DA GERUSALEMME A ROMA

Il Vangelo arriva agli estremi confini della terra

(Atti 21 – 28)

Il tempo dei viaggi missionari è finito. In questi ultimi capitoli degli Atti l’annuncio della Parola per fondare comunità non ha più luogo. Non troviamo alcuna annotazione sullo sviluppo delle Chiese. La nuova vicenda inizia a Gerusalemme con un discorso degli anziani della comunità a Paolo (21, 20-26), poi con un discorso di Paolo al popolo (22, 1-21). Segue una serie di quattro processi a Gerusalemme e a Cesarea, di importanza crescente (23, 1; 24, 1; 25, 1; 26, 1). In questa passione di Paolo, che lo fa partecipare, come ogni martire, a quella di Gesù, il tema di fondo dei discorsi, quasi la loro ragion d’essere, è la risurrezione. Infine il viaggio a Roma. Nella capitale dell’Impero si compie la svolta decisiva: ormai ci si rivolge ai pagani senza più tener conto del privilegio dei Giudei di ricevere per primi la Parola (28, 28). Cosi emerge definitivamente e liberamente il grande movimento di vita che attraversa il mondo: la Risurrezione e lo Spirito.

La salita a Gerusalemme.

Fin dall’inizio appare la presenza dello Spirito. È lui a spingere Paolo verso il suo destino, e la sua presenza è significata dai profeti che discernono l’ora dalla quale tutti vorrebbero preservare Paolo. L’assemblea riprende le parole del Padre nostro e del giardino degli Ulivi: “Sia fatta la volontà del Signore!”. Tutta la Chiesa è coinvolta nella passione di Paolo e vi prende parte.

(Atti 21, 1- 14)

L’accoglienza degli anziani è cordiale ma inquieta. Paolo rende conto della sua missione alla comunità di Gerusalemme; la Chiesa rende grazie. Nella capitale del giudaismo, in una comunità presieduta de Giacomo, parente di Gesù, attaccatissimo all’eredità dei padri, Paolo accetta di vivere come un giudeo: Mi sono fatto tutto a tutti, aveva scritto (1 Corinzi 9, 22). Egli deve dare prova della sua buona fede: se non impone ai pagani le pratiche giudaiche, non ne distoglie però quelli che sono di origine ebrea. Di fatto però Paolo non si è mai opposto alle pratiche stesse ma a quelli che ne fanno la realtà la condizione della salvezza. Ebreo, egli accetta di compiere un atto di pietà tipicamente giudaico: si inserisce in un gruppo di pellegrini che hanno fatto il voto di nazireato (cf. 18, 18), andrà al tempio per la purificazione secondo le prescrizioni della Legge (Numeri 6, 1-21) e ne pagherà pure le spese (ef. 21, 24). Gli Atti non dicono che Paolo recava con sé anche la colletta delle sue Chiese a favore di questa comunità madre caduta nell’indigenza.

(Atti 21, 15-26)

Paolo arrestato nel tempio

Inizia il tempo della prigionia. Un malinteso ha forse creato lo scandalo: si crede che Paolo abbia introdotto nel tempio un non-giudeo, a cui è vietato rigorosamente, sotto pena di morte, di penetrare nella parte interna; si grida allo scandalo. In realtà l’odio è pronto ad esplodere; il giudaismo ha risentito la scossa del cristianesimo nascente; e lo considera un distruttore della propria ragion d’essere e delle proprie istituzioni. Questo riflesso era già entrato in azione contro Stefano (ef. 6, 11-14), anzi le stesse accuse erano state rivolte Gesù (Marco 14.58; 15, 29; Matteo 26, 61; 27, 40), La reazione di difesa si fa violenta, irrazionale, quasi viscerale. La folla reclama la testa di Paolo, come aveva reclamato quella di Gesù. L’occupante, che sorveglia il tempio dalla fortezza installata all’angolo nord-ovest, interviene per impedire la sommossa. La truppa crede di mettere le mani su di un nazionalista estremista. Luca sottolinea una volta di più che né Paolo no i Cristiani hanno mai avuto mire sovversive contro l’Impero.

(Atti 21, 27-40)

Il discorso di Paolo al popolo di Gerusalemme

L’oratore si mostra buon ebreo, parla l’aramaico corrente, si dà il brevetto di buona scuola rabbinica (ef. Filippesi 3, 4-6). Ma soprattutto testimonia la sua conversione e la spiega. Questo fatto domina e ispira la sua vita; tre volte è narrato negli Atti (9, 1-18; 22, 1-21; 26, 10-18). “Io sono Gesù che tu perseguiti”: l’opera di Paolo per la Chiesa è iniziata da questo incontro. Parlando ai Giudei di Gerusalemme, Paolo menziona un particolare omesso altre due volte: egli ha ricevuto la sua missione nel Tempio. Da parte giudaica abbiamo il rifiuto di accettare il messaggio cristiano in tutta la forza in cui Paolo lo presenta, poiché esso include la fine della priorità giudaica di fronte ai pagani.

(Atti 22, 1-29)

Davanti al sinedrio: primo processo.

Nell’ultimo ciclo degli Atti, ogni discorso è inserito in un racconto assai vivace. L’episodio dello schiaffo del gran sacerdote, un uomo del resto dalla reputazione poco raccomandabile, non manca d’ironia. Ogni volta si crea una « suspense » sempre più intensa: qui il tema della risurrezione semina divisione nell’uditorio, poiché era una questione disputata all’interno della teologia giudaica. Infatti la fede nella risurrezione con conseguente destino diverso per buoni e cattivi si è affermata abbastanza tardi nel giudaismo (2 Maccabei 7, 9. 11. 14. 23. 29. 36; 12, 38-46; Daniele 12, 2-3; of. Sapienza 3. 1-5. 16). Era stata accettata dai farisei, ma i sadducei cercavano di combatterla, anche mettendola in ridicolo (Marco 12, 18-27; Matteo 22, 29-39; Luca 20, 27-38). Questo discorso, come gli altri, vuole precisare che Paolo e i cristiani sono innocenti dell’accusa giudaica e dei sospetti romani. Il dibattito, condotto dapprima a livello giuridico, si allarga presto alle realtà teologiche.

(Atti 22, 30. 23, 1-11)

Complotto dei Giudei e trasferimento di Paolo a Cesarea

Questo racconto prepara il processo seguente. Un gruppo giudaico trama un attentato contro Paolo, impegnandosi solennemente a realizzarlo, sotto pena di maledizione divina o anatema. A questo fanatismo cieco, Luca oppone la correttezza delle autorità romane; fin dall’inizio esse riconoscono che il cristianesimo non ha nulla di sovversivo. È una prova della lealtà dei cristiani. D’altra parte, esse ritengono ancora che si tratti soltanto di un conflitto di opinioni all’interno del giudaismo. Notiamo l’allusione alla sorella e al nipote di Paolo, la sola notizia che possediamo della sua famiglia.

(Atti 23, 12-35)

Davanti a Felice: secondo processo

Il linguaggio è quello delle gravi accuse e delle brillanti difese. Ancora una volta, Paolo respinge l’accusa giudaica e il sospetto romano. Si intenta contro di lui un processo, ma sono assenti proprio quelli che più lo accusano, i Giudei d’Asia hanno provocato più di una sommossa contro di lui durante i suoi viaggi missionari. Le accuse concrete non sono fondate sui fatti. Più profondamente, e qui sta il problema, i primi Cristiani sono convinti che la loro fede non è una perversione, una secessione o una opposizione al giudaismo, ma il compimento della sua speranza storica. La risurrezione – di Cristo anzitutto e anche la propria – è la loro certezza incrollabile; ma questa convinzione esiste all’interno di Israele.

(Atti 24, 1-21)

Nell’aula del procuratore.

Felice procuratore dal 52 al 59, è bene informato sul nascente movimento cristiano. Ma si sottrae non appena si presentano esigenze precise. Era un liberto imperiale, prepotente, vizioso e venale, fratello di Pallante, il famoso favorito di Agrippina e ministro di Nerone; avrà senza dubbio contribuito allo scontento da cui nacque la rivolta che travolse per millenni lo Stato israelitico. Sembra che sia stato umano con Paolo, pur trattenendolo in prigionia altre il termine previsto dalla legge. Drusilla, figlia di Erode Agrippa I, a quindici anni aveva abbandonato il primo marito, re di Emesa, per diventare la terza moglie di Felice.

(Atti 24, 22-27)

Davanti a Festo: terzo processo

I procuratori cambiano, ma a Gerusalemme le autorità giudaiche non dimenticano Paolo: è la prova della preoccupazione che la Chiesa nascente procura al giudaismo. Ancora una volta si cerca di sopprimere l’Apostolo con un attentato. Si circuisce il governatore, ma invano. Dal momento però che la lite è di ordine religioso, perché non regolarla davanti alla giurisdizione del Sinedrio, controllando bene la regolarità del dibattito? Paolo non può consentire a questa mossa; cittadino romano, non gli resta che appellarsi all’istanza suprema dell’Imperatore.

Atti 25, 1-12

Davanti ad Agrippa: quarto processo

Paolo era già stato portato alla presenza di Drusilla (24, 24); questa volta incontra Agrippa II e Berenice sua sorella, quella che avrà i nati legami con Tito; i tre figli di Erode Agrippa 1 (12, 1) hanno cosi fatto la sua conoscenza. Il procuratore romano ha potuto pensare che i suoi ospiti di origine giudaica potevano forse illuminarlo sulla lite. L’incontro si svolge nello stile ufficiale. Prima di esporre il suo curriculum vitae », Pasis mette in risalto la fede cristiana nella risurrezione, e mostra il cristianesimo come il compi mento della speranza giudaica a beneficio di tutti gli uomini. Leggiamo poi il terzo racconto della sua conversione (9, 1-18; 22, 3-16), che accentua maggiormente la missione di Paolo con i termini delle vocazioni profetiche dell’Antico Testamento. E una bella biografia cristiana di Paolo, une visione del cristianesimo come compimento del destino d’Israele, una professione di fede nella risurrezione di Gesù vivente per la salvezza dei popoli.

Davanti a tali argomentazioni religiose e dimostrazioni bibliche, Festo è smarrito. Agrippa non sembra restare indifferente, ma si sottrae con una battuta al momento delle necessarie conclusioni. Il prigioniero è riconosciuto innocente, ma rimane imbrigliato nella maglia della procedura: per sfuggire al Sinedrio, ha dovuto fare appello a Roma, e a Roma dovrà andare. Ma non aveva Paolo già da anni sentito (19, 21) che doveva spingersi fino alla capitale imperiale ad annunciare Cristo? E l’autore degli Atti non si è proposto appunto di presentare l’espansione della Risurrezione della Pentecoste fino alle estremità del mondo?

(Atti 25, 13-27. 26, 1-32)

Il viaggio a Roma

Viaggio pieno di peripezie. La navigazione a quell’epoca era pericolosa in ogni stagione, ma soprattutto a partire dall’autunno il giorno del digiuno (v. 9) o dell’Espiazione è la grande festa giudaica dell’inizio d’autunno praticamente impossibile d’inverno. Armatori e marinai non vogliono passare l’inverno in un porto poco attivo, e si espongono cosi a rischi imprudenti; vi giocano senza dubbio ragioni economiche: si trasporta un carico di grano (v. 38). Per quindici giorni la nave andrà alla deriva dalle coste di Creta fino all’isola di Malta, senza orientamento, poiché non si può far conto né sulle stelle né sul sole, unica possibilità a quell’epoca di conoscere la direzione (v. 20). Paolo domina la situazione con molta calma; è abituato al mare, e ha già l’esperienza di tre naufragi (2 Corinzi 11, 25). Questo viaggio, che fa pensare un po’ alla vicenda marittima di Giona, è a suo modo un racconto di risurrezione: Paolo e i suoi compagni sfuggono tutti alla morte; tutti saranno salvi: equipaggio, passeggeri e prigionieri. Il pranzo di Paolo ricorda il rito dell’Eucarestia e i suoi effetti di salvezza. Si noti il discorso sulla speranza, il cui tema domina l’ultimo ciclo degli Atti (27, 21-26; cf. 23,6; 26,6-8; 28, 20).

A Malta, semplice tappa, Paolo non può evidentemente pensare a fondare una comunità, ma opera guarigioni. Tre tappe successive: Siracusa, Reggio, Pozzuoli; in quest’ultima Paolo ha la gioia di trovar dei fratelli (vv. 13-14). A Roma incontra una comunità di cristiani di cui ignoriamo l’origine, ma che ha già ricevuto da lui la grande lettera sulla salvezza in Gesù Cristo; i suoi membri gli vanno incontro fino a più di cinquanta chilometri dalla città (al Foro di Appio e alle Tre Taverne, a nord di Terracina). È dunque conosciuto e atteso.

(Atti 27, 1-44. 28, 1-20)

Ultimo appello ai Giudei.

Come al solito, Paolo non manca di prendere contatti con la comunità giudaica della città. Vuole chiarire la sua situazione, vuole soprattutto annunciarle il Vangelo come compimento della Scrittura e della speranza di Israele. Ma i Giudei non comprendono, perché non operano la conversione dal passato verso l’avvenire. D’ora in poi la Parola sarà direttamente rivolta ai pagani senza passare per la Sinagoga. Il discorso è un ultimo richiamo e una conclusione. Conclusione di tutto il dibattito del cristianesimo nascente in rapporto alle sue radici giudaiche, per mettere in luce il suo ruolo nel disegno di Dio affidato a Israele, per esprimere la sua originalità e insieme la sua fedeltà. Conclusione soprattutto del libro degli Atti: il movimento della Risurrezione e della Pentecoste si diffonde liberamente in tutto l’universo; i limiti dell’antico Israele sono superati; il popolo di Dio riunisce l’umanità intera.

(Atti 28, 21-29)

Conclusione che non è una fine

Luca sa che Paolo è morto martire a Roma. Ma non ne parla, come non ha parlato dell’azione di Pietro dopo la sua liberazione dalle mani di Erode. Il suo scopo non è quello di darci una storia della Chiesa, ma di mostrare lo sviluppo del Vangelo fino alla sua libera entrata presso tutti i popoli. Questo piccolo panorama sull’attività di Paolo a Roma, a conclusione del libro, vuole appunto insinuare che il Vangelo sarà Buona Novella per tutte le nazioni e per tutte le generazioni.

(Atti 28, 30-31)