don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti
QUARESIMA 2026
ARTE e FEDE
PIETRO
24 febbraio 2026
Lo Spirito Santo ci aiuti in questo cammino, dove approfondiremo la figura dei Santi. Vedremo come hanno messo in pratica il Vangelo — una parte di Vangelo — con la loro vita, i Santi che incontreremo. Iniziamo con san Pietro e continueremo, sera dopo sera, con un santo diverso.
FEDE
Vangelo secondo Luca 22, 54-62
54 Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. 56Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”. 57Ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. 58Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. 59Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo”. 60 Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. 62E, uscito, pianse amaramente.
La figura di Pietro è una figura molto sintetica del discepolo. Pietro nel Vangelo fa tutta una serie di “figure” partendo dal suo modo di essere impulsivo, dal suo modo di essere passionale e a volte essere anche un po’ ingenuo. Alle volte si lascia anche un po’ prendere dalle promesse che fa al Signore, senza sapere bene quello che poi sarà.
C’è però un affetto tra Pietro e Gesù che travalica le montagne e le aspettative; c’è una grande pazienza da parte di Gesù e una profonda familiarità di Gesù nei confronti di Pietro. Se volessimo darne una definizione sintetica, potremmo dire che Pietro non è un uomo falso; se c’è qualcosa che Pietro non è, è che lui non è falso: quello che vive lo si legge, lo si prende così com’è, con i suoi lati buoni e le sue fatiche. Egli segue Gesù e lo segue fino alla fine, o meglio promette di seguirlo fino alla fine ma, ci sarà un passaggio nella vita di Pietro che è questo — lo abbiamo sentito nel Vangelo — il cambiamento della sua esistenza, in cui passa dal dover fare qualcosa per Gesù all’essere amato da Gesù.
Tutto si racchiude in questo sguardo. Questo sguardo è lo sguardo tra due innamorati, tra due persone che si guardano e si stimano a vicenda. È lo sguardo di chi sa che non sarà fedele. Pietro sa che ha dato spazio al peccato, ha dato spazio a una promessa che non sarebbe riuscito a mantenere: «Io ti sarò fedele fino alla fine, anche se dovessero esserci dodici legioni, non mi allontanerò…» poi basta una serva qualunque perché Pietro dica di non conoscere quell’uomo.
– come se qualcuno dicesse: “No, io non c’entro niente con lui” -.
In questo sguardo noi leggiamo l’amore profondo di Gesù nei confronti di Pietro. Pietro in questo sguardo legge la sua salvezza, perché questo sguardo sarà quello che lo accompagnerà da qui in avanti, uno sguardo non di giudizio, ma uno sguardo di misericordia. E dentro questo sguardo di misericordia Pietro ricostruirà la sua vita: non più su sé stesso, ma la ricostruirà su Dio, non più sulla sua fedeltà, sulla sua caparbietà o sul suo egocentrismo, ma la ricostruirà su Gesù, sul suo fondamento, il fondamento della sua vita, sulla Roccia. Infatti cambia il nome: diventa Pietro.
Questo passaggio ci dà la grazia di poter contemplare anche la nostra vita: a volte viviamo il nostro “pianto amaro” dovuto alle nostre sconfitte, alla nostra situazione, ma se abbiamo l’occasione, l’ardire di farci provocare da quello che il Signore ci mette sul nostro cammino, ecco che non restiamo soli. Questo gallo che canta, questo sguardo che incrocia il nostro sono lì a riportarci a farci ripartire, a farci ricominciare, a farci riniziare la nostra vita.
In questo brano del Vangelo c’è tutta l’umanità di Pietro, ma anche la ricchezza della vita del cristiano. La vita del cristiano è la vita di quell’uomo, o di quella donna che, a un certo punto, si rende conto di non poter più corrispondere a un amore grandioso come quello di Dio, ma si rende anche conto che questo sguardo che Dio ha posato su di te non ti abbandonerà più, nonostante le notti, le fatiche che attraverserai e il peccato che si affaccerà nella tua vita. Lo sguardo di Gesù è quello che ti permette di non perderti, è quello che ti permette di non lasciarti andare nella vita.
Certo, il pianto e lo sconforto di Pietro erano molto profondi — pianse amaramente — quel pianto che proprio ti fa star male, ma in questo pianto c’è dentro anche la grazia di Cristo, la grazia di ricominciare, la certezza che Dio, comunque, non ti lascia solo. La certezza che Dio ti accompagna, anche nei momenti più faticosi che magari hai scelto tu. Dio non se ne va, resta lì.
Questa è la nostra “grande notizia”.
E all’inizio di questa Quaresima dovremmo prepararci così all’incontro con il Signore mettendoci di fronte a Lui così come siamo, lasciandoci guardare da Gesù. Solamente quando ci lasciamo guardare da Gesù possiamo arrivare a fare i gesti più grandi, donare anche la vita per il Signore, ma non lo facciamo più con noi come protagonisti: ma come protagonista c’è l’amore di Dio. È diverso, si può dare la vita per un ideale, ma non essere un tutt’uno con il Signore.
Si può dare la vita per molte cose, ma non dare del tu a Dio. Si può scegliere di abbandonarsi al Signore, che è una strada diversa. La differenza sta qui: prima sono io che voglio dimostrare di essere stato bravo — io ho combattuto per il Signore, gli sono stato fedele, sono stato perfetto —; questa invece è un’altra strada: io con la mia fatica, con i miei limiti ho deciso di stare con il Signore. Il Signore mi ha offerto una strada diversa.
Fare questo significa cambiare il cuore, il modo di vivere, di vedere: non mettere più al centro se stessi, ma far brillare attraverso sé stessi, magari attraverso le proprie fragilità, far brillare il volto di Dio.
All’inizio di questa Quaresima vale la pena fermarsi a guardare la figura di Pietro e farci questa domanda: “Chi metto al centro della mia vita? Metto me stesso o il Signore?”. Vale la pena di lasciar cadere dentro di noi queste parole, quello “sguardo” — lo sguardo di Gesù — e se necessario piangere con questo pianto che lavi la nostra vita, la nostra coscienza, però ricordandoci di quello sguardo, dello sguardo che guarda ciascuno di noi, che guarda la vita di ciascuno di noi.
ARTE

Questa sera iniziamo il percorso sui santi, saranno quattro santi diversi che ci accompagneranno in questi incontri, ma saranno tutte opere dello stesso pittore: Caravaggio.
Iniziamo con la Crocifissione di San Pietro, un dipinto commissionato da monsignor Tiberio Cerasi che, per la sua cappella privata nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, aveva voluto due tele che rappresentassero i due santi fondatori della cristianità romana. La cappella la vediamo nell’immagine.

Si vedono, da una parte, la Crocifissione di San Pietro e, dall’altra, la Conversione di San Paolo (che vedremo in seguito). Il committente le aveva volute l’una di fronte all’altra per celebrare i due fondatori della Chiesa romana, che erano arrivati più o meno insieme a Roma e vi erano stati martirizzati.
Questa iconografia della crocifissione non era molto diffusa. Fu una scelta particolare che Caravaggio ha fatto, anche se esisteva un precedente illustre: la Crocifissione di San Pietro di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Paolina, sempre a Roma, situata nei pressi della Cappella Sistina.

A differenza della scelta che ha fatto Michelangelo, dove la crocifissione campeggia in uno spazio molto aperto e i protagonisti hanno vesti che ricordano le vesti romane, e ci riportano al tempo in cui il fatto è avvenuto. Caravaggio fa un’altra scelta e rappresenta la crocifissione mettendo i tre aguzzini, che vediamo di spalle nel momento in cui stanno per issare la croce, vestiti come gli uomini del suo tempo. La rende per l’epoca contemporanea. Cerca di attualizzare la scena.

Caravaggio coglie la scena in un momento di immediatezza, potrebbe essere una fotografia, perché è l’istante che sceglie di rappresentare. Vediamo i tre uomini, i carnefici, che stanno issando la croce, e sembra quasi di vederli nel movimento che stanno per compiere; il capocroce sta per essere infilato in un buco, che noi non riusciamo a vedere, ma possiamo immaginare in una sorta di istantanea.
Rappresenta le persone in una scena, tutta la scena, che non ha alcun tipo di sacralità. Non ci sono elementi distintivi, se non la croce, ma sulla croce poteva esserci chiunque, non necessariamente un santo. Non ci sono elementi che ci facciano riconoscere immediatamente che questa è una scena sacra. Vediamo la fatica, vediamo il dolore, ma non riusciamo a riconoscere la sacralità del momento.

La scena è impostata in modo tale che la croce sia un elemento subito evidente. Al di là di quella che riconosciamo che è quella del Santo che crea una diagonale come linea di costruzione, abbiamo poi un’altra croce data da queste linee di costruzione: è formata dalla prima diagonale e da una seconda che, partendo dalle braccia al culmine dello sforzo dell’uomo in alto, arriva al tallone dell’uomo qui in basso, creando una croce anche a livello compositivo.
Questa insistenza è sicuramente legata al simbolo del martirio di Pietro, ma resta, a livello compositivo, anche sui tre aguzzini, un po’ a voler sottolineare che la croce, è sì quella del martirio del santo, ma è anche quella che ciascuno, nella propria esistenza, può incontrare. Queste sono persone qualunque che nella fatica – poi ci torneremo – portano la loro croce. Non è soltanto la croce del lavoro o dell’atto in sé, ma la croce dell’esistenza che ogni uomo è chiamato a portare.

Questi uomini sono rappresentati come persone qualunque che, in alcuni particolari fisici loro, fuoriescono dallo spazio compositivo: vediamo che questo soggetto ha il mantello che non è completo: lo spazio compositivo — qui lo vediamo nel particolare — secondo quello che noi dobbiamo percepire dovrebbe proseguire al di fuori dello spazio pittorico. La stessa cosa accade per piede, che ha una parte monca: lo dobbiamo immaginare sempre fuori dallo spazio pittorico. Stessa cosa per la veste di Pietro, abbandonata per terra e tagliata fuori dallo spazio del dipinto.
Questa scelta, è una scelta che molti artisti faranno dal Seicento in avanti, nell’intento di far fuoriuscire lo spazio compositivo dalla realtà tela per farlo immaginare e questo serve per coinvolgere lo spettatore, che è chiamato istintivamente a immaginare che cosa succede oltre. In questo caso lo spettatore è spinto a chiedersi, a porsi delle domande su cosa ci possa essere al di là di quello che vedo, che immediatamente riesco a percepire. Farsi delle domande e sentirsi un po’ chiamati in causa, interrogarsi su quello che sta succedendo esattamente in quel momento.

Per concludere sull’aspetto compositivo vediamo la luce – indicata dalla freccia direzionale – una luce che proviene da sinistra. È una luce assolutamente innaturale, perché non vediamo nessuna fonte di luce, ma che illumina i tre personaggi nello stesso modo: non c’è un bene e un male, un buono e un cattivo, con il buono illuminato e il cattivo in ombra. Pietro è illuminato esattamente come gli altri.
È una luce che inonda tutti e, nel suo valore simbolico – proprio perché è una luce innaturale – è chiaro che si direzioni sul protagonista; ma, sembra quasi che il lembo del tessuto e il petto di Pietro, la riflettano a loro volta. Sta poi a queste persone accettare questa luce, farsi inondare da questa luce: è una luce simbolica della salvezza, che arriva, ma non basta: serve poi accettarla e che in qualche modo venga condivisa.

Guardiamo ora i personaggi. I tre aguzzini sono rappresentati ognuno in un atto specifico del lavoro che stanno svolgendo e sono rappresentati come persone di bassa estrazione, dei manovali, come potevano essere vestiti all’epoca di Caravaggio. Notiamo queste caratteristiche: sono sporchi e logori, con i piedi sporchi; quest’uomo vediamo che addirittura sulla schiena ha come un solco per la fatica che sta facendo per issare questa croce. Quindi sono persone come tutte, ma Caravaggio non ci permette di riconoscerle: noi non possiamo vedere quali sono i lineamenti di quest’uomo, e di quest’altro assolutamente niente. Anche quest’ultimo, pur girato verso di noi, è quasi completamente in ombra: si intravede, ma non riusciamo a identificarlo.

Non riusciamo a identificare queste persone con delle caratteristiche ben precise. Caravaggio non vuole accusarle, non vuole dare loro l’etichetta di “carnefici”. Sono persone che stanno semplicemente svolgendo il loro lavoro; un lavoro, tra l’altro, che li piega. Quest’uomo è completamente accovacciato a terra e regge il peso della croce sulla schiena; un lavoro pesante, dunque, che stanno svolgendo senza chiedersi che cosa stiano facendo, senza interrogarsi se sulla croce ci sia una persona che è stata ingiustamente condannata o un santo.
Questo mi rimanda a un saggio di Hannah Arendt che si intitola la “Banalità del Male”. La Arendt è una filosofa e storica che aveva seguito il processo contro Adolf Eichmann, alla fine arriva a teorizzare che quest’uomo non fosse probabilmente malvagio nell’anima, o completamente cattivo; per cui ha fatto quello che ha fatto; semplicemente è stata la “banalità del male” ad averlo sopraffatto. Cioè non si è reso conto di quello che stava facendo, perché, se non ci si interroga e non ci si pongono delle domande, a volte il male passa, viene visto come un’azione qualunque. Fai il tuo lavoro e, a volte, non si può fare niente per opporsi a questo. Mi sembrava un collegamento che potesse in qualche modo suggerire una piccola riflessione.

Tornando al dipinto, qui vediamo alcuni particolari che rivelano l’attenzione che Caravaggio aveva a voler indicare dei lavoratori; delle persone che non sono rappresentate come dei carnefici, ma come persone che facevano quel lavoro per, in qualche modo, portare a casa il pane.

Qui si vede la pala e la veste di Pietro abbandonata.

Anche il nostro protagonista è rappresentato come un uomo qualunque e, come abbiamo letto nel Vangelo, con tutti i suoi difetti. Qui è ormai un uomo vecchio; sappiamo che Pietro aveva scelto di essere crocifisso a testa in giù, perché aveva detto di non sentirsi degno di essere crocifisso come il Signore.

Qui lo vediamo in una sorta di accettazione di questa sua scelta, però non può negare, non può togliere il dolore. Lo percepiamo, questo dolore, nella contrazione fortissima della fronte, che ha questi solchi, rughe profonde come dei solchi.

Dolore che vediamo anche nella contrazione della mano che si chiude per il dolore causato dal chiodo.

Lo percepiamo nelle dita dei piedi, che sono accavallate perché anche queste sono state trapassate.
C’è, quindi, sicuramente una forte percezione della sofferenza. La testa, inoltre, che in un certo modo cerca di sollevarsi, in un movimento quasi istintivo di reazione a quello che sta succedendo. Di questo martirio lui era consapevole e ha scelto il modo in cui essere crocifisso, ma evidentemente il dolore in quel momento è tutto umano e Caravaggio questo lo sottolinea perfettamente. Vediamo, appunto, un uomo su questa croce, un uomo anziano che, come storicamente sappiamo, che dopo la condanna è stato crocifisso.

L’unico simbolo che Caravaggio vuole sottolineare, in questa prevalenza di umanità, lo vediamo in basso, al centro della composizione, anche se nel registro inferiore, c’è una grossa pietra che è un rimando a quello che Gesù stesso aveva detto: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». In qualche modo, dunque, un rimando simbolico lo inserisce lo stesso.

Ma torniamo al volto di Pietro e al suo sguardo, elemento che abbiamo sottolineato anche nel commento al Vangelo. Se ci fate caso, il volto, o meglio lo sguardo di Pietro – indicato dalla freccia – è rivolto, per come Caravaggio sapeva che sarebbe stata posizionata la tela, verso il tabernacolo.
È come se volesse indicare che Pietro, in quel momento, è consapevole che questo è il suo ultimo sacrificio per il Signore. È un atto pasquale questa sua morte: l’idea della vita che non appartiene più a se stessi, ma diventa dono e sacrificio. È bello immaginare che l’ultimo sguardo che Pietro dà prima di morire sia uno sguardo rivolto al suo Signore, al suo Gesù, chissà se conscio del significato di ciò che sta compiendo sulla croce.
Questa mi sembrava una buona conclusione.
Grazie.
CONCLUSIONE
A chiusura del primo incontro del nostro percorso, chiediamo al Signore che ci aiuti a incrociare il suo sguardo.