don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti
QUARESIMA 2026
ARTE e FEDE
TOMMASO
31 marzo 2026
Questa serata conclude il percorso sui santi. In questa sera affrontiamo san Tommaso apostolo, chiediamo al Signore che ci doni lo Spirito per capire, per comprendere e per gustare quanto c’è di bello nella nostra vita e anche attraverso l’arte e attraverso la Parola di Dio.
Ci mettiamo in ascolto del Vangelo di Giovanni.
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 27Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. 28Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.
Fede
Siamo di fronte alla figura di Tommaso. Innanzitutto, siamo dopo la risurrezione di Gesù: i discepoli sono ancora scossi, non hanno ancora la certezza della risurrezione del Signore, è apparso – secondo le varie traduzioni – in vari modi, però c’è un momento di paura e di timore; stanno aspettando la discesa dello Spirito Santo.
Quando si ritrovano, Tommaso non c’è. Non ci viene detto perché non c’è, dov’era andato o cosa stesse facendo, però ci vengono dette le sue caratteristiche: «uno dei Dodici» (Gv 20,24), quindi uno che aveva creduto a Gesù e lo aveva seguito dall’inizio fino alla fine. Ci viene detto anche il suo soprannome. Ecco, quando viene Gesù lui non c’è, non vede il Risorto. Quando torna, c’è questa grande gioia e i discepoli gli dicono: «Abbiamo visto il Signore!» (Gv 20,25).
Dentro questa affermazione c’è tutta la gioia dei discepoli per aver rivisto quell’uomo su cui hanno scommesso tutta la loro vita; l’entusiasmo di sapere che la morte non ha potere su Gesù; la fatica e la gioia di riconoscere il Risorto.
Tommaso, a una prima lettura, sembra quasi capriccioso. Verrebbe da dirgli: “Vabbè, fidati di loro! Perché non ti fidi? Per quale motivo non ti devi fidare, l’hanno visto tutti, tu non c’eri…”. Sembra quasi una invidia, una gelosia: “No, devo vederlo pure io, devo incontrarlo pure io; chi sono io di meno per non vedere Gesù?”.
In realtà vediamo che non è proprio così. Tommaso, essendo un apostolo, ha il diritto di vedere il Risorto, ma non per capriccio, bensì perché è chiamato a testimoniare: “Andate e testimoniate a tutto il mondo che io sono risorto” (cfr. Mt 28,19; Mc 16,15). E come fai a testimoniare una cosa che non hai visto? La richiesta di Tommaso è una richiesta lecita: “Se io voglio testimoniare, devo vedere, altrimenti cosa testimonio? Non posso testimoniare una cosa a cui non credo, che non vivo, che non ho visto”.
È interessante anche cosa dice Tommaso. Non dice: “Se non vedo Gesù”, ma: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, io non credo» (Gv 20,25). È interessante come Tommaso utilizzi, come parte del credere, i segni della Passione.
Forse, tra tutti i discepoli, è quello “più avanti”, perché non ha separato il Dio della risurrezione dal Gesù che ha sofferto, ma li tiene insieme. Anzi, proprio quelle cose che lo hanno fatto soffrire sono quelle che lo aiutano a riconoscerlo. Noi siamo spesso portati a separare le cose. Per tanti anni nella storia della Chiesa, anche dal punto di vista artistico, Gesù non soffre. Tommaso invece tiene insieme queste due realtà, e di questo dobbiamo dargli credito. È capace di tenere insieme queste due cose.
Allora cosa succede? Otto giorni dopo — è interessante questo “otto giorni”, l’ottavo giorno; è quello che viene dopo, il battistero, ad esempio, è ottagonale, perché è il momento del battesimo e della rinascita. Perché da sabato poi passano otto giorni, poi è ancora la domenica, che è il giorno per i cristiani — c’era anche Tommaso. Venne Gesù. La stessa cosa, se andate a prendere i versetti precedenti, vedrete che la scena è molto simile, se non identica: si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» (Gv 20,26).
È lo stesso saluto detto prima. Il Risorto porta una pace diversa, e questa pace è anche per Tommaso. Gesù lo invita a compiere quel gesto che ricorda la Passione; dunque non serve solo a lui, ma serve anche ai discepoli per unire le due realtà: il Cristo sofferente e il Figlio di Dio risorto.
Gesù sottolinea il desiderio di Tommaso di passare dall’essere incredulo a credente, da colui che non ha visto a colui che crede e testimonia agli altri.
Se leggete bene il testo — e su questo punto molta gente “si giocherebbe la casa”, un po’ come sulla convinzione che Giobbe non si ribella contro Dio o che Giona sia stato inghiottito da un grande pesce — io potrei vincere fior fior di soldi su questa cosa, perché in realtà la Bibbia dice un’altra cosa. La stessa cosa è qua: Tommaso non mette il dito nel costato di Gesù. Caravaggio lo dipinge così, ma nel Vangelo lui non lo mette. Quando vede Gesù risorto, lo vede con i segni delle ferite, con i segni della Passione, e Tommaso fa la sua professione di fede, la stessa che noi facciamo tutti i giorni: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28), durante l’Eucarestia.
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29). Questo è un rimando diretto alla comunità di Giovanni, al tempo di Giovanni, per lui e anche per noi, perché il Vangelo di Giovanni è l’ultimo che viene redatto. C’erano già credenti che non avevano visto Gesù, e questo rimando è rivolto a coloro che non hanno potuto vedere il Gesù storico, ma si fidano del racconto e della promessa dei discepoli, tra cui Tommaso.
Noi ci accostiamo a questa figura mettendo nel cuore di Tommaso anche le nostre incredulità. Alcune cose si possono ricercare, trovare e capire; altre verità di fede invece no: ad alcune siamo portati a credere, per altre facciamo più fatica. Io penso che a un certo punto uno si debba fidare della testimonianza della Chiesa. È un passaggio di fede che siamo chiamati a fare tutti. È giusto porsi domande e interrogarsi, ma quando uno ha incontrato il Signore, poi queste domande non se le fa più.
Per noi è possibile incontrare il Signore? La Chiesa dice di sì, i santi dicono di sì, le persone comuni dicono di sì. Chi ha fatto esperienza di Dio dice che questo è possibile. Come lo si trasmetta agli altri è complicato, ma se uno ha incontrato il Risorto, quando parla con qualcun altro che ha fatto esperienza di Dio, c’è una sintonia che non ha bisogno di parole. C’è una testimonianza che si innesca. Poi la vita potrà portarci ai dubbi di fede, alla fatica, ma quell’incontro rimane.
Oggi è ancora possibile, nella Chiesa, fare esperienza di Dio; il difficile è testimoniarla, soprattutto a chi non ha mai fatto esperienza di Dio.
Allora facciamoci accompagnare in questa Settimana Santa. Se entriamo davvero nella Settimana Santa, la nostra fede viene messa a dura prova: un Gesù crocifisso, rifiutato e tradito. Non so se vi siete mai messi dentro, senza conoscere la fine — difficilmente noi riusciamo a separare le cose — ma se ci mettiamo dentro la Passione senza sapere come andrà a finire, la fede viene messa a dura prova. Entrando in questa settimana, facciamoci accompagnare a braccetto da Tommaso, ci può aiutare a fare qualche passo in più nella nostra fede.
Questa sera ne facciamo qualcuno anche dal punto di vista artistico, e chiediamo al Signore che ci prenda sotto la sua ala e che Tommaso ci prenda a braccetto per attraversare questa settimana così importante per i cristiani.
Arte

Possiamo iniziare con la parte artistica analizzando L’incredulità di san Tommaso, l’ultima opera di questo ciclo su Caravaggio. È un’opera che è stata realizzata in un periodo vicino alle altre, quasi coeva, siamo tra il 1600 e il 1601. Si tratta di una committenza privata; lo si capisce dal forte realismo del dipinto e il fatto che non sia stato immediatamente rifiutato, fa comprendere l’origine della sua committenza.
Per farvi capire lo stupore che quest’opera aveva generato quando è stata presentata, basti pensare che negli anni immediatamente successivi ne sono state realizzate ben ventiquattro copie. Alcune di queste anche di nomi abbastanza famosi nel panorama artistico: capiamo quindi che è stata un’opera che ha destato un grande stupore. Analizzando l’aspetto compositivo possiamo capire il perché.
Partiamo cercando di capire le scelte rispetto ai personaggi. Sulla sinistra della composizione è collocato Cristo, rappresentato volutamente in modo diverso dagli altri. Intanto perché indossa un sudario che indossa quasi come fosse una toga romana, ponendolo “fuori dal tempo” rispetto agli abiti che portano i discepoli.

Gesù scosta la toga per lasciare libero il costato, affinché Tommaso possa vedere la ferita e mettere il dito in questa piaga. È un Cristo rappresentato con una corporeità molto marcata: si nota la muscolatura e si vedono anche le ossa del torace. Il suo volto rimane in ombra, ma è completamente inondato di luce sul petto: è un corpo che vuole essere lì, fisico e presente. Anche l’incarnato è diverso nel colore rispetto a quello degli apostoli.
Attorno a lui, schierati in una sorta di cerchio — si notino le teste quasi in cerchio — ci sono tre discepoli. In primo piano c’è Tommaso, invitato dalla mano di Gesù a mettere il dito nel costato. Gli altri due, esattamente come Tommaso, sono chinati sulla ferita, quasi a rappresentare un inchino spontaneo, ma assolutamente concentrati a voler vedere cosa sta succedendo. Nel volto di tutti e tre compare lo stupore, si possono solo riconoscere delle piccole sfumature di carattere psicologico.

Tommaso inserisce il dito nella piaga di Cristo, quasi con brutalità; e nell’umanità di Cristo, di cui abbiamo parlato in precedenza, vediamo una leggera smorfia della bocca, quasi a sottolineare il dolore fisico che questo gesto di Tommaso deve aver provocato.

Il volto del discepolo è assolutamente stupefatto, si vede dalle profonde rughe sulla fronte, gli occhi sbarrati e la bocca piegata verso il basso, proprio ad indicare lo stupore che scaturisce dal gesto che il Cristo invita a fare, dal rendersi conto che ci si trova davvero davanti a Gesù risorto. Perché Gesù è un uomo, un uomo in carne ed ossa ed è risorto con tutto il suo corpo e che si trova davvero davanti a loro.

Così come sono stupiti anche i due discepoli che hanno la stessa espressione, forse un po’ meno intensa; ma anche qui, però, vediamo queste profonde rughe che solcano la fronte, vediamo lo sguardo fisso e molto concentrato ad osservare qualcosa di estremamente concreto.
Notiamo che questi altri personaggi, come dicevamo prima, hanno un incarnato diverso da quello di Cristo, ma hanno anche abiti diversi, più moderni rispetto a quelli di Cristo e a parte san Tommaso noi non sappiamo — non ci sono elementi iconografici che ci permettono di riconoscere gli altri due discepoli — non sappiamo chi siano. Questo perché per Caravaggio è importante mettere in evidenza l’universalità di quello che sta accadendo: quelle due persone potrebbero essere chiunque.
Sono rappresentati come dei “derelitti”, come spesso Caravaggio fa; non hanno tratti aulici nella rappresentazione dei volti, che sono assolutamente realistici, sporchi, con capelli e barba trasandati.

Tommaso ha addirittura una lacerazione nella veste e le mani sono decisamente diverse da quelle di Cristo; non solo perché sono più scure, ma — come si nota — quest’unghia è sporca. Sono tre persone colte nella loro quotidianità, con addosso tutti i segni della fatica, del lavoro, della stanchezza; sono anche simbolicamente quelli del dubbio di questa risurrezione che adesso si palesa davanti a loro, ma di cui in qualche modo loro hanno dubitato.
Quindi, vi è la volontà di sottolineare che Cristo arriva, ma arriva per tutti. Arriva anche per chi è nella fatica, nel dubbio e nella prova, presentandosi a questa umanità in questo modo universale.

La grande protagonista, in questo caso anche costruttiva della composizione, è la luce. Proviene da sinistra e serve a costruire le figure, perché in questo dipinto non abbiamo nessun altro elemento che ci possa distrarre; i personaggi sono rappresentati così in primo piano senza nessun tipo di sfondo.
La luce fa emergere i corpi da questo sfondo indeterminato e costruisce le figure; ma soprattutto inonda il corpo di Cristo, come abbiamo già visto, ma anche i volti. È la luce della fede, la luce divina che illumina la possibilità di mettersi in gioco e va poi a concentrarsi sul punto cruciale, che è la prova di san Tommaso.

La composizione è molto lineare nella sua costruzione. Ci sono le mezzerie che determinano la linea verticale e quella orizzontale: le teste dei discepoli e le mani, quella di Cristo e quella ben salda di Tommaso, quasi come a volersi sostenere dopo una visione, una scoperta di questo tipo.
C’è poi una linea curva che parte dal gomito di Cristo e segue la disposizione inchinata del santo, che è ripresa anche nella struttura superiore.

Una composizione estremamente semplice che serve a portare l’attenzione al centro, attraverso altre linee di costruzione, che vediamo in questa croce formata dalle teste dei protagonisti.

E attraverso altre linee, più che di costruzione, in questo caso più visive, si vede come lo sguardo dei tre discepoli sia concentrato su un punto ben preciso, che è il punto focale a livello simbolico della composizione: il dito di Tommaso. È come se il nostro stesso occhio dovesse essere concentrato esattamente in quel punto.

Caravaggio fa una scelta molto diversa rispetto a quelli che erano i modelli precedenti, dove nella scelta iconografica spesso c’erano sfondi di vario genere e tanti personaggi, non c’era questo concentrarsi in maniera così mirata sul momento del riconoscimento, su quel gesto quasi “macabro” del dito che entra nella carne come prova.

Vediamo qui lo sguardo di Tommaso, ma anche la mano di Gesù che conduce quella di Tommaso verso la ferita. E qui Caravaggio compie una scelta assolutamente geniale, inserendo due caratteristiche.
La prima è quella di dare alla composizione questa sorta di “zoom”: si tratta di un dipinto alto quasi un metro e mezzo (146 cm), con queste figure rappresentate di tre quarti. Questo vuol dire che chi la osserva dal vero si trova davanti delle figure quasi ad altezza naturale e così “zoomate” e l’impressione per cui, trovandoci di fronte, è quella di essere noi il quinto personaggio, di poter essere dentro quasi come se anche il nostro sguardo dovesse andare a finire esattamente dove va a finire quello di tutti gli altri. È quindi un espediente per coinvolgere maggiormente lo spettatore.
L’altra scelta molto particolare e geniale è proprio quella del gesto che fa Cristo, di spingere la mano di Tommaso all’interno del suo costato, è Lui che prende la mano di Tommaso e permette questa scoperta.

Questo entrare per sottolineare l’entrata in un corpo di carne, in una risurrezione che è vera, concreta. Loro non hanno davanti un fantasma, ma un corpo reale. Questo aspetto è sottolineato da questa ferita che ha questo valore, quasi “impressionante”, ma simbolicamente questa scelta è anche legata al fatto che è il Cristo a invitare alla scoperta, all’interrogare Tommaso e poi anche tutti gli altri discepoli — e tutti noi — sulla fede.
Tommaso tutto sommato è quel discepolo che è arrivato per ultimo, che non era presente, che ha avuto dei dubbi, quello che barcollava un po’ nella sua fede, ma Gesù qui arriva anche per gli ultimi, e questo invito è forse anche più marcato a volerlo cercare a voler scoprire quello che Tommaso forse nel cuore aveva e che nemmeno lui del tutto conosceva.
E quindi un po’ come se, in ultima analisi, Tommaso crede in questo momento; questo stupore che c’è sul suo volto, è quello dell’uomo che sta riscoprendo la sua fede, nonostante i suoi dubbi, non tanto perché è lui che sta toccando, ma perché si è lasciato toccare, si è lasciato guidare, quindi è un po’ come se questo gesto di Cristo volesse dire che, se siamo disposti a seguire quello che Lui ci chiede di fare, poi, il nostro stupore sarà grande; sarà lo stesso che ha permesso a Tommaso di dire: «Mio Signore e mio Dio!»