PASSAGGIO IN EUROPA
FINO AL CUORE DELLA GRECIA E A ROMA
(Atti 15,36 – 19,20)
La progettata visita alle comunità già fondate si trasforma nel “secondo viaggio missionario”, in cui il Vangelo entra nelle relazioni quotidiane e nella cultura del mondo greco-romano, sollevando domande, opposizioni, ma anche gioia e nuova speranza per gli uomini.
I compagni di viaggio.
La scelta dei compagni passa attraverso un confronto difficile, ma normale, di pareri diversi. I rapporti con Giovanni Marco sono all’origine di questa tensione (cf. 13, 13; 13. 5). Alla fine si formano due gruppi per due programmi differenti.
(Atti 15,36-40)
Visita pastorale in Asia Minore.
Paolo trasmette alle comunità le decisioni del Concilio e incoraggia il loro sviluppo. A Listra trova il suo meraviglioso e più efficace collaboratore, Timoteo, a cui sono rivolte due delle ultime lettere attribuite a Paolo. In via di principio, Paolo si oppone alla circoncisione dei Cristiani di origine non giudaica; ma Timoteo costituisce un caso a parte: senza la circoncisione non avrebbe potuto parlare in una sinagoga, e inoltre l’avrebbero considerato come un apostata, essendo di madre ebrea, mentre nel programma missionario i primi contatti si prendono ancora nella sinagoga. Lo Spirito interviene misteriosamente per decidere quale direzione deve prendere la missione. L’intero libro degli Atti è scritto in questa prospettiva: tutta l’espansione del Vangelo è guidata dallo Spirito (cf. 1 Pietro 1, 12).
(Atti 15, 41; 16,1-8)

Paolo a Filippi.
Il racconto passa in prima persona, « noi » (come anche in 20,5-15; 21,I-18;27,I-28); senza dubbio si tratta di appunti personali di Luca. L’ordine dell’azione missionaria è sempre il medesimo: ci si rivolge anzitutto ai Giudei perché accolgano il compimento delle promesse, poi ai pagani. A Filippi Paolo incontra un ambiente giudaico influenzato dall’ellenismo e dedito al commercio; la casa di Lidia diventa il centro di una comunità.
(Atti 16, 9-15)
Imprigionamento e liberazione di Paolo.
Qui l’opposizione al Vangelo non è suscitata dai Giudei, ma dai pagani, e per motivi di profitto (cf. anche 19, 24); l’accusa di proselitismo è il facile pretesto per creare un moto popolare. Le autorità non gradiscono che la religione ebraica – e all’inizio il cristianesimo non viene distinto da essa – esca dalla discrezione che la fa tollerare nelle città dell’Impero. Il racconto della liberazione di Paolo è centrato sulla trasformazione che si opera nel carceriere.
Paolo incontra per la prima volta quel mondo della prigione del quale dovrà fare abbondante esperienza. Egli si avvale della cittadinanza romana per conservare libero il campo alla sua azione futura.
(Atti 16,18-40)
I Giudei impediscono la conversione dei pagani.
I gruppi giudaici dovevano sentire la nascita delle comunità cristiane come una impresa rivale e un rischio per la loro posizione sempre precaria nelle città dell’Impero. A meno di accettare in Gesù il compimento delle Scritture, non potevano che opporsi. E quando ci si lascia trascinare in simili conflitti, tutti i mezzi sono buoni. Ecco due episodi simili, avvenuti in città diverse, Tessalonica (odierna Salonicco) e Berea. La comunità di Tessalonica riceverà poco più tardi le prime due lettere scritte da Paolo, che ci fanno intravedere il fervore e le inquietudini di una giovane Chiesa. Come mostra il racconto, il luogo di culto e di riunione è la casa, cioè la famiglia, con tutto ciò che la circonda, le relazioni professionali e sociali, il lavoro. La Chiesa entra in un ambiente vivo, vitale. Il nucleo della predicazione di Paolo è riassunto al v. 3; vi ritroviamo lo schema dei discorsi degli Atti. Luca non manca mai di annotare la presenza delle donne nella comunità. Alcuni cristiani laici soffrono a nome degli Apostoli (vv. 5-9). Essi devono affrontare l’opposizione a livello giuridico, nel campo cioè ove la civiltà romana ha espresso il meglio di sé.
(Atti 17, 1-15)
L’incontro con la cultura greca.
Luca ha adoperato tutta la sua abilità per costruire questo episodio, che è il quadro dell’incontro del Vangelo con l’alta cultura dell’epoca. Non doveva però esistere ad Atene una comunità di cui utilizzare i ricordi di fondazione, poiché non pare che Paolo sia qui riuscito a lanciare un buon gruppo di cristiani. Gli interlocutori sono stoici ed epicurei, i rappresentanti delle grandi correnti filosofico-religiose dell’ellenismo. E Paolo mostra di conoscere le idee della cultura del suo tempo e ha l’accorgimento di prendere lo spunto da esse, così come si appoggia con arte sul timore popolare degli dei sconosciuti ai quali vengono elevati altari, come ancora ha il gusto di citare un poeta del sec. 3° a.C., Arato. Per la concezione stoica l’uomo è libero, poiché partecipa alla “ragione” del mondo che è divina: egli stesso ne è una particella. La ragione umana aspira, non senza successo, a imitare la ragione divina, una e universale; occorre per questo che si liberi dalla schiavitù delle passioni. Lungi dal qualificare questa concezione del mondo come assurda, se ne adotta qui la prospettiva, ma per spingerla fino alla sua verità più profonda, allo scopo di scoprire il Dio vivo e vero, il Dio che si rivela nella sua creazione. Si sottolinea che un medesimo destino vale per tutto il genere umano che è uno. Aiutandosi con la luce della Bibbia, si afferma un Dio unico ma personale, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa (vv. 25-26). Non si identifica dunque né con la pietra, né con la ragione umana, né con alcuna delle cose create. Ecco la grande convinzione che i cristiani vogliono istillare nel pensiero greco. Ora, questo Dio personale ci fa passare dalla morte alla vita per mezzo di un uomo che giudicherà l’universo con giustizia, che opera l’armonia con il divino, ma attraverso il suo proprio passaggio dalla morte alla vita. Di questi agganci con la riflessione filosofica si cerca di cogliere le tendenze positive; si cerca pure di svelarne le deficienze, per proclamare un adempimento che non è più teoria o sentimento, ma realtà concreta di oggi. C’è un nuovo tempo nella storia, per gli uomini e per il loro destino. In tutto questo testo, che termina proclamando la vita data dal Risorto, non si fa però mai il nome di Gesù.
Il conflitto del cristianesimo con le filosofie razionaliste verterà da allora sulla fede in un Dio unico e personale in opposizione ad una ragione impersonale divinizzata, sulla fede in una risurrezione reale opposta ad una vaga teoria sull’incorruttibilità dell’anima. Paolo non ebbe ad Atene un grande successo. Forse se ne ricorderà più tardi quando metterà in evidenza con chiarezza la singolarità della fede in Cristo di fronte alla « sapienza » greca, e sottolineerà lo scandalo e la speranza della fede nella risurrezione (cf. I Corinzi 1, 18-25; 15, 12-19).
(Atti 17, 16-34)
La fondazione della Chiesa di Corinto
E’ una delle opere più significative di Paolo. L’importante città era allora cosmopolita e assai malfamata a motivo del culto erotico alla dea Afrodite. L’annuncio cristiano prende radice negli strati popolari; le lettere che Paolo più tardi invierà ai cristiani di Corinto testimoniano la loro vitalità fin nei conflitti e nelle difficoltà più gravi. Il racconto ci fornisce un dato cronologico sicuro sugli avvenimenti narrati: infatti un’iscrizione permette di fissare il proconsolato di Gallione, fratello di Seneca, nell’anno 51-52 0 52-53.
Paolo dimora provvisoriamente e lavora con una coppia di pii giudei cacciati da Roma e aderenti al cristianesimo. Quando Sila e Timoteo lo raggiungeranno, si dedicherà interamente all’evangelizzazione. L’Apostolo, forse a imitazione dei rabbini, senza rifiutare sistematicamente ogni aiuto materiale, non vuole essere a carico di nessuno, in modo da assicurare la gratuità del suo servizio apostolico (cf. 20,34; I Tessalonicesi 2,9; 2 Tessalonicesi 3,8; I Corinzi 4,12; 9,13). Con perseveranza si sforza di dimostrare ai Giudei che Gesù è il compimento della loro religione. Ma l’opposizione giudaica si fa sempre più tenace, e Paolo è pronto a rompere con il suo popolo per consacrarsi esclusivamente ai pagani. È un tempo forte per il suo orientamento; il Signore è presente nella prova e nella decisione (vv. 9-10). L’Apostolo è trascinato in tribunale; un membro della comunità, notabile giudeo, prende parte al suo destino. I Giudei non vogliono più che li si confonda con i Cristiani, né che questi beneficino della tolleranza che è loro accordata dai pubblici poteri, per i quali invece la comunità cristiana non è che un gruppo giudaico dissidente. Il rapporto giudaismo-cristianesimo diventa un problema cruciale tanto per la Chiesa come per la Sinagoga.
(Atti 18, 1-17)
Passaggio ad Antiochia.
Dopo più di due anni e mezzo di lavoro a Corinto, Paolo si imbarca per Antiochia. Il voto di nazireato è una consacrazione speciale a Dio, in genere di trenta giorni, espressa da un genere di vita particolare, da astinenze e dal lasciarsi crescere i capelli (cf. numeri 6, 1-21). Paolo fa questo voto in vista del soggiorno a Gerusalemme, che potrebbe essere « la Chiesa » di cui parla il v. 22? Oppure l’autore anticipa un avvenimento posteriore (c. 21,23-27) ? – Per il momento l’apostolo non si trattiene ad Efeso, che sarà il centro del prossimo ciclo del libro; vi lascia Priscilla e Aquila che saranno il nucleo della futura comunità. Luca prepara così il « terzo viaggio missionario », le cui prime tappe sono già notate alla fine di questo passo.
(Atti 18, 18-23)
Efeso è il terzo centro di diffusione della Parola per l’autore degli Atti. La città era un grande centro di scambi commerciali ove affluivano le correnti culturali e religiose del mondo greco-romano e dell’Oriente. Paolo vi resta più di due anni, e si ritiene che qui abbia scritto le lettere ai Corinzi, ai Filippesi e forse anche ai Galati. Più tardi, fatto prigioniero, invierà alle Chiese di questa regione la sua grande lettera di contemplazione e di maturità: la lettera agli Efesini. Questo ciclo degli Atti raccoglie episodi meno numerosi, spesso male coordinati, ma in generale assai vivaci e soprattutto di un tono nuovo. È il tempo di una nuova esperienza per l’approfondimento e l’annuncio del Vangelo. Il conflitto con il giudaismo continua, ma non ha più lo stesso interesse: i Cristiani se ne staccano; passa in primo piano l’incontro con le altre correnti religiose e con la vita non giudaica. Ed è giunto il momento di fare il punto sull’essenziale della fede di fronte alle molteplici influenze culturali.
Apollo è un predicatore di talento; conosce le Scritture e insegna ciò che concerne Gesù. Non conosce però che il battesimo di Giovanni, e la figura di Gesù doveva essere per lui quella di un messia che non è passato per la morte e la risurrezione. Priscilla e Aquila, che Paolo ha lasciato ad Efeso, colmano questa grave lacuna. Con un’iniziativa ammirevole, essi prendono con sé Apollo e gli insegnano a interpretare con le Scritture tutta la vita, la morte e la risurrezione di Gesù (Luca 24, 26-27); lo fanno progredire nella fede, formandone così un catechista e favorendo lo sviluppo della catechesi a Efeso e poi a Corinto, capitale dell’Acaia, dove Apollo sarà fatto oggetto di un certo entusiasmo.

(Atti 18, 24-28)
Fondazione della Chiesa di Efeso.
In questa città, dove si mescolano le più svariate correnti religiose e culturali, Paolo trova un gruppo di una dozzina di persone che appaiono come “discepoli”, ma che non conoscono lo Spirito, cioè il dono della Pentecoste. Essi si rifanno ad una tradizione risalente a Giovanni Battista, e che conta ancora degli adepti (forse è proprio per opporsi a un tale movimento giovanneo che il quarto Vangelo sottolinea con tanta chiarezza che Giovanni non è il Messia). Senza dubbio essi hanno lasciato la Palestina prima della passione di Cristo. Per essi, come per molti dei nostri contemporanei, la conoscenza di Gesù si ferma a un certo livello della sua vita: è, per esempio, un grande benefattore. Non sono stati in contatto con una comunità che abbia reso testimonianza della passione e risurrezione. Devono dunque passare dall’acqua allo Spirito. L’imposizione delle mani, fatta loro da Paolo, è il segno della loro integrazione ad una comunità reale. Allora lo Spirito li afferra come in una nuova Pentecoste; essi godono così del dono delle lingue, parlano in modo nuovo di Cristo, e profetizzano, cioè riconoscono tutta l’importanza del momento presente, della salvezza che è loro data.
La fondazione della Chiesa di Efeso ha luogo nella casa di un maestro greco. Con ogni probabilità alla stessa epoca furono fondate dal gruppo di Paolo le Chiese vicine, come quella di Colossi, Laodicea, Gerapoli. L’importanza del periodo efesino per la Chiesa e per Paolo stesso è posta in rilievo dal discorso agli Anziani. Dalle lettere di Paolo conosciamo tutte le preoccupazioni che hanno accompagnato il suo soggiorno in Efeso e le difficoltà con la turbolenta comunità di Corinto, alla quale manda almeno due lettere e ove si recherà personalmente; è anche l’epoca in cui organizza una grande colletta in favore della comunità di Gerusalemme (cf. I Corinzi 16, 1-4; 2 Corinzi 8-9)
(Atti 19, 1-10)
Nuovo incontro con la magia.
Abbiamo anzitutto una descrizione di miracoli analoghi a quelli di Pietro (5, 15); il Vangelo cambia la vita. Poi il racconto diventa pittoresco riferendo un nuovo incontro con un ambiente influenzato dalla magia. Sappiamo dai Vangeli che esistevano esorcisti giudei (Matteo, 12, 27; Luca 11, 19) e che alcuni agivano anche nel nome di Gesù ( Marco 9, 38; Luca 9, 49). Quelli di Efeso dovevano trovarsi a loro agio in questa città della superstizione, in cui proliferavano i libri di magia. E dal momento che sta circolando un nuovo nome, quello del Gesù di Paolo, perché non approfittarne? Ma una volta di più si afferma l’incompatibilità tra attività magica e vita cristiana.
(Atti 19, 11-20)
Il piano di Paolo.
Luca annuncia le due tappe che scandiscono l’ultima parte degli Atti (cc. 21-28). Egli suole presentare in anticipo ogni ciclo di nuovi avvenimenti nel corso di quello precedente.
(Atti 19, 21-22)
La sommossa degli orefici.
Toccare il santuario più importante della città avrebbe significato per l’oreficeria locale crisi economica e disoccupazione. Per evitarlo, la categoria organizza una sollevazione di massa. Il motivo addotto è quello di difendere una cultura religiosa, ma ciò che è veramente in gioco è il profitto ricavato dal commercio attorno ad essa. Il diritto comune e l’equità romana permettono al magistrato di sedare il conflitto. Il racconto fa menzione della simpatia che Paolo ha trovato presso alcuni asiarchi (= capi dell’Asia). Mette anche in rilievo la partecipazione alla lotta dei laici credenti (vv. 29-30). Verrà un giorno in cui le comunità saranno senza Paolo …
(Atti 19, 23-41)
Nuovo pericolo di Paolo.
La partenza è qui un momento fondamentale, e lo si capisce anche dal fatto che Luca pone l’elenco dei compagni di Paolo. Tre brevi viaggi: uno in Grecia per rivedere la comunità, soprattutto quella di Corinto che ha causato alcuni fastidi; il secondo a Troade e il terzo a Mileto, sulla strada del ritorno a Gerusalemme. In occasione di questi viaggi scopriamo nuovi aspetti della vita delle comunità. L’Eucaristia, di cui all’inizio (2, 46), viene chiaramente designata: ci si riunisce la domenica (« il primo giorno della settimana ») per «spezzare il pane», dopo un lungo ascolto della Parola e una riflessione comune. Quanto mai realista e vivo l’episodio del ragazzo.
(Atti 20, 1-16)
Il commiato di Paolo.
È un momento di raccoglimento, quasi un testamento in clima di ultima cena, che illumina il destino e il comportamento di Paolo ed esprime con un affetto e un’esigenza commoventi le principali preoccupazioni per lo sviluppo e la perseveranza di una Chiesa.
Paolo sa che non ritornerà più (21, 14); perciò fa una solenne apologia del suo operato, e nel certo presentimento di futuri scandali rivolge appelli pressanti alla vigilanza, affidando poi la comunità alla parola di Dio e alla sua potenza costruttrice (v. 32). Infine ricorda l’attenzione ai più deboli, e a questo proposito cita un detto di Gesù non riportato altrove.
La scena di questa partenza ha un’importanza particolare per la storia della Chiesa come istituzione, cioè per la storia dello sviluppo delle sue strutture. I convocati da Paolo sono gli «anziani» (greco «presbýteroi», donde il nostro «preti», che egli qualifica pastori e vescovi (dal greco «epíscopoi»; cf. I Pietro 2, 25), incaricati cioè dell’alimentazione spirituale, della guida e della vigilanza nei confronti del popolo di Dio; questi poteri essi non li ricevono dall’assemblea dei fedeli, ma dallo Spirito. È già, in sostanza la struttura ecclesiale in cui viviamo noi. Soltanto più tardi verranno distinti “presbiteri” e “vescovi”
(Atti 20, 17-38)