don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti – Paolo Monticelli
QUARESIMA 2025
ARTE, FEDE E MUSICA
ECCE HOMO
01 aprile 2025
FEDE
Vangelo secondo Giovanni 19, 1-16
1Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli si avvicinavano e dicevano: 3“Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi.
4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: “Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna”. 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.
6Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa”. 7Gli risposero i Giudei: “Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”.
8All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura 9entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: “Di dove sei tu?”. Ma Gesù non gli diede risposta. 10Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. 11Rispose Gesù: “Tu non avresti nessun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande”.
12Da quel momento Pilato cercava di liberarlo. Ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare”. 13Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. 15Ma quelli gridarono: “Via, via, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i capi dei sacerdoti: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”. 16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
LECTIO
Se non fosse che siamo di fronte a uno dei momenti più tragici della vita di Gesù, in cui viene decisa la sua morte, ci sarebbe una grande sottile ironia in questa serata.
Siamo di fronte al momento in cui Gesù viene consegnato a Pilato, e sostanzialmente a Pilato Gesù non interessa. Non ha grandi ambizioni di verità, Pilato, non qua, ma in altre versioni, Pilato a un certo punto dice: “Che cos’è la verità?” Qualcosa di opinabile, dipende da che parte la guardi. A Pilato non interessa capire se Gesù e colpevole o no, anche se nel Vangelo di Giovanni, Pilato è una figura un po’ più morbida. Però si sarebbe potuto concludere tutto con quattro vergate, la presa in giro dei soldati, che già conoscono tutta la storia, non è la prima volta che se ne parla, ma è la prima volta che lo portano di fronte a Pilato, e Pilato io non so cosa sapesse. Sicuramente i soldati, che era gente che frequentava l’ambiente sapevano di chi si parlava. Forse c’è un po’ di invidia, la corona di spine, il mantello che sono il simbolo regale, negli altri Vangeli si parla appunto di bastonate, si
parla di sputi, si parla di prese in giro.
Gesù viene malmenato, preso in giro e poi viene condotto fuori, viene condotto fuori per restituirlo, come a dire: “Gli abbiamo già dato quello che serve. Lasciamolo così, ecco l’uomo”. Un uomo semplice, probabilmente un uomo normale, secondo quanto dice Pilato. Però i sacerdoti insieme alle guardie, insieme alla folla che è sempre una bandierina che sventola nel vento, la settimana prima urlava “Osanna al Figlio di Davide”, qualche tempo dopo
“crocifiggilo”, ecco fomentato dai sacerdoti c’è questo grido, che è un grido che non so se avete mai fatto l’esperienza di qualcuno che grida con tutta l’aria che ha in corpo, e dopo c’è silenzio. È un grido che ha una pesantezza enorme, che spaventa, che ti lascia senza fiato. Io lo immagino così, questo “crocifiggilo”.
Nelle versioni “ma che male ha fatto?” dice Pilato, e la gente gridò ancora più forte, “Crocifiggilo”. E c’è questa ironia di Pilato che dice a certo punto “prendetelo voi, crocifiggetelo voi”. Cosa che non potevano fare. Non poteva essere crocifisso, ma i sacerdoti vogliono che muoia crocifisso perché questo vuol dire che Gesù è stato maledetto da Dio, vuol dire che era la prova del nove che Gesù non era il Figlio di Dio. Perché se fosse stato il Figlio di Dio non poteva morire in croce. Morire in croce vuol dire essere maledetto da Dio, vuol dire essere non riconosciuti da Lui. E allora trovano questo escamotage, non potendolo mettere in croce, dicono: “Noi abbiamo una legge. E noi
abbiamo già deciso che Lui deve morire. A noi non interessa quello che dici tu”, è una farsa questo processo, a noi non l’interessa quello che tu puoi dire, puoi dire quello che vuoi, ma per noi Lui deve morire. Loro hanno già deciso, e l’hanno già deciso da un po’ di tempo, se andate indietro a guardare i Vangeli, vedete che la decisione di uccidere Gesù non arriva oggi, è già stata costruita tempo indietro.
E poi c’è questo dialogo tra Pilato e Gesù: “Di dove sei? Da dove arrivi? Fammi capire di chi sei re? Fammi capire se io devo temere questo potere o no” E Gesù non risponde, da una parte il chiasso, l’urlo che ti fa stare in silenzio, all’altra il silenzio che ti mette in ascolto, il silenzio di quelle persone che parlano poco, ma quando parlano la gente le ascolta. Perché è un silenzio che denota di avere in mano la questione.
In questo silenzio Gesù fa capire che Lui non ha paura, non è lì per caso, non è lì perché hanno scelto loro, ma è lì perché ha scelto Lui di essere lì, perché ha scelto Lui di dire di sì al Padre, a questa croce.
“Non sai che io ho il potere di metterti in libertà o di metterti in croce?” Come per dire, guarda che il potere è mio. C’è questa discussione sul potere, poi Gesù a certo punto dice: “Tu non avresti questo potere su di me, se non ti fosse dato dall’alto” e forse questo è quello che poi spinge Pilato a cambiare direzione, perché Pilato è un uomo del potere, schiavo del potere. Quello che schiavizza di più non sono tanto i soldi, se guardate nella vita, quello che schiavizza di più è il potere. Potere di dire tu devi fare questa cosa, la fai, tu devi fare questa cosa qui e la fai. Sono io che decido, ed è quello che imprigiona di più, soprattutto Pilato.
Pilato cerca di mettere in libertà Gesù, forse perché ha paura, un giudizio dall’alto, forse perché è stato avvisato in sogno, però alla fine decide di non seguire questa decisione, perché? Perché i giudei lo mettono in scacco, avrebbe dovuto prendere una decisione, avrebbe dovuto mettersi contro Cesare, se liberi costui vuol dire che tu non sei amico di Cesare.
Avrebbe potuto ignorarli? Non è che contassero molto per i romani, gli ebrei. Però non vuole fastidi, non vuole problemi, non vuole prendere una decisione che scontenti la folla. E allora utilizza ancora una volta l’ironia, un’ironia però che poi svela quello che c’è nel cuore di questi uomini, di questi giudei, di questi sacerdoti.
“Ecco il vostro re”, come dire, se ci tenete tanto questo è il vostro re, e farà mettere la scritta “Questi è il re dei giudei” sulla croce, che gli verrà contestato: “non lo scrivere che questo è il re dei giudei, scrivi che questo si è detto re dei giudei”, e Pilato “quello che ho scritto è scritto, questo è il re dei giudei”.
“Metterò in croce il vostro re?”
“Noi non abbiamo altro re che Cesare”.
E questa è proprio la struttura del male che avanza. Sono arrivati lì dicendo che il loro re non poteva essere Gesù, perché l’unica autorità che loro riconoscevano era Mosè, e se ne escono dicendo che il loro re è Cesare. Cioè una sudditanza nei confronti dei romani. C’è questo percorso al quale può portare l’invidia, l’invidia è il peccato. L’invidia, la gelosia, il peccato ci può portare a prendere delle decisioni che ci portano un gradino ancora più in basso.
Perché? Perché vogliamo perseguire i nostri scopi, perché vogliamo perseguire la via che ci porta
lontano da Dio. La via che ci lascia il potere.
Tutti i soggetti, Pilato, i giudei e i sacerdoti vogliono mantenere il potere, non gli interessano né la verità, né la sorte di Gesù. Importante è che le cose rimangono come sono. Che Pilato possa avere ancora il suo potere sugli ebrei, che i sacerdoti continuano a vivere quello che hanno vissuto fino adesso. Perché la parola di Gesù chiama a cambiare, chiama a cambiare direzione, chiama a cambiare il pensiero, non ci lascia seduti tranquilli sulla sedia.
Questa sera, con questo “Ecco l’uomo”, vogliamo un po’ introdurci nella Settima Santa, contemplando la fermezza, e il silenzio di Gesù: “E Gesù taceva”.
Perché è una scelta sua e lì ci sta tutta la grandezza di Gesù, l’ascolto di Gesù, il “potere”, tra virgolette, di Gesù.
Il resto invece è un gran baccano, un grande insieme di suoni, un gran rincorrersi di promesse e di schiavitù. Cercano di mantenere il potere, ma non si rendono conto che si mettono, si sottomettono a un altro potere credendo di essere liberi.
Cerchiamo di entrare in questa serata, avendo sullo sfondo questa immagine dell’“Ecce homo”, chiedendo al Signore che ci accompagni, ci doni la grazia di poter contemplare il dono di Gesù, e poter guardare bene in faccia questi personaggi, perché non capiti anche a noi di diventare schiavi del potere, schiavi della paura, schiavi di tante cose.
ARTE

(1808 Marsiglia – 1879 Valmondois, Francia
Ecce Homo,
1851, olio su tavola, 162,5×130 cm,
Museum Folkwang, Essen (Germania)
Questa sera vi presenterò quest’opera di Honoré Daumier che è intitolata proprio “Ecce homo” e vi devo chiedere uno sforzo, perché è evidente che non è un’opera come quelle che abbiamo visto finora, quindi è un po’ lo sforzo di uscire un po’ dalla comfort zone delle opera più tradizionali, diciamo così, perché qui siamo a metà dell’Ottocento e siamo di fronte ad un autore che è stato uno dei più importanti pittori del realismo francese, ma ha lavorato moltissimo anche come caricaturista e qui si vede proprio anche la sua mano in questa direzione. Quindi bisogna osservare quest’opera senza preconcetto, senza aspettarsi il classicismo, come magari ci siamo abituati con le opere delle volte scorse, entrare invece un po’ più nell’ottica di come la pittura, anche quando è ridotta alla sua essenza, quindi di colore e linea, usate in maniera espressionista, riesca comunque ad esprimere dei concetti e anzi, forse, al pari di quelle più classiche, a imprimere dei concetti nella nostra mente, nel nostro animo.
La leggiamo prima di tutto. Si tratta di un’opera che rappresenta proprio quello che abbiamo ascoltato, quindi vediamo Cristo, presentato, esposto alla folla, con Pilato che lo sta indicando e le guardie. Questo personaggio è probabilmente Barabba, secondo alcuni quest’ombra che si intravede, ma è oggettivamente un po’ un’ipotesi, potrebbe essere la moglie di Pilato, che è stata turbata in sogno per via di Cristo e poi abbiamo la folla che assiste alla scena e che chiede la consegna di Cristo.
Vediamo che questa è un’opera incentrata su pochissimi colori, di fatto ci sono degli ocra con delle tonalità un po’ diverse e poi il nero, che è un nero dato dalle ombre molto intense in alcuni punti, e nero pece che contorna in maniera molto forte le figure, sono contorni molto marcati. Quindi pochissimi colori e questo forte contrasto tra luce e ombre, come se su questa superficie della tela la luce e l’ombra si scontrassero, c’è proprio questo impatto di fortissimo contrasto, ché è un po’ lo scontro luce tenebra, bene e male, che è rappresentato in questa scena.
Però a caricare di significato questa scena non è solo il contrasto cromatico, ma è la forte caricatura nei gesti, nelle pose, nelle espressioni.

Partiamo dal primo gesto che è quello di Pilato che sta indicando Cristo, lo vediamo proprio sporgersi, in maniera quasi innaturale da questo balcone, quasi come, se vogliamo attenerci alle parole del Vangelo, come se tentasse un po’ disperatamente un ultimo tentativo di mettere un governo a questa folla, di cercare di farla ragionare. Nella sua forma, nella sua fisionomia, vediamo però che è un uomo che ha dei tratti appena riconoscibili di umanità. Assomiglia quasi più a un essere antropomorfo, se non conoscessimo la vicenda, difficilmente potremmo immaginarcelo come un procuratore, come un uomo importante. Viene proprio un po’ scarnificato dal pittore, privato degli elementi di importanza, ma anche quasi umani. Perché qui è colui che non ha preso una decisione, che si è sottratto di fatto dal prendere una decisione giusta e si è adeguato a quello che gli faceva più comodo, è colui che non ha voluto schierarsi e questo lo ha reso meno uomo.
Viene subito in mente, per fare un collegamento abbastanza importante, Dante quando colloca gli ignavi nell’antinferno; gli ignavi sono le anime di coloro che in vita non si sono mai schierati, né col bene, né col male e quindi sono rifiutati chiaramente dal Paradiso, ma lo sono anche dall’inferno. Dante li disprezza talmente tanto, in questo loro non essersi mai schierati da nessuna parte, che ci dice che nemmeno l’inferno li vuole.
Qui, forse, questa scelta per Pilato, la scelta di rappresentare così Pilato, potrebbe stare proprio ad indicare anche questo, al fatto che questa sua mancanza di decisione, mancanza di conferma nella giustizia, l’hanno portato a questa sorta quasi di disumanizzazione. È però il personaggio che, con questa diagonale che crea attraverso il suo braccio, indica la figura di Cristo, che vediamo si staglia all’interno della composizione in maniera molto monumentale, statuaria,
Cristo è messo alle catene, come vediamo, c’è la guardia che lo tiene con questo laccio, ed è impassibile, lo vediamo non ribellarsi a queste catene, ha le mani giunte, proprio come abbiamo visto anche la volta precedente nella Cattura di Cristo nell’Orto degli Ulivi, lo aveva dipinto così anche Caravaggio, con le stesse mani, come a consegnarsi, come ad accettare in maniera impassibile ormai la sorte che Lui sa lo sta aspettando, ed ha il capo chino, quindi proprio come accettare la volontà del padre, però è molto interessante il fatto che non abbia dei tratti fisiognomici, di fatto il volto è solo accennato nella sua forma, non vediamo qual è la sua espressione.
E anche se apparentemente questo può sembrare un non finito, può sembrare un elemento, lo dico tra virgolette, brutto nella composizione, è in realtà molto significativo, perché questa accettazione così grandiosa di Cristo, della sua sorte, in questo momento lo rende indescrivibile agli occhi di un essere umano, lo proietta già in una dimensione divina, è superiore a qualsiasi essere umano. E quindi è come se il pittore volesse dire che è indescrivibile l’espressione che può fare in questo momento, è un uomo che è già oltre, è proiettato verso la sua divinità, e questo è ulteriormente sottolineato dal fatto che, se osserviamo la luce, è come se si intensificasse attorno alla testa del Cristo, diventa più chiara, quell’ocra raggiunge quasi una coloritura ancora più dorata, se vogliamo, che è proprio il simbolo della regalità, quindi divinità di Cristo. Anche la corona di spine che indossa e che è simbolo della derisione da parte dei soldati, agli occhi di un fedele, agli occhi di Dio, lo fa apparire come davvero il re dei re, nella sua regalità, nella sua maestosità, data dal suo accettare questa sua condizione per la salvezza dell’umanità, quindi nel suo essere in questo punto il Figlio di Dio che si immolerà. Però se poi osserviamo la nota cromatica che qui appunto è così intensa e dorata, e quindi ci proietta in una dimensione celeste, vediamo che invece la figura di Cristo è costruita con lo stesso ocra con cui poi è colorata la balconata e che quindi ci porta verso la folla, come a indicare che in questo suo essere esposto, Gesù è però il tramite tra il Cielo e la terra, quindi tra Dio e gli uomini.

Uomini che occupano la parte bassa della composizione, quindi il registro inferiore, e la folla di fatto è la seconda protagonista di questo dipinto, intanto perché l’artista usa una tecnica che è quella di adottare il punto di vista del sotto in su, come si vede dalla freccia verde, quindi il punto di vista parte da qui è va verso l’altro, quindi è il punto di vista fondamentalmente anche della folla e con questa scelta Daumier che cosa fa? Colloca noi spettatori, esattamente tra la folla, quindi noi non siamo solo spettatori, ma è come se fossimo testimoni di quello che sta avvenendo, perché il nostro punto di vista coincide con quello di questa folla.

Folla che è disposta, sempre a livello compositivo, secondo la stessa diagonale che è stata usata appunto per costruire il braccio di Pilato, come a voler dire che Pilato si adatta nella sua decisione o non decisione a quello che è il volere della folla e la folla a sua volta è persuasa dai giudei, quindi è come se ci fosse un sobillare, in questo caso una massa che di fatto prende una decisione, ma probabilmente è un po’ anche portata a prenderla, spinta a prenderla.
Se osserviamo la folla vediamo che ha due caratteristiche, la prima quella di essere una massa senza volto, qui è indicata come massa, quasi informe, facciamo fatica quasi a distinguere le forme, intuiamo perché vediamo qui delle persone ammassate che anche qui ce ne sono altrettante, però di fatto ci sono solo dei tratti che l’autore ci indica, a indicare proprio la massa informe. Anche quando le vediamo in primo piano, molte di queste figure sono di spalle, sono semplicemente degli ovali appena tratteggiati, quindi a indicare un po’ che, quando si prendono decisioni in massa, non pensate, non meditate, forse un po’ indotte anche da altri e si segue il pensiero comune, si perde umanità, che è data invece dal volto, dall’essere ognuno diverso, qui vediamo tante figure appena accennate e tutte uguale, appena accennate perché non c’è un’identità vera.

Seguire in questo modo acritico la decisione di altri, ci porta di fatto a disumanizzarci, però anche dove notiamo invece delle figure un po’ più definite, come per esempio questa, notiamo che in questo suo esasperato tentativo di mettersi al di sopra degli altri, in realtà non ottiene un effetto di maggior umanità, ma sembra quasi aumentare forse la ferinità perché ha questo braccio che è sproporzionato, a indicare proprio un’esagerazione, anche qui mancanza di umanità di contegno.

Poi c’è invece quest’altro personaggio che è messo al centro quindi è più definito, qui vediamo i tratti del volto, però vediamo che sono dei tratti deformati, li deforma la luce nei tratti del corpo, ma li deforma soprattutto questa forte linea nera, le ombre che macchiano la pelle. I tratti vengono deformati perché qui, quello che si vuole dire è che il male è così, è deforme, porta ad un abbrutimento, porta ad una deformazione che è fisica, ma che è semplicemente ciò che è visibile di una deformazione morale, qui c’è proprio tutto il concetto che era già della filosofia greca: ciò che è bello è buono, ciò che è brutto è moralmente anche cattivo; quindi è proprio l’abbrutimento che seguire le decisioni sbagliate, che seguire il male porta nella forma, ma c’è anche il fatto che questo uomo, che vediamo con queste fattezze, tiene in braccio un bambino e qui c’è da un lato un inserimento che Daumier ha voluto fare, proprio perché è un pittore realista, di mettere in scena ciò che avveniva davvero: durante le esecuzioni si portavano in piazza i bambini per dare loro un monito, evitare comportamenti sbagliati e dimostrare cosa succedeva. Però qui, se leggiamo questa figura, che tra l’altro è nuda, per mettere ancora più in luce la sua innocenza, quella di un bambino nudo, quindi l’innocente forse per antonomasia, che viene privato però in questo momento dell’innocenza, se pensiamo a un bambino che viene messo in mezzo a questa folla, a giudicare un innocente, nel tentativo proprio di voler quasi attribuire anche a lui questo giudizio, è chiaro che lo si priva della sua innocenza e non a caso, se osserviamo anche le linee compositive vediamo che la linea compositiva che dà verticalità al dipinto, quella principale che è quella di Cristo, è la stessa che ritroviamo poi qui nel bambino a indicare due innocenti: uno esposto davanti a tutti, accusato ingiustamente, l’altro che viene avviato al male da chi, senza una coscienza, senza una reale preoccupazione, lo espone a un scena di questo tipo. Quindi sicuramente l’idea dell’Ecce homo come sacrificio dell’innocente.
MUSICA
“Johannes-Passion” (passione secondo Giovanni), BWV 245 (prima esecuzione 1724)
di Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)
Aspetto spirituale
Centralità del Vangelo di Giovanni:
- Il Vangelo di Giovanni si distingue per la sua enfasi sulla divinità di Cristo, presentandolo come il “Logos” (la Parola) incarnato. Bach cattura questa essenza, dipingendo un Cristo maestoso e sofferente, ma sempre consapevole della sua missione divina.
- A differenza degli altri Vangeli, quello di Giovanni pone l’accento sulla sovranità di Gesù anche nella sua passione, e questo si ripercuote nella musica di Bach.
Teologia luterana:
- Bach era un devoto luterano, e la sua musica riflette la teologia della Riforma. La Passione è un invito alla meditazione personale sulla sofferenza di Cristo e sul significato della redenzione.
- Bach intendeva la sua musica come un mezzo per comunicare la fede e per toccare il cuore dei fedeli.
Coinvolgimento emotivo:
- La Passione di Giovanni è un’opera che mira a suscitare una profonda risposta emotiva nell’ascoltatore. Attraverso la musica, Bach ci conduce attraverso il dolore, la paura, la compassione e la speranza.
- La musica di Bach aiuta i fedeli a meditare sulla passione di Cristo e a trarre beneficio da essa per la loro vita.
Aspetto musicale
Struttura:
- La Passione è strutturata in due parti, che corrispondono ai capitoli 18 e 19 del Vangelo di Giovanni.
- Alterna recitativi (che narrano la storia e che sono eseguiti dai solisti), arie (che esprimono le emozioni dei personaggi sempre eseguito dai solisti) e corali (inni di lode e meditazione).
Corali:
- I corali luterani, con le loro melodie semplici e potenti, sono un elemento fondamentale dell’opera. Essi offrono momenti di riflessione e di partecipazione corale.
Recitativi e arie:
- Bach utilizza il recitativo per narrare gli eventi in modo drammatico, mentre le arie permettono ai solisti di esprimere le proprie emozioni in modo più approfondito.
- L’evangelista, il tenore, narra la storia, mentre i bassi interpretano Gesù, Pietro e Pilato.
Orchestrazione:
- L’orchestra svolge un ruolo cruciale nel creare l’atmosfera e nel sottolineare le emozioni. Bach utilizza una vasta gamma di strumenti, tra cui archi, oboi, flauti e organo.
- La musica di Bach è estremamente descrittiva, e accompagna l’ascoltatore attraverso tutta la passione di cristo.
Il brano è tratto dalla composizione “Johannes-Passion” BWV 245, seconda parte da: 20’52” a 25’00”
Opera completa :
Libretto completo: Bach-Johannes-Passion.pdf