A GERUSALEMME
La prima comunità
Luca ama presentare un quadro panoramico nei momenti di vita intensa in cui qualcosa si prepara; così pure a ogni svolta importante della diffusione della Chiesa, egli fornisce la lista dei principali personaggi. Qui è l’unica volta che viene nominata negli Atti la madre di Gesù; la parentela collaterale di Gesù, «i suoi fratelli», avrà più tardi un posto di rilievo nella comunità di Gerusalemme (12, 20; 15, 13; 21, 18). Ecco dunque costituita una prima comunità cristiana. L’assiduità alla preghiera va di pari passo con la rilettura della Bibbia alla luce della vita di Gesù (cf. Luca 24, 26. 44-49).
In attesa dello Spirito
Atti 1, 13-14
Ricostituzione del collegio dei Dodici.
Il ministero dell’apostolato («diaconia» o servizio di coloro che sono inviati) appare subito come un’istituzione solida e indispensabile al popolo di Dio. Gli Apostoli sono dodici, come per presiedere le dodici tribù, cioè il vero Israele (cf. 26, 7), e attorno ad essi si forma la comunità, dieci per uno: è ciò che significa il numero di 120. L’istituzione non può essere compromessa dal venir meno di uno dei suoi membri, Giuda, la cui sorte finale ha i tratti del dramma. Chi prende l’iniziativa è Pietro; certo non è un caso.
Ci si rivolge al Signore – senza dubbio a Gesù risorto -, per sostituire il traditore; secondo l’antico uso d’Israele, si attende che la volontà di Dio si manifesti dove cade la sorte; è un nuovo indizio che la comunità è la continuazione dell’Israele fedele, è il vero popolo di Dio del futuro. Gli Apostoli agiscono in stretta unione con l’assemblea, la quale presenta i candidati, come avverrà per l’elezione dei diaconi (6, 3-6; cf. anche 4, 23; 11, 18).
Il ministero dei Dodici consiste essenzialmente nell’essere testimoni della resurrezione, dopo aver accompagnato il Signore dal battesimo di Giovanni fino all’ascensione. Testimoni oculari, essi assicurano in maniera autentica la continuità con Gesù; a questo titolo, il loro ministero della Parola (2, 14; 6, 4) è fondamento della fede della Chiesa. Ma esso include anche un insieme di azioni che fa di essi il punto in cui la comunità trova la sua unità non soltanto dottrinale, ma liturgica, economica e missionaria (2, 42; 4, 35; 5, 12. 32). La Chiesa di Gerusalemme, a motivo della sua cristallizzazione attorno agli Apostoli, rimane un punto di riferimento anche quando tutta l’attenzione sarà rivolta a Paolo e ai suoi compagni. Perciò essa è la Chiesa madre.
Atti 1, 15-25
LA PENTECOSTE
Lungo il corso del racconto, Luca ci suggerisce quale coscienza la comunità ha di se stessa: sa di essere la comunità profetica, spirituale e missionaria, cioè la comunità animata dallo Spirito per portare la salvezza di Gesù, il disegno di Dio a tutti gli uomini. Per la prima volta i testimoni vengono a contatto con la folla composta di gente di tutti i popoli. Eccoci al centro del mondo da cui prende avvio un avvenire universale.
L’effusione dello Spirito e la nascita della Chiesa.
Il dono dello Spirito fonda la Chiesa come realtà viva; Cristo l’ha preparata: lo Spirito viene a prenderne possesso, ad animarla, ad assisterla coi suoi carismi. Così la Pentecoste è per ogni comunità credente la festa della propria nascita. Lo Spirito viene «effuso» come la pioggia, fonte di vita in un paese arido; come aveva detto Gesù, si ha il «battesimo nello Spirito» (1, 5). I fenomeni che accompagnano l’avvenimento, tanto ricchi di simbolismo, hanno anche un senso biblico: evocano le teofanie, cioè le manifestazioni di Dio al suo popolo per cambiare il suo destino anonimo in alleanza di vita. Distante cinquanta giorni dalla Pasqua, la Pentecoste è la festa in cui si offrono le primizie delle messi, ma soprattutto è la festa dell’Alleanza, del dono della Legge. In questa nuova Pentecoste, un punto ha uno speciale rilievo: il dono delle lingue, dono mai verificatosi fino allora; così ogni nazione può ricevere subito l’annuncio. Sono enumerate dodici nazioni in una lista simbolica, comprendente Ebrei e non Ebrei; si pensa così a tutta la famiglia umana. Questo racconto ricapitola in anticipo ciò che il seguito del libro ci mostrerà nei fatti.
Pietro, a nome dei Dodici, prende la parola.
L’autore degli Atti non compone i suoi discorsi come gli storici dell’antichità, che mettevano volentieri sulla bocca dei personaggi le loro riflessioni e reazioni. Per Luca la Parola è un momento decisivo per la vita della comunità. Questo discorso è il primo; riveste dunque un valore di apertura programmatica al di là del fatto immediato in cui si inserisce. Esso annuncia l’evento pasquale a tutto Israele e persino ai popoli lontani. Lo stesso schema fondamentale servirà per gli altri discorsi degli Apostoli ai Giudei. Il discorso di Pietro si muove lungo le linee dell’annuncio pubblico di Gesù, del kérygma come si dice: ministero, morte e risurrezione di Gesù presentati come realizzazione del disegno di Dio; invito alla conversione e ad entrare nel popolo di Dio mediante la fede; necessità del battesimo e del dono dello Spirito. Annunciare Gesù risorto presente con il suo Spirito nella Chiesa, è così proclamare la totalità delle opere di Dio a bene di tutti gli uomini. Questo discorso si inserisce tuttavia nel contesto della Pentecoste e commenta l’avvenimento per un uditorio giudaico. Così lo presenta come l’arrivo del Giorno del Signore annunciato dai profeti e da attendere alla fine dei tempi. La promessa si realizza con l’effusione dello Spirito che trasforma la storia e inaugura un nuovo ordine del mondo. Al centro di questo intervento, è l’annuncio pubblico della risurrezione di Gesù che spiega il perché della Chiesa e illumina tutta la storia d’Israele. Con un capovolgimento sbalorditivo, colui che gli uomini – quelli presenti e noi con essi – hanno tolto di mezzo in maniera omicida, Dio lo rende loro come sorgente di vita e di libertà. Il ministero di Gesù non naufraga nella morte; egli è vivo, e la sua vita è benedizione per gli uomini, apre a tutti un nuovo avvenire, oggi stesso. Ma come parlare di questa risurrezione? Per un uditorio giudaico, il ricordo di Davide, i salmi, in una parola la Scrittura, forniscono il vocabolario e le immagini. Se ne parla sotto due aspetti: liberazione dalla morte e dalla corruzione che inghiottono ognuno – realtà che tocca Giudei e Greci – elevazione alla destra di Dio. In questo senso, Gesù è il Signore che effonde lo Spirito.
Infine, si instaura un dialogo con la folla sotto forma di domande e risposte. Ricevere il messaggio significa in definitiva accettare di aprire una pagina nuova nella propria esistenza. Il battesimo ne è il segno efficace; è compiuto nel nome di Gesù Cristo (già ora compare questa associazione di nome proprio e di titolo di dignità che sostituirà l’appellativo civico Gesù di Nazareth. Il nome di cui Dio si è fatto garante, il nome di Dio stesso. Lo spirito ricevuto ne è il dono stupendo e vitale. Così, dunque ci si aggrega al popolo di Dio: non con i riti antichi né con la legge, ma accettando la testimonianza di Gesù e riconoscendolo nel gesto del battesimo. Fin dal primo istante la Chiesa vive in tutta la sua originalità.
Atti 2, 14-41
Quadro I.
A tre riprese Luca ci presenta il panorama della prima comunità che costruisce le proprie forme di vita: qui, e nei cc. 4, 32-36; 5, 12-16. Il quadro è idealizzato e non si cancellerà più dalla coscienza cristiana, in quanto esso offre le realtà tipiche di una Chiesa più che uno schema giuridico da riprodurre. La Chiesa è una comunione: ogni comunità dovrà esprimerla concretamente nei rapporti che essa stabilisce all’interno di sé stessa e con l’esterno. Alcune componenti resteranno presenti ovunque si invocherà il nome del Signore e si vivrà dello Spirito: una componente liturgica: celebrazione del Signore e spezzare il pane (Eucaristia) insieme all’insegnamento degli Apostoli, mentre il Signore stesso ha l’iniziativa di introdurre i battezzati nella via che conduce alla salvezza (v. 48); una componente di ordine economico: su questo punto la comunità cerca un equilibrio in modo tale che la proprietà sia veramente segno di uno scambio effettivo tra le persone e non un possesso egoistico: è il tema affrontato in 4, 32-5, 11; infine un rapporto dinamico con il mondo esterno mediante la parola e il dialogo; i segni e prodigi » (cf. 5, 12-16) sono come l’irradiazione del dono dello Spirito attraverso questo incontro.
Atti 2, 42-48
PRIMO SCONTRO CON LE AUTORITÀ D’ISRAELE
Incontrando gli uomini, la Chiesa vuole comunicare loro lo Spirito che essa possiede, e trasformare le ferite e le fratture in annunci di vita e di salvezza. Il popolo giudaico sembra ben disposto. Ma il dinamismo del piccolo nucleo che cresce rapidamente attorno alla Parola e ai gesti degli Apostoli (2, 41-47) pone alle autorità la domanda fondamentale: in nome di chi agiscono? La risposta è chiara: «nel nome di Gesù che voi avete crocifisso e che vi reca quella salvezza che voi sperate da Dio». La Chiesa si scontra con la cultura giudaica, e lo scontro arriva subito fino al più alto livello, quello del sacerdozio. Non passerà molto tempo, ed anche la cultura greca e l’orientale si apriranno e concederanno uno spazio libero per la fede: più tardi esse stesse saranno poste a servizio della fede.
Nel nome di Gesù Cristo, cammina! Una guarigione stupenda, sorprendente come una svolta inattesa, è il punto di partenza dello scontro. Il gesto di Pietro – sua è ancora l’iniziativa del primo miracolo che gli Atti attribuiscono ai discepoli del taumaturgo di Nazareth – ha un significato tutto particolare: «fatto nel nome di Gesù», esso ne rimanda a Lui tutta la gloria: è ancora Lui che opera; vuole manifestare la presenza di Cristo divinamente operante.
Atti 3, 1-10
Pietro parla al popolo.
Il discorso che segue riproduce il kérygma, l’essenziale della predicazione cristiana, per l’ambiente giudaico. Prendendo occasione da una situazione che ha fatto sorgere un problema, viene proclamata la risurrezione di Gesù e il suo ruolo per il destino degli uomini; si ricorre a qualche grande testo dell’Antico Testamento per spiegarne il senso; infine l’annuncio si conclude con un invito alla conversione. Il discorso ha conservato, anche nel vocabolario, lo sforzo fatto dalla prima comunità cristiana per trovare le parole che esprimessero la funzione e la venuta di Cristo, per rileggere tutta la Scrittura alla luce della Pasqua e della Pentecoste. Notiamo l’accento messo sul «nome di Gesù Cristo»: proprio lui ha rimesso in piedi quest’uomo, come Dio ha suscitato Mosè o risuscitato il suo servo Gesù; una medesima linea attraversa la storia per effondere le benedizioni di Dio sull’universo. Il nome di Gesù è dunque Dio che agisce oggi e in maniera definitiva. Il testo insiste anzitutto su questa certezza. Il discorso cerca inoltre i titoli più forti per esprimere l’identità e la funzione di Gesù: il Santo, il Giusto, il Profeta annunciato, infine e soprattutto il Servo di cui i canti di Isaia avevano tracciato la misteriosa figura. In Gesù si compie tutto il senso della storia d’Israele, in lui si condensa il disegno di Dio per trasformare la condizione umana: egli è principe e autore della vita; e si intravedono i «tempi della consolazione» (v. 20), cioè la fine delle prove e delle traversie, quando tutti gli uomini saranno pronti ad accogliere il Messia. Tutte le profezie dell’Antico Testamento sul ristabilimento d’Israele e il rinnovamento dell’universo orientano dunque verso Gesù e la sua venuta. Non si sarebbe davvero potuto esprimere con maggiore forza, usando le parole e le idee dell’epoca, che la risurrezione di Gesù cambia la condizione dell’umanità, apre una dimensione nuova!
Atti 3, 11-26
Prima fase del processo: un avvertimento.
Le autorità religiose hanno ben colto il nucleo del discorso di Pietro: Gesù è risuscitato ed è entrato in modo misterioso nella sfera di Dio. I cristiani non sono dei guaritori che detengono qualche arte segreta e magica; essi agiscono e insegnano con un’autorità che non appartiene a un gruppo d’uomini; lo fanno nel nome di Gesù Cristo. Su questa questione fondamentale vengono appunto interrogati gli Apostoli dai capi religiosi (v. 7). È un momento importante per l’avvenire dei rapporti tra Israele e la nuova comunità e Luca lo sottolinea al solito fornendo la lista dei membri della famiglia sacerdotale. Il discorso sintetico di Pietro segue l’andamento tradizionale. Prende l’avvio dalla situazione concreta: se quest’uomo è guarito, lo si deve al nome di Gesù Cristo, crocifisso ma risorto; per essere salvati, Giudei o qualsiasi altro, occorre passare per la fede in Lui. È l’annuncio della salvezza. Agire nel nome di Gesù, invocarlo, significa che tutta l’azione salvifica di Dio si compie per mezzo suo. Ciò che Dio aveva promesso di compiere per gli ultimi tempi (cf. Gioele 3, 5), è realizzato esclusivamente da Lui. Per la religione ufficiale accettare questo fatto avrebbe significato segnare la propria fine, e, per il momento, l’autorità cerca di uscire dall’imbarazzo soffocando la questione. Ma che cosa può fare di fronte alla franchezza degli apostoli così ben sottolineata da Luca (v. 13)? L’autorità umana non può pretendere di anteporsi all’autorità divina.
Atti 4, 1-14
Preghiera della comunità attorno agli Apostoli.
Riprende l’antico gesto di invocare la protezione di Dio sul suo popolo. La comunità non è forse il nuovo popolo, obbligato ad un nuovo esodo, bisognoso della forza di Dio per il suo cammino? Essa è rifiutata dal popolo giudaico che agisce come le nazioni pagane che compaiono nell’Antico Testamento. Quale sarà il suo avvenire se le autorità del popolo della Promessa rifiutano di riconoscere il nome del santo Servo di Dio? L’invocazione è fatta nel nome di Gesù, e tutti ritrovano la forza di annunciare la Parola come nella prima Pentecoste, sia pure con la coscienza di una situazione fattasi più difficile. È il tipo della preghiera cristiana per i tempi di crisi, per una comunità che deve affrontare un avvenire incerto, mettersi per una via insolita.
Atti 4, 23-31
Vita della prima comunità
Quadro II
Inserendo questa visione d’insieme subito dopo aver narrato il primo processo fatto ai Cristiani, Luca vuole insistere sui legami interni della comunità al momento della persecuzione. Il quadro pone particolarmente in risalto la volontaria comunione dei beni materiali, legata ai grandi insegnamenti di Gesù sul distacco e sull’amore fraterno. Il rapporto tra i credenti non trascura così la dimensione economica. Il testo non vuole dire che tutti si privavano dei loro beni, ma che erano pronti a farlo nella misura in cui un membro della comunità era nel bisogno.
Atti 4, 32-37
Barnaba. Ci viene presentato come esempio del senso nuovo della proprietà. Egli svolgerà ben presto un ruolo capitale nella vita della Chiesa. E’ un procedimento abituale in Luca quello di presentare un personaggio prima di farcelo vedere in azione.
La frode di Anania e Saffira.
Mettere in comune i propri beni è una rinuncia lasciata alla libertà dei credenti. Ma il denaro conserva la sua attrattiva malefica. Indotta da qualche oscuro calcolo, una coppia di coniugi trattiene di nascosto una parte del ricavato, ingannando così la comunità del Signore, il che equivale a mentire a Dio stesso e al suo Spirito. Sul problema della ricchezza e il disprezzo dei poveri, Paolo avrà parole assai dure quando i cristiani di Corinto mancheranno di rispetto all’assemblea, corpo di Cristo (1 Corinzi, 11, 20-22). – Alla fine del racconto compare per la prima volta negli Atti la parola «Chiesa» (greco ecclesía), che già figura sulle labbra di Gesù (cf. Matteo 16, 18). Nel mondo greco indicava l’«assemblea» convocata per deliberare; nella tradizione giudaica è l’assemblea del popolo di Dio convocata nel deserto.
Atti 5, 1-5
Vita della prima comunità
Quadro III
Ancora una volta vengono messe in rilievo le componenti di una comunità credente. Essa appare sempre nella sua unità, nelle sue relazioni interne, nella liturgia. Lo splendore che irraggia da essa crea ammirazione e timore allo stesso tempo. Questa volta si insiste particolarmente sul rapporto tra comunità e popolo. Attraverso i gesti miracolosi degli Apostoli irraggia lo Spirito della Pentecoste, continuando l’opera di Gesù così significativa di un cambiamento nella condizione umana.
Atti 5, 13-16
La conclusione del processo.
Gli Apostoli continuano la loro azione senza lasciarsi intimidire. Messi in prigione, vengono miracolosamente liberati dall’angelo del Signore, che nell’ottica dell’Antico Testamento e dell’Esodo in particolare, personifica l’intervento provvidenziale di Dio. Luca insiste con decisione: non si può rinchiudere la Parola di vita. – Davanti al sinedrio e ai sadducei, che erano soprattutto ostili al nuovo movimento, Pietro ripete l’annuncio. Il suo discorso ha la stessa struttura dei precedenti e il nome di Gesù resta il centro del dibattito: colui che è stato appeso al patibolo è stato risuscitato da Dio ed esaltato; egli è capace di condurre il popolo al pentimento. Gli Apostoli, spinti dallo Spirito, hanno la viva coscienza di essere testimoni di questa risurrezione, e nulla può soffocare in loro questa certezza. I capi decidono di sopprimere il nuovo movimento. Ma sono trattenuti dall’intervento del fariseo Gamaliele, il maestro di Paolo (22, 3). Ragiona come un sapiente dell’Antico Testamento: ci sono già stati altri movimenti del genere, e sono finiti nel nulla; lasciamo dunque che il tempo metta alla prova anche i seguaci di Cristo. Luca si compiace di sviluppare questo discorso per l’istruzione e la riflessione dei suoi lettori: gli avvenimenti ulteriori non hanno forse dimostrato che effettivamente la Chiesa ha preso in mano la causa di Dio nel mondo? Essa non è un movimento politico o religioso occasionale. Gli Apostoli vengono minacciati e battuti e sperimentano per la prima volta la gioia di assomigliare in qualche modo al loro Maestro. La comunità è in libertà sorvegliata e provvisoria. Ma essa è protesa verso l’avvenire: portare la Buona Notizia del Cristo risorto a tutto il mondo.
Atti 5, 17-42
GERUSALEMME, PRIMO CENTRO Dl DIFFUSIONE
La comunità, animata dallo Spirito e guidata dagli Apostoli, non può rimanere chiusa in sé stessa sotto il timore delle minacce. Il suo dinamismo la porta a mutazioni interne (i diaconi) ma soprattutto la spinge a entrare nel mondo pagano, e il battesimo di Cornelio ne sarà il primo e definitivo riconoscimento. Legati a questa importante tappa troviamo i nomi di Pietro, Stefano, Barnaba e ben presto anche Saulo. Il racconto su Stefano è come un punto chiave in questo sviluppo; i cristiani devono trovare il coraggio di trarre le conseguenze della loro originalità di fronte al giudaismo. Questo dibattito fondamentale della giovane Chiesa impronterà tutta l’azione e la teologia di Paolo. Frattanto, sotto la pressione degli eventi, il Vangelo raggiunge nuovi confini.
L’istituzione dei sette diaconi.
La vita della comunità non è senza difficoltà. Una riguarda l’organizzazione dei pasti comuni. Più in profondità vi è quella della coabitazione di due gruppi con mentalità differenti: gli Ebrei di Gerusalemme che hanno la Bibbia ebraica; gli Ebrei della Diaspora, gli ellenisti, che hanno sinagoghe proprie in cui la Bibbia è letta in greco e in cui si è più aperti alla cultura del mondo greco. Questi problemi vengono superati con l’istituzione di un nuovo servizio, nella preoccupazione di non lasciare gli Apostoli impediti nella loro missione prioritaria di animatori della preghiera, dell’insegnamento e della predicazione. L’istituzione dei diaconi segna una grande svolta nella vita della Chiesa, importanza sottolineata con la lista dei loro nomi. La Chiesa crea i ministeri necessari per conservare in sé stessa la libertà per la preghiera e la predicazione, perché l’unità funzioni realmente. D’altra parte, questi diaconi, che portano tutti nomi greci, non si rinchiudono nell’organizzazione economica; li vediamo pure al servizio del Vangelo come Stefano (6, 8) e Filippo (8, 6; 21, 8), che anche battezza (8, 12). L’imposizione delle mani è segno della investitura ufficiale di coloro che sono stati nominati su proposta dell’assemblea. Ancora una volta (v. 7) è notata la crescita della Chiesa; è l’effetto delle difficoltà superate. Luca ha seminato il suo libro di tali significative annotazioni (2, 41; 4, 35; 5, 14; 6, 7; 9, 31; 12, 24; 16, 5; 19, 20). I sacerdoti erano molte migliaia a Gerusalemme; quelli che si convertirono a Gesù portarono senza dubbio la ricchezza della loro spiritualità, ma forse anche la preoccupazione di una maggior vicinanza al pensiero e alla pratica giudaica; sarà appunto questa la caratteristica della comunità di Gerusalemme dopo la partenza degli Apostoli.
Atti 6, 1-7
La passione di Stefano
Uno dei sette, dalla personalità forte, apre, con la sua azione, il dibattito su Gesù e sul mutamento di religione che sta avvenendo. L’opposizione parte da un gruppo di Giudei ellenisti residenti a Gerusalemme, i «liberti», cioè ex-schiavi o figli di schiavi asserviti dai Romani all’epoca della conquista della Palestina (63 a.C.). La vicenda di Stefano è tratteggiata in parallelo con ciò che ha vissuto Gesù nella sua passione: richiamo ai «falsi testimoni», domanda dei sacerdoti e relativa risposta, fortezza dell’accusato in mezzo all’assalto (6, 15; 7, 55), visione del Figlio dell’uomo alla destra di Dio (cf. Luca 22, 68-70) e preghiera di perdono per i carnefici (7, 60; cf. Luca 23, 34). Il primo martire cristiano ha lo sguardo fisso su Cristo, in un attaccamento profondo alla sua persona (6, 15; 7,55), nell’imitazione interiore della sua passione e della sua morte.
A differenza però di quella di Gesù, la passione di Stefano riporta un lungo discorso, che tocca il tema fondamentale di Dio che si fa presente tra gli uomini in Gesù Cristo. La lunga interpretazione della storia d’Israele, intessuta di citazioni dell’Antico Testamento, più che una dimostrazione è una requisitoria contro una religione chiusa nella materialità del suo passato. Questa storia parte da Abramo e dalla Promessa: Dio interviene fedelmente ogni volta che il popolo è in pericolo, e si rivela sempre di più nella sua intimità (7, 30-35). Ma il popolo ogni volta lo abbandona per farsi gli dei e la religione che gli piacciono (7, 39-43). Questa storia è tipica del patteggiamento di Israele di fronte a Cristo: è il paradosso dei doni di Dio e del rinnegamento del popolo. E, attraverso la figura di Mosè, Stefano rievoca la funzione di Gesù. Punto cruciale del discorso: Dio non ha legato la sua presenza a una dimora fatta da mani d’uomo, non è legato al Tempio. Affermazione scandalosa e blasfema per un giudeo. Eppure, i profeti già l’avevano detto. E ora lo Spirito Santo fa vedere, a chi non gli resiste, che la vera dimora di Dio è Gesù nella gloria del Padre (7, 55) Il processo termina senza sentenza con un linciaggio mortale, sotto lo sguardo complice di Saulo.
Atti 6, 8-15; 7, 1-60
Gli avvenimenti costringono la Chiesa ad aprirsi all’esterno.
Il gruppo dei cristiani ellenisti viene cacciato da Gerusalemme. La loro dispersione prosegue nascostamente lungo il racconto fino al momento in cui riappariranno a Cipro e ad Antiochia. Qui per la prima volta la Chiesa si aprirà ai pagani (11, 9). Durante questo intervallo Luca situa fatti significativi per l’ulteriore diffusione del Vangelo. Vengono raggiunte le regioni di Samaria, Gaza la costa fino a Cesarea, Damasco, Tarso. Il Vangelo è ricevuto da culture di tipo magico e da uomini assai diversi: un funzionario, un fariseo persecutore, abitanti di Lidda e del Saron, i ricchi notabili di Giaffa, artigiani, i soldati e i Greci non giudei di Antiochia.
In questa prospettiva spicca la presentazione di Paolo nei tratti oscuri del persecutore; divenuto apostolo, Paolo avrà sempre presente il tempo in cui voleva sbarrare la strada al Vangelo (1 Corinzi 15, 9; Galati 1, 13. 23; Filippesi 3, 6)
Atti 8, 1-4