questa settimana, cogliendo alcuni aspetti, ce ne sono sicuramente tanti altri, anche secondo degli Evangelisti che leggiamo, però tante occasioni per non rimanere uguali di fronte alla Croce di Gesù.
Lasciamo un istante di silenzio, di meditazione, per fare risuonare dentro di noi e poi ascoltare la presentazione di questa serata un po’ diversa perché non c’è un’opera sola, ma un excursus, che ci aiuterà a riflettere e a pregare di fronte al Crocifisso.
ARTE

(1912 Providence, USA – 1998 Milano)
Crocifisso 2,
1960 olio su faesite, 89.5 x 58.5 cm,
Milano, William G. Congdon Foundation
Come vi ha già anticipato don Alessandro questa sera sarà un po’ diversa perché l’idea è stata quella di presentare l’iconografia del Crocifisso nel suo sviluppo storico, ma con l’intento di vedere come questa sia un’immagine iconografica molto forte, che nel corso dei secoli ha risposto in modo diverso alle esigenze della società e della storia e quindi all’esigenza dell’uomo e riesce a parlare all’uomo del V secolo, a partire appunto da queste prime testimonianze, così come all’uomo dei giorni nostri.

Queste sono le prime due testimonianze che abbiamo di una crocefissione, tutte due del V secolo, si contendono un po’ il primato. Prima il Crocifisso non è era mai stato rappresentato, uno dei motivi principali era legato alle persecuzioni. Qui abbiamo la cosiddetta iconografia, la prima con cui viene rappresentata la crocefissione, del Christus triumphans, cioè trionfante sulla morte, infatti lo vediamo sulla croce con gli occhi aperti, per quello che qui si può intuire, eretto sulla croce, quindi vivo fondamentalmente, le braccia spalancate, e senza nessun segno di sofferenza.
Proprio perché nelle prime rappresentazioni ancora molto stilizzate, appunto qui siamo nel V secolo, e quindi legati ad abilità tecniche ancora un po’ primitive legate all’epoca e ha anche una necessità simbolica, viene rappresentato così come già risorto fondamentalmente, quindi il momento non è quello della morte, ma è già quello della risurrezione.
In questa formella, a destra, lo vediamo con le proporzioni gerarchiche, perché ancora si rappresentavano le persone in base dell’importanza con diverse misure, quindi qui Cristo, in quanto persona e Dio, viene rappresentato più grande rispetto ai due ladroni.
E qui, in quella di sinistra, invece abbiamo un’iconografia che è legata alla croce, ma anche con alcuni degli astanti sotto la croce, la Madonna, San Giovanni e Longino, e poi qui in simultanea, secondo la pratica che era molto diffusa ancora nel V secolo, nella stessa formella viene rappresentato un momento che non è contemporaneo perché questa è l’impiccagione di Giuda.

A partire dal XII secolo inizia a diffondersi la pratica di appendere un crocifisso sopra all’altare del presbiterio, in modo tale che il fedele entrando in chiesa, potesse essere condotto con lo sguardo verso la croce. Croce che ancora qui è rappresentazione di un Cristo trionfante, quindi qui lo vediamo ancora meglio, vivo, con gli occhi spalancati, il corpo sembra essere semplicemente appoggiato a questa croce.
In questo caso siamo circa cinque secoli dopo rispetto ai precedenti, vediamo che anche la croce viene un po’ adornata di altri elementi e qui in particolare sopra la testa, che è la cimasa, vediamo che Cristo è già rappresentato nelle sue vesti regali, quindi viene sottolineato il momento della risurrezione; accanto ai due bracci della croce, gli angeli, e altre figure di santi, sia qui, che anche se molto rovinati quasi irriconoscibili, anche ai piedi. Quindi si arricchisce di altri personaggi.

Museo di Santa Croce , Firenze
Ma già solo un secolo più tardi, arriviamo a un’iconografia che cambia. Questa è quella del Christus Patiens, cioè del Cristo che è sofferente sulla croce. Perché viene rappresentata la morte di Gesù in una sorta un po’ di via di mezzo, tra questo e quello che vedremo successivo di Giotto, vediamo senz’altro Cristo morto, vengono sottolineati anche gli elementi come appunto il sangue, le ferite, il corpo viene più sottolineato, anche lo stesso perizonium,
che è il panneggio che copre il pube, è molto più assottigliato, diventa quasi semitrasparente, perché con Cimabue c’è già l’idea di riprendere l’immagine del corpo, in quanto una componente assolutamente umana di Gesù, quindi la sofferenza passa chiaramente attraverso questo elemento innanzitutto. E poi vediamo che c’è questa sorta di inarcatura del corpo che è ancora molto stilizzata, innaturale, ma serve un po’ a rappresentare lo strazio. Inizia a diffondersi questa tipologia di Crocifisso, in seguito alla predicazione degli ordini, in particolare Francescano e Domenicano, che puntavano molto su questa idea dell’umanizzazione della figura di Gesù.

Santa Maria Novella, Firenze
Il culmine di questa tipologia iconografica, la raggiungiamo poi con Giotto, in cui vediamo un corpo a tutti gli affetti, in cui i muscoli sono molto più delineati, lo si vede proprio anche dai bicipiti, dalle gambe, le ferite non sono più solo stilizzate, sono molto più reali, qui non le possiamo vedere, nell’ingrandimento si vedrebbe proprio un’esecuzione molto più realistica. Il corpo ha un incarnato che non è più verdastro come in Cimabue, ma è molto più vicino alla realtà, ma soprattutto vediamo che Giotto usa questo espediente, di non inarcare più in maniera innaturale il corpo, ma di far piegare le gambe, che risultano poi unite da un unico chiodo, in questo modo abbiamo proprio l’idea che il corpo stia precipitando verso il basso, secondo proprio il peso del cadavere e quindi dà assolutamente questa idea. Ce ne accorgiamo anche se guardiamo il ventre, che è rigonfio perché il torace è contratto nello spasmo finale, il perizonium diventa ancora più trasparente, c’è proprio l’idea, quindi adesso di mettere in evidenza questo aspetto, che è stato sottolineato anche prima da don Alessandro, della sofferenza, dell’umanità di un uomo che è morto a tutti i gli effetti in croce. E questo secondo la sensibilità che si stava iniziando a diffondere, del mettere proprio in evidenza anche questo aspetto. La croce diventa un po’ più semplice rispetto alla presenza un po’ sovraffollata che abbiamo visto nel Crocifisso di San Damiano, quello ancora del Cristo Trionfante, che non vi ho detto, ma è una particolarità, è il Crocifisso davanti a cui aveva pregato san Francesco quando aveva ricevuto la chiamata a “sistemare la casa” del Signore. E qui invece abbiamo soltanto san Giovanni e la Madonna.
Un particolare iconografico che torna diverse volte è quello del teschio, che è proprio il simbolo della morte che è stata però vinta da Cristo, quindi certamente l’idea dell’umanità, ma in un’ottica poi sempre divina, quindi come il vincitore della morte, e poi l’aureola con lo sfondo dorato che sicuramente richiama comunque l’idea di divinità.

Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
Facendo un salto di quasi due secoli, un secolo e mezzo, arriviamo al 400. Quando l’immagine del Crocifisso si arricchisce di elementi che aiutano la meditazione, qui lo scopo è proprio quello di aiutare il fedele nella meditazione di alcuni aspetti legati alla crocifissione. E qui abbiamo in particolare la compartecipazione emotiva, quindi attraverso l’immagine dei due dolenti, le cui espressioni sono molto compartecipi del dolore per la morte, noi stessi siamo portati, in quanto come loro stanti di fronte al Crocifisso, a partecipare proprio a questo dolore.
Poi iniziano ad essere inseriti alcuni elementi simbolici, qui ce n’è uno che è quello del pellicano, che nei bestiari medievali era l’animale che nutriva i suoi piccoli bucandosi col becco il petto per versare il suo sangue e nutrire i suoi piccoli, quindi diventa il simbolo del sacrificio per l’umanità, ovvero il simbolo proprio di Cristo. Questo è un esempio, ce ne sono altre di rappresentazioni simboliche in alcuni elementi.

Basilica di Santa Maria Novella, Firenze
Qui abbiamo invece un’iconografia che è quella della crocifissione come esempio della misericordia del Padre, infatti qui vediamo che la croce è proprio sostenuta da un Dio Padre che è in questa posizione molto ieratica, maestosa, sembra quasi costituire una sorta di trono, e tiene sospeso Cristo, dando quasi un effetto di caduta verso lo spettatore, come se stesse proprio offrendo suo Figlio all’umanità, e se osserviamo questo particolare, che sembra quasi un girocollo bianco, in realtà è la colomba dello Spirito Santo, quindi l’immagine della Trinità, e che è messa in mezzo, in una maniera un po’ inusuale a livello iconografico, tra il Padre e Cristo, perché è proprio come se aleggiasse sulla testa del Cristo, e quindi lo Spirito Santo, quello che aleggiava sulle acque nel momento della creazione, qui aleggia sulla croce, a indicare che la croce è la nuova creazione, il momento in cui inizia una nuova era, e poi, qui le figure di Maria e Giovanni, vedete che non hanno quella partecipazione emotiva, che abbiamo visto prima, ma sembrano invece essere fissi, Giovanni fisso con lo sguardo sulla croce, e Maria invece su di noi, ma indicando la croce, come a dire che quello che qui è successo, quindi il sacrificio di Gesù donato dal Padre, è rivolto a tutta l’umanità, e questo è sottolineato anche dai due committenti dell’opera, che vengono rappresentati, come spesso succedeva perché i committenti stessi lo chiedevano, però vedete che sono messi al di fuori di questa finta architettura, che Masaccio utilizza per racchiudere la Trinità, quindi, come a dire che Maria sta indicando chi è fuori, quindi anche a noi che siamo gli spettatori, all’umanità, questo che è appunto il simbolo della misericordia divina, e che ha vinto la morte, perché qui in basso vediamo appunto uno scheletro.

National Gallery, Londra
Andando avanti, siamo sempre nello stesso periodo, una cinquantina di anni dopo, e Raffaello rappresenta un’altra immagine iconografica di Cristo, che è quella di Cristo Cosmocrator in questo caso, perché ci sono in particolare questi due elementi, il sole e la luna, che indicano proprio da un lato il rapporto luce e tenebre, con la vittoria, ovviamente, della luce sulle tenebre. Da un lato sono riferimento all’unicità della natura di Cristo, e, dall’altro lato anche riferimento allo sconvolgimento, proprio cosmico che alla morte di Cristo è avvenuto e che abbiamo sentito nella lettura. E quindi, proprio ad indicare come la crocifissione mette Gesù al centro di un universo di cui Egli è ordine; in questa composizione che è estremamente ordinata, e simmetrica guardando le cose fondamentali, la croce al centro, i due angeli esattamente simmetrici e speculari, gli astanti sotto la croce allo stesso modo, quindi in un ordine perfetto, c’è Cristo al centro. Cristo, il Crocifisso è ciò che genera ordine nell’universo.
Il Cinquecento, il Rinascimento è stato il momento in cui l’uomo cerca questo, cerca l’ordine.

British Museum, Londra
Qui abbiamo invece Michelangelo, che sempre nel Cinquecento, torna però a rappresentare un’iconografia che per un po’ era stata abbandonata, quella appunto del Christus triumphans, in cui però vediamo che questo Cristo, vivo sulla croce è proiettato come uno slancio, come se si stesse quasi gettando su noi spettatori, quindi l’idea del sacrificio, appunto rivolto all’intera umanità, ma soprattutto con questa fortissima dualità tra la natura sempre umana e divina; quella umana è sottolineata da questo corpo che viene messo totalmente in evidenza. Vedete che anche il panneggio ormai è appena accennato, ma al tempo stesso un corpo perfetto, secondo i canoni della statuaria greca, a cercare proprio l’idea del corpo perfetto perché l’essere umano è creatura di Dio, quindi non può che essere una creatura perfetta, pensata a immagine di Dio, quindi questa insistenza che Michelangelo ha sul corpo, qui, anche nella Sistina, in moltissime delle sue opere, nella monumentalità che dà alle figure umane vuole proprio rappresentare queste idea, di una creatura che ha in sé un germe divino. E qui si sottolinea, probabilmente anche grazie a questi angeli, l’idea poi della dualità, della morte che però è stata sconfitta da Cristo.

Museo del Prado, Madrid
Un secolo più tardi siamo nel tempo in cui la Controriforma aveva già espresso molte delle sue idee, anche agli artisti aveva chiesto di aderire alle sue richieste, alle necessità che la Chiesa aveva. E qui la necessità principale è quella di eliminare tutto ciò che è accessorio, perché i fedeli possano tornare, dopo la divisione che la Chiesa aveva subito, a concentrarsi su Cristo. E qui Velázquez rappresenta questo Cristo, indubbiamente come un Cristo morto, ma non è esattamente un Christus Patiens come quello che avevamo visto in precedenza, non ci sono gli elementi che rimandano anche alla crudeltà della morte, il sangue, le ferite, la reclinatio capitis, cioè la testa rivolta verso il basso, però vedete che è un Cristo che emerge proprio da questa oscurità dello sfondo, con una grazia, con un’attenzione, anche proprio alla resa più corporea nella sua grazia, che lo proietta già in un’altra dimensione, che è sottolineata anche da questa luce attorno alla testa di Cristo, quindi chiaramente già proiettato nella dimensione divina.

Art Institute, Chicago
Qui facciamo un salto di qualche secolo, arriviamo al Novecento con questa Crocifissione bianca di Chagall. Che è un’immagine molto intensa. Chagall l’ha dipinta in un momento ben preciso, siamo nel ‘38, le persecuzioni naziste stanno già interessando moltissimo la comunità ebraica, non siamo ancora alle deportazioni, ci sono i ghetti, le persecuzioni e le leggi marziali sono già in vigore da tempo, e qui Chagall rappresenta in tutto lo sfondo, senza un ordine apparente, vedete che si crea come una sorta di vortice intorno alla croce, con immagini di disperazione, di fuga, anche attraverso le barche, gli incendi, il caos, la guerra; ed è il caos dell’umanità, lo contestualizziamo chiaramente nell’epoca appena precedente la seconda guerra mondiale, ma è il caos che potrebbe essere quello di oggi, basta che ascoltiamo quello che succede.
E ha un impatto straordinario il modo in cui questa croce, che attorno ha tutto questo caos, è un elemento fermo, fermo e centrale, come se tutto questo vortice, trovasse poi una calma e un momento di pace in questa croce, che è l’elemento bianco, che insieme poi a buona parte del contesto attorno, dà proprio questa idea di luminosità estrema, quindi anche di grandissima speranza.
Poi Chagall rappresenta Cristo anche con gli elementi, delle sue origini di ebreo, Chagall stesso lo era, e penso sia da sottolineare, però, il fatto che un ebreo scelga di rappresentare il crocifisso per il momento di pace, come simbolo che, nonostante non sia specifico della sua religione, come simbolo però davvero di redenzione, di possibile momento di tranquillità e di speranza in un contesto di questo tipo.

Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow
Arriviamo, rimanendo sempre in un’epoca contemporanea, possano una decina d’anni, con Salvador Dalì, che riprende un quadro, un disegno in realtà, di San Giovanni della Croce, contestualizzandolo però in questo modo. Vediamo che nel registro inferiore della composizione abbiamo questo lago, una barca, una rete, quindi un lago di pescatori, non è difficile capire qual è il riferimento, in questa calma totale. Vedete che anche l’acqua, non è neanche increspata, lo sfondo ha questa luce vitrea, sembra proprio un’istantanea, ma bloccata, quasi senza tempo, una pace che sembra quasi immobile. E su questo registro inferiore però si apre uno squarcio, che fa incombere questa croce con una visione che ha una visione da sotto in su, di questo crocifisso illuminato dall’alto, quindi la luce che è una luce che proviene dall’alto e che quindi è simbolicamente la luce divina, illumina, di nuovo, i muscoli di Cristo, quindi, a sottolineare, la corporeità, di un crocifisso che guarda sul mondo, quasi come emergesse da queste tenebre, per portare la luce sul mondo, ma soprattutto per portare questa calma, questa pace. Sicuramente l’immagine, anche per la scelta visiva, è molto di impatto.

Eindhoven, Stedelijk Van Abbemuseum.
Qui abbiamo quest’opera, che è un’opera un po’ particolare, penso sia evidente, di questo artista, Bacon, che ho scelto, perché a me ha sempre colpito molto, nonostante lui sia un artista dichiaratamente ateo, però credo che in realtà proprio per questo, sottolinei in maniera molto forte quanto l’immagine del crocifisso sia potente, e che quando qualcuno è alla ricerca di risposte, anche quando magari queste risposte non sa quali siano, arriva in qualche modo, approda in qualche modo a questa immagine.
Qui il riferimento è sicuramente un po’ forte perché Bacon parlando di quest’opera, fa riferimento a una pratica, che in realtà anche in altri dipinti usa, che è quella di rappresentare la carne al macello. Lui dice che “pensando al Crocifisso, per me che sono ateo, faccio un legame proprio al sacrificio, al sacrificio degli animali al macello, perché io credo che sappiano quale sia il loro destino”, e qui lui, di fatto, butta su questa croce, queste carcasse, rappresentando ovviamente l’idea del sacrificio, che in una dimensione atea, per lui rimane così, il sacrificio che i più deboli, vista la brutalità dell’uomo, devono subire. Però se lo immaginiamo in una dimensione, invece, di fede, non possiamo negare effettivamente che anche quello di Cristo è stato un sacrificio.
Soprattutto la cosa interessante è vedere quello che c’è sullo sfondo, cioè un’umanità, addirittura vediamo le auto, che in maniera totalmente indifferente prosegue quello che sta facendo, le sue attività, quando si consumano invece dei sacrifici, quando la figura, quando le persone vengono brutalmente anche uccise, l’idea è proprio quella di ragionare, di far pensare a come il sacrificio di Cristo sia stato quello di un uomo che ha subito atrocità, poi certamente, noi per fortuna, possiamo dare a questa un’interpretazione di speranza, che cerchiamo di vedere in questo prossimo dipinto.

Milano, William G. Congdon Foundation
Concludiamo con un dipinto di Congdon, che invece ha una storia completamente diversa, lui nel ‘59 si converte al cattolicesimo, da protestante che era, dopo la sua permanenza ad Assisi, e lui dice che dopo questa conversione ha iniziato a dipingere il Crocifisso, perché, diceva proprio queste parole: “Quando inizio a dipingere il Crocifisso capisco che tutto quello che ho visto prima di dipingerlo e tutto quello che vedrò dopo è già lì”. Quindi, lui vede nel Crocifisso l’essenza della sua vita, di tutto ciò che lo riguarda, e, poi dipinge in effetti 200 Crocifissi.
Questo è il secondo, siamo nel ‘60, la sua conversione era proprio dell’anno precedente, e vediamo che lo riduce all’essenza, addirittura fa sparire, se vedete, anche il legno della croce. C’è solo la figura così essenziale, ridotta proprio a delle pennellate di Cristo, che compare al centro, se noi lo osservassimo come pure pennellate vedremmo proprio delle strisce, che però non ci impediscono di capire immediatamente che siamo di fronte a un Crocifisso, questo a indicare davvero la potenza enorme di questo simbolo.
Qui l’unica nota cromatica, un po’ diversa, è quella della capigliatura, i capelli, e quella della ferita. I capelli che cadono verso il basso, l’immagine è sempre quella della reclinatio capitis, ed è un’immagine in cui questa solitudine di Cristo è stata associata all’idea del sabato nel Triduo Pasquale, e se ci pensiamo, effettivamente, il venerdì è il momento in cui, il defunto è ancora lì. Per quanto sappiamo che è stato strappato alla vita è ancora visibile ai nostri occhi. La domenica, è già il momento della risurrezione, quindi del grande abbraccio, della gloria, e invece, è nel sabato che qui Congdon dice che l’uomo si riconosce di più, perché è il momento del dubbio, dell’incertezza, della paura, in cui, come Cristo, anche ognuno di fronte a queste questioni è spesso da solo, si deve confrontare da solo, però, quello che i cristiani hanno è questa luce.
Questo Crocifisso, questo Cristo, è completamente bianco, ed il bianco è il colore che più di tutti, e sopra tutti gli altri assorbe completamente la luce, e, simbolicamente ci sta dicendo che questa luce arriva dal di fronte per illuminarlo questo corpo, e quindi per non lasciarlo a questa solitudine, a questo dubbio, ma per dare l’immagine della speranza, che è quella che sappiamo arriverà il giorno dopo.
MUSICA
Il brano è tratto dalla Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca.
Oratorio per soli, tre cori e orchestra; tenutosi nel Duomo di Novara il 26 novembre 2010
Testo
Era già mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce disse “Padre nelle Tue mani consegno il mio Spirito”.
Detto questo, spirò.
Mezzogiorno, il cuore del giorno la luce spacca il mondo, squarcia il velo del mistero. Il buio trafigge il cuore del giorno. Ora l’ora giunge alla gola e non s’inghiotte. Giunge l’ora e non si vede. Giunge l’ora che si chiude un grido travolge il cielo e la terra.
Non resisto alla sua presa. Padre, adesso scendi accanto, prendi in braccio la mia vita, prendi in mano il mio respiro.
L’aurora ha un vessillo. per noi, un abito di luce. Un vessillo ha l’aurora. Come acqua versata, il suo cuore come cera, le sue ossa sgretolate. Arpa e centra il mattino svegliate, arpa e cetra svegliate la vita. Vieni aurora col tuo vessillo, chiara aurora dalle dite di rosa.
Sorgi, vestiti di luce.
Miserere di me, Signore, che sono un grumo di lacrime. Miserere di me, che sono la tua pietà.
Vieni aurora col tuo vessillo, chiara aurora dalle dite di rosa, sorgi, vestiti di luce.
Geme e soffre tutto il creato e anche noi aspettiamo che il corpo sia riaperto alla vita, ridato, adottato, risuscitato.
L’aurora ha un vessillo per noi, un vessillo per noi! Una fascia di speranza, cinge il corpo e la tomba.
Una fascia di speranza cinge il corpo e la tomba.
L’aurora !
L’aurora !
L’aurora !
Spiegazione
Nel corso dei secoli, teologi e studiosi hanno offerto diverse interpretazioni del significato della morte di Gesù, concentrandosi su temi come il sacrificio, la redenzione, la giustizia e l’amore divino.
La morte di Gesù è considerata un evento di importanza universale, che ha cambiato il corso della storia e ha offerto la speranza della vita eterna ai credenti.
La croce è il simbolo supremo dell’amore di Dio per l’umanità. In Gesù, Dio si è fatto uomo e ha scelto di condividere la nostra sofferenza, fino alla morte, per dimostrare un amore senza limiti.
È un atto di sacrificio volontario, un dono di sé per la salvezza dell’umanità.
Gesù, sulla croce, ha sperimentato la sofferenza umana in tutta la sua intensità. Questo lo rende vicino a tutti coloro che soffrono, offrendo conforto e solidarietà.
La croce è un richiamo alla compassione e alla solidarietà verso i sofferenti.
Tutta l’opera ruota intorno al tema centrale della morte e risurrezione del Signore.
L’opera è divisa in numerose sezioni che alternano, come nella tradizione, arie solistiche e cori.
Mentre le arie enunciano il brano evangelico, i cori, con il commento di Rosanna Virgili, amplificano i sentimenti espressi negli interventi solistici. L’opera si chiude con l’aurora a Gerusalemme proprio in prossimità del S. Sepolcro.
Mentre l’enunciazione della Passione del Signore è accompagnata dalle immagini delle Cappelle del Sacro Monte di Varallo, il primo Sacro Monte della storia.