don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti

AVVENTO 2025

ARTE e FEDE

MARIA TRA PAROLA E IMMAGINE

9 dicembre 2025

I miracoli: Le nozze di Cana

FEDE

Ci prepariamo a vivere questa serata, invochiamo il dono dello Spirito, che possiamo entrare dentro a questa scena di misteri della vita di Gesù attraversati dalla figura di Maria.

Ci mettiamo in ascolto del Vangelo di Giovanni

Vangelo secondo Giovanni 2, 1-11

1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 4E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. 5Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto. Ed essi gliene potarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono; tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”.

11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Questa scena che sembra essere un anniversario di matrimonio, ma che non ha a che fare praticamente nulla col matrimonio, che è solamente lo sfondo di quello che succede, perché ci sono due possibili letture. La prima quella più evidente, perché lo dice lo stesso Gesù, tutto quello che succede è fatto per i discepoli di Gesù, non per salvare la faccia allo sposo, non per obbedire alla madre – non c’è scritto qua che i figli non debbano ubbidire alle madri – ma neanche per chi beve il vino.

È un segno che viene fatto innanzitutto per i discepoli di Gesù, perché i suoi discepoli potessero credere in lui, e iniziare questo cammino che poi porterà a riconoscere Gesù come il figlio di Dio.

Un primo prodigio che serve a Giovanni per dire l’inizio del cammino.

Però ci sono anche altri segni, altre interpretazioni che si possono dare.

All’inizio, sono tanti i segni che rimandano un po’ al compimento di Gesù, il terzo giorno a un certo punto finisce il vino, strano che sia proprio il terzo giorno, dopo tre giorni Gesù risorge.

A questo banchetto c’è la madre di Gesù, che si accorge di qualcosa, e questo dice anche la finezza di Maria, e un po’ la finezza femminile, di accorgersi quando c’è qualcosa che non va, di avere l’occhio un po’ più avanti, cioè la capacità di cogliere un fallimento annunciato, però, racchiudono una finezza, una capacità di vedere al di là di quello che si sta compiendo.

A questa finezza, però, Gesù rispondere con questa risposta, una risposta busca – io dico sempre ai ragazzi quando c’è il brano delle Nozze di Cana, voi non dovete rispondere così, non siete autorizzati a rispondere così alle vostre mamme – “Donna” come a dire “che vuoi da me?” È un prendere le distanze. Qua è proprio evidente, lo dicevamo già due settimane fa, che Maria non ha chiaro tutto il percorso di Gesù, Maria come i discepoli. Abbiamo appena festeggiato l’Immacolata, Maria è un po’ privilegiata però lei non ha le cose per magia, anche lei deve camminare, e deve capire, dovrà capire che cosa vuol dire questo cammino di Gesù.

In questa risposta di Gesù, un po’ sferzante, alcuni esegeti vedono il desiderio di Gesù di preservare Maria da una ferita, da una fatica, perché con questa espressione, con questo miracolo, non si rende neanche conto, ma da quel momento in avanti la vita di Gesù cambia. Fino quel momento lì, trent’anni, nascosto, eccetera, eccetera., da quel momento lì, poi le cose cambiano.

Da quel momento lì in poi incominceranno le invidie, incominceranno le gelosie, incominceranno ad acclamarlo come re. Questo è un miracolo di cui Gesù vede la portata e la pesantezza di questo miracolo. La pesantezza anche che cadrà sulle spalle di Maria, che da qua poi la parabola parte, e quando parte poi arriva alla fine, e la fine, lo sappiamo, è la morte di Gesù in croce. La perdita di tuo figlio, quella spada, che Simeone aveva detto a Maria “ti trafiggerà l’anima”. È qua che inizia questo cammino.

Quindi la resistenza di Gesù, probabilmente, è data anche da questo: “Sei sicura? Vogliamo partire in questo cammino? Sai quello che stai chiedendo?”

Questo è il cammino che ci ricorda che anche Maria ha dovuto fare il suo percorso, percorso di crescita, percorso di conoscenza del cammino di Gesù, di quello che è chiamato a fare. Però questo miracolo avviene.

Interessanti anche alcuni particolari, così commentiamo un po’ il brano, il particolare delle giare, queste anfore che vengono riempite fino all’orlo, cioè il massimo che si può. Sì ne bastava una per concludere degnamente, bastava anche del vino meno buono. Quando si segue Gesù, si va fino alla fine, si riempie fino alla fine, il gesto che si fa è un gesto che è sovrabbondante, sia in quantità, che in qualità. Anche se questo alla fine costerà, costerà a Gesù, costerà ai discepoli, costerà anche a Maria.

In questo miracolo vediamo l’inizio dei prodigi compiuti da Gesù, però già possiamo leggere tutto quello che sarà. Questo vino è il vino che poi Gesù non berrà sulla croce, “lo berrò nuovamente quando sarò nel mio regno” dirà poi sulla croce. Questo il trait d’union che c’è partendo da questo miracolo arrivando fino alla resurrezione di Gesù.

Anche noi questa sera, facendo un excursus su questo miracolo e su altri miracoli, ci mettiamo come Maria, con questa fiducia. Nonostante questa risposta che non capisce, Maria si fida. Si fida fino in forno: “Qualsiasi cosa vi dica, voi fatela e andate tranquilli”. Quindi, nonostante c’è questa, come dire, questa risposta un po’ particolare che ha bisogno di tempo per essere capita, spiegata, Maria è il prototipo del discepolo che si fida, pur non conoscendo, pur non vedendo, perché Maria non vede il miracolo, vede il vino, ma non vede la trasformazione del vino, quello lo vedono solo i discepoli e il maestro di tavola.

Quindi, c’è una fiducia in Maria che è il prototipo di ogni discepolo, forse anche il nostro prototipo. Anche noi nella vita non capiamo tutto quello che il Signore ci dice, alle volte la vita ci porta ad avere delle risposte un po’ così, un po’ spigolose: fatti della vita, momenti della vita che ci portano a vivere così, però non dobbiamo perdere la fede in Gesù, che è poi quello che Gesù chiederà per Pietro, non che non lo tradisca, ma che non perda la fede, e questa fiducia che vediamo questa sera, nonostante tutto, dovrebbe essere il prototipo anche del nostro seguire il Signore.

Adesso noi andiamo verso il Natale, tutti noi dobbiamo prepararci al Natale coltivando la nostra fede, attraverso le fatiche che il mondo ci dà da vivere, nonostante le fatiche del mondo noi non dobbiamo perdere la nostra Speranza.

Questo messaggio sia un po’ quello che dobbiamo portare a casa per noi in preparazione al Natale.

ARTE

Questa sera il percorso artistico vuole prendere spunto dal primo miracolo, le nozze di Cana, e vedere altri due episodi legati al prodigio, al miracolo nella vita di Maria.

Il primo è un affresco che riporta esattamente l’episodio che abbiamo letto nel Vangelo, ed è l‘affresco nella cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto.

Vediamo, innanzitutto l’aspetto compositivo. Giotto qui imposta la scena all’interno di questa stanza che ci rende con questo sfondato. Quindi noi riusciamo a immedesimarci all’interno della stanza stessa, grazie a questa profondità, di cui Giotto è considerato l’inventore, con questa disposizione delle figure a gruppi di tre.

Qui vediamo a sinistra Cristo con un discepolo, probabilmente Pietro e lo sposo, qui vediamo al centro la sposa con Maria e un’altra commensale e poi il maestro di tavola con i servi, quindi una disposizione a tre, che viene anche ripresa nella disposizione delle anfore che sono sei in totale, ma disposte a tre a tre. A indicare assolutamente tanto il punto di partenza del Vangelo, che parla di tre giorni dopo, e il numero tre, che è evidentemente un numero simbolico, come già ricordato da don Alessandro, quindi una composizione che già nei simboli è esattamente costruita.

Se poi esaminiamo i particolari potremmo partire dalle anfore, partire da queste perché lo stesso Giotto le mette in primo piano: sono nel registro inferiore e sono il primo elemento, di fatto, che si nota. Sono anfore molto grandi, come abbiamo letto anche nel Vangelo, e che rappresentano quindi proprio questa abbondanza nella loro grandezza, l’abbondanza della grazia, che è arrivata attraverso questo miracolo sulla tavola e nella casa di questi sposi. Sono rappresentate da Giotto, come abbiamo letto, in numero di sei come indicato nel passo, però secondo alcuni biblisti, qui Giotto ha fatto riferimento anche al voler mantenere il numero sei, perché rappresenta, al di là del multiplo di tre, anche il segno dell’imperfezione, dato che nella Bibbia è il sette il numero che rappresenta la perfezione, qui invece si tratta appunto di ricordare la quotidianità, l’imperfezione terrena, entro cui questo miracolo si sta svolgendo, e a indicare che è proprio la nostra dimensione terrena ad aver bisogno di questa grazia, di questo vino nuovo, che attraverso questo miracolo questi sposi potranno avere e simbolicamente anche tutti noi.

Vediamo che anche la stessa sposa è rappresentata al centro, ed è esattamente il centro della composizione, se tracciassimo una verticale vedremmo che l’affresco si divide esattamente a metà, e quindi è messa al centro della tavola e al centro della composizione, questo perché si è voluto dare un ruolo particolare non tanto alla donna qui rappresentata, ma al simbolo che lei stessa rappresenta, ovvero la sposa che è però sposa di Cristo, quindi la Chiesa, colei che proprio in virtù di questo miracolo che parte da questo matrimonio, da questo banchetto, diventerà poi la beneficiaria dei miracoli di Cristo. La Chiesa come la beneficiaria di questa vita, data da Gesù che è partita proprio da questo momento.

È una figura anche molto statuaria. A livello tecnico è molto importante questa scelta, Giotto la dipinge, come fa spesso nelle sue figure sedute, con le ginocchia leggermente divaricate, a volerne rappresentare anche la maestà, la possenza, ma è anche un espediente tecnico per rappresentare la profondità, però questa figura in questo modo, qui si staglia proprio a indicare la centralità. È alla Chiesa che è rivolto questo miracolo, ai suoi discepoli e poi a tutti quelli che arriveranno dopo di loro, dopo quelli presenti a questo banchetto.

Notiamo un’altra figura interessante che è quella del maestro di tavola, qui Giotto ha fatto una scelta un po’ particolare, la scelta è quella di farlo bere, lo rappresenta così corpulento a ricordare sempre un po’ l’abbondanza di cui abbiamo detto prima, e lo fa bere da questa coppa che è anche particolarmente grande se la si osserva bene, quindi di nuovo questa grandezza ad indicare l’abbondanza, ma vediamo che questo maestro non ha un’espressione particolare, non può fare altro in questo contesto che constatare la bontà di questo vino, di cui però lui in questo momento ancora non sa nulla, non sa da dove viene.

Vediamo che vicino a lui ci sono i servi ed è molto interessante vedere come Giotto abbia costruito questo gruppo, con una serva intenta nell’atto di versare l’acqua, un altro che ha probabilmente appena dato la coppa al maestro di tavola, e lui che beve. Gli unici qui che sanno che cosa sta succedendo sono i servi, che hanno ascoltato quanto Cristo ha detto loro, e quindi sono coloro che, essendosi fidati, sono i primi ad aver capito che cosa è successo, a riconoscere la grazia di questo momento. Il maestro di tavola si limita a costatare la qualità del vino.

Significativo è il fatto che invece Giotto mette Cristo un po’ in disparte, qui lo si vede nell’insieme, non è al centro, lo abbiamo già detto prima, al centro è messa la sposa, simbolo della Chiesa, Cristo è in disparte nell’atto di benedire ed è colui che in realtà ha prodotto un miracolo, però questo forse a voler significare che Dio è così, non sempre è sul palcoscenico, non sempre è in primo piano, è colui che fa il miracolo, ma rimane in disparte, bisogna poi essere in grado di riconoscerlo, e questo forse a voler anche sottolineare quello che riguarda i miracoli, straordinari, ma che riguardano la quotidianità di tutti. Non vedere sempre da dove proviene l’evento più o meno prodigioso che riguarda la vita di tutti i giorni, ma sapere che c’è chi, attraverso la benedizione, il gesto è significativo, lo ha in qualche modo architettato, gli ha dato il via.

Questo gesto è poi ripetuto nel gesto che compie anche Maria, che riconosciamo grazie all’aureola, come per gli altri personaggi: il discepolo e Gesù, ma anche proprio perché ha lo stesso gesto del figlio e come il figlio è l’unica, oltre a Gesù, ad indossare un abito color blu, ormai l’abbiamo già visto tante volte il simbolo divino di questo colore. Notate che è anche quello più rovinato in entrambi i casi, perché era prodotto con i lapislazzuli che, essendo messo a secco, di solito sugli affreschi è quello che si rovinava anche prima, ma il tono di divinità, il tocco di divinità anche qui non manca e sono proprio gli elementi che collegano la madre e il figlio.

Infine interessante notare la presenza di questo servo che è messo in piedi, ritto davanti a Gesù, con uno sguardo che, se guardate, è fisso negli occhi di Cristo, con questa grande attenzione come se stesse ascoltando ogni singola parola con questa grandissima attenzione e soprattutto lo vediamo fermo, quasi statuario nella posizione, mentre tutt’attorno si sta svolgendo un banchetto a voler sottolineare come sia necessario a volte, forse per riconoscere il miracolo, ma anche semplicemente per andare più in profondità, fermarsi, fermarsi e ascoltare Gesù, ascoltare la Parola con l’attenzione, con la capacità di potersi estraniare da tutto il resto e, forse non a caso, dietro alle spalle di questo servo, ce n’è un altro che invece vediamo chino sulla tavola, ha in mano un coltello. Vengono rappresentate due caratteristiche della vita: quella contemplativa e quella attiva.

Lasciamo Giotto per arrivare a Leonardo, e lasciamo il brano che abbiamo letto, per vedere invece un altro episodio in cui Maria è protagonista insieme a Gesù di un miracolo, che però è un miracolo raccontato in una leggenda, che all’epoca di Leonardo aveva avuto grande successo, infatti non solo lui l’ha rappresentata, ed è quella conosciuta come Vergine delle Rocce. Racconta di quando Maria e Gesù, che sono rappresentati qui, si erano recati da san Giovannino, che era rimasto orfano di madre e che viveva nel deserto. Maria e Gesù vivevano a Nazareth, trasportati da un angelo, che vediamo qui. Si narra, in questa leggenda, il momento in cui l’angelo ha deposto Gesù e Maria nel deserto ed il deserto è fiorito, e qui vediamo un ambiente ricco di vegetazione.

Il punto di partenza è questa leggenda e non un brano evangelico, ma a sottolineare come la figura di Maria, e quella di Gesù, sia stata sottoposta anche dall’amore popolare a tante storie che raccontano di questi prodigi, e l’aspetto che vogliamo sottolineare stasera è anche quello prodigioso.

Vediamo come qui Leonardo ambienti questo gruppo di figure in uno sfondo, ci torneremo poi alla fine, che non è il deserto classicamente inteso. Presenta certamente l’aspetto di fioritura nel registro inferiore, ma anche in quello superiore dove avrebbe potuto rappresentare uno scenario desertico, sceglie invece questo paesaggio molto particolare, roccioso, che richiama la famosa caverna della natività, la grotta della natività, di cui abbiamo già parlato qualche volta fa.

Questo aspetto di grotta è rappresentato anche nel modo in cui Leonardo decide di disporre la figura centrale, che è quella di Maria, che è messa al centro, al centro della composizione, ma vedete che è lei stessa a creare lo spazio, perché ha un braccio proteso verso san Giovannino, come a volerlo proteggere, lo abbraccia, e l’altro invece sfonda lo spazio, perché viene verso di noi con questa mano protettrice sopra Gesù Bambino, quindi con questo manto, che poi si allarga quasi ad ala, diventa quasi essa stessa la grotta, a voler rimandare, con l’idea evidente che ha accolto Gesù, come abbiamo visto in Piero della Francesca la volta scorsa, quindi Maria come luogo in cui Gesù si è incarnato e che lei stessa ha protetto, nel momento stesso dell’incarnazione. Maria qui diventa la rappresentazione di colei che ha permesso la nascita, e ha permesso poi la salvezza.

Vediamo poi, che anche gli altri personaggi dialogano tra di loro, in particolare Gesù che benedice san Giovanni, il quale ricambia con questo gesto di preghiera; il gioco di sguardi è tra loro due, ma anche quello di Maria è uno sguardo, se vogliamo, di controllo, e poi c’è questo sguardo decisamente più enigmatico, che è quello dell’angelo, che è invece rivolto a noi, e che sembra volerci richiamare, per sottolineare il suo gesto che è indirizzato verso san Giovanni, a indicare il Precursore, – in realtà proprio questo gesto, apro un piccolissima parentesi, pare abbia poi costretto Leonardo, insieme ad altre vicende, a dover fare una seconda versione di questo dipinto, perché i committenti, che erano la Confraternita dell’Immacolata di Milano (questa è la prima opera di Leonardo a Milano) non erano d’accordo che si volesse dare così tanta importanza a san Giovanni, se qualcuno di voi l’ha vista, sono versioni un po’ diverse, ma molto molto simili, ma con qualche differenza con questo dipinto, è conservata, la seconda, alla National Gallery di Londra, e questa invece si trova al Louvre, mi sono un po’ persa su questa questione di poca importanza rispetto al nostro percorso -.

Dicevo che l’angelo, osservatelo, ha questo sguardo enigmatico, insieme anche alla posizione che ricorda, pare proprio volutamente, quella di una sfinge, che nell’antico Egitto era colei che custodiva i misteri, e qui l’angelo è colui che custodisce i misteri divini, e sembra richiamare noi a quei misteri per indicarci appunto il Precursore, e poi, ovviamente, un po’ tutto l’insieme.

Ma l’altro aspetto su cui mi volevo focalizzare è quello del paesaggio. Perché vedete è un paesaggio primordiale. Un paesaggio roccioso che non rimanda a nessun paesaggio reale, non è riconoscibile in un luogo preciso, nemmeno troppo verosimile. Quindi, Leonardo sicuramente ha voluto in maniera consapevole scegliere questo tipo di paesaggio, non un deserto più classicamente inteso, e qui, forse, è l’idea di rimandare all’idea di questa origine, come abbiamo detto, sia collegata a quella di Maria, come nella citazione dal libro dei Proverbi: «Prima di ogni sua opera, all’origine» [Pr 8,22] c’era già Maria. Come fosse un paesaggio, non toccato dall’uomo, un paesaggio quasi puro nel suo non essere abitato e forse anche inabitabile. Così come Maria è stata pensata: pura fin dalla sua origine.

Questo è il più grande prodigio per concludere il nostro percorso di questa sera su questo aspetto che riguarda la figura di Maria.

E lo possiamo vedere, esaminando quest’ultima opera che ci porta a una dimensione decisivamente diversa. Siamo nel 1984, quindi in ambientazione di arte contemporanea. Dove vediamo questa Madonna, il titolo dell’opera è Il Sole nel Grembo di Arcabas, Jean-Marie Pirot in arte Arcabas, che rappresenta qui Maria, questa donna, con il sole nel grembo.

La rappresenta nuda, ma vediamo che non c’è nessuno scandalo in questa nudità, è la nudità che nel mondo dell’arte rappresenta proprio la perfezione, dal mondo greco il corpo umano è rappresentato come il massimo esempio di bellezza, e di perfezione, perché nel mondo greco, bello e buono coincidono. Quindi qui questa bellezza, l’espressione del corpo umano è la massima espressione di perfezione e la massima espressione di bontà. E la scelta qui, è quella di rappresentare l’essere perfetto che è Maria, nel suo essere stata concepita senza peccato, ma perché? Perché potesse portare il sole nel mondo, la luce di Dio nel mondo.

E questo grembo è rappresentato in questo modo, come una sorta di sole, il titolo lo rimanda, che Maria, vediamo, custodisce con grande tenerezza, in questo modo qui, appoggia in maniera salda, ma anche tenera con le mani su questo grembo, consapevole di essere madre, di quel bambino e madre di un bambino che sarà dono per l’umanità.

E questa sua scelta avviene nella terra, e vediamo come abbia i piedi ben piantati in terra, e tutto il registro inferiore sia molto più scuro, ma grazie a questa sua forte verticalità, questo suo “Sì”, porta l’uomo dalla terra verso una dimensione che può avvicinarlo a Dio.

Arriviamo a questo cielo, che è proprio etereo, su cui volano queste colombe, che sono, evidentemente, il richiamo allo Spirito Santo che su Maria stessa è sceso nel momento dell’incarnazione, e che rappresentano, la direzione in cui Maria ci porta, direzione che è quella del cielo, in cui però si staglia anche questo viso, che io trovo di una serenità, e anche bellezza, anche se magari non è così immediato riconoscerla, però davvero straordinario, perché è un volto estremamente sereno. Ha uno sguardo fisso, sa bene a chi si sta rivolgendo, lei è madre di Cristo e poi lo diventerà di tutta l’umanità e di tutti noi, con una serenità di chi sa di custodire un prodigio, che magari non ha del tutto compreso, che senz’altro dovrà sopportare, perché sappiamo che questo Sole poi finirà sulla croce, ma lei lo affronta con grande serenità.

Si trova quindi a essere madre, ma proprio sotto la croce Cristo la farà diventare a sua volta madre non solo sua ma di tutta l’umanità, lei che era stata concepita pura essenza peccato, ma dal suo stesso figlio.

Ed è quello, per concludere, che Dante fa pronunciare a san Bernardo nel canto XXXIII del Paradiso:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
(Dante Alighieri, Paradiso XXXIII)