don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti

QUARESIMA 2026

ARTE e FEDE

PAOLO

03 marzo 2026

Questa sera l’incontro sarà sulla figura di Paolo, una figura molto interessante e carismatica.

Ci soffermeremo sulla sua vocazione che, come per ogni cristiano, è importante; quindi ascolteremo uno dei tre racconti della vocazione di Paolo, perché negli Atti ce ne sono ben tre, e tutti e tre hanno particolari differenti. Noi ascolteremo il primo, ma questo testo racchiude il significato di tutti e tre.

FEDE

Atti degli apostoli 9, 1-9

1Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». 5Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». 7Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.

Atti degli apostoli 22, 6-16

6Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; 7caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 8Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti. 9Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava. 10Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia. 11E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.

12Un certo Anania, un devoto osservante della legge e in buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti, 13venne da me, mi si accostò e disse: Saulo, fratello, torna a vedere! E in quell’istante io guardai verso di lui e riebbi la vista. 14Egli soggiunse: Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, 15perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.

Atti degli apostoli 26, 12-18

12In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno 13vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. 14Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo. 15E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. 17Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando 18ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me.

Siamo di fronte alla vocazione di Paolo. Paolo sta andando a Damasco non perché lo manda il Signore, ma perché vuole compiere il suo dovere di fariseo, il suo dovere di ebreo osservante, anzi, direi super-osservante, come direbbe Paolo stesso. Il suo compito è quello di andare ad uccidere i cristiani: Paolo sta andando a Damasco perché vuole uccidere i cristiani.

Lungo questa via, a un certo punto, incontra una grande luce e una grande voce che lo chiama a cambiare la sua vita. Questa grande luce è il Signore che si rivela a Paolo e non solo a lui: si rivela anche ad altri; la voce lui la sente, la luce la vedono; non tutti capiscono che cosa succede. È la chiamata personale di Paolo, che lo chiama a convertire il suo cuore.

La prima domanda che gli viene rivolta è: «Perché mi perseguiti?». Cioè: perché continui ad andare contro quello che io ti sto dicendo? Perché continui a resistere alla chiamata del Signore?

Paolo, fino a prova contraria, come ebreo era un super-osservante. Lo dirà più avanti: «Chi meglio di me?», perché era alla scuola di Gamaliele. Era una persona integerrima, il meglio che si potrebbe dire; potremmo definirlo oggi un ultra-cattolico, uno dei più osservanti, di quelli che sanno la Bibbia a memoria.

Paolo cammina e, a un certo punto, chiede: «Chi sei, o Signore?». Questa è la domanda che apre tutto il discorso ed è la domanda di ciascuno di noi, la vocazione di ciascuno di noi: prima cosa capire che è il Signore, capire che è il Signore che si affaccia alla nostra vita, capire che cosa ci chiede.

«Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Qui c’è dentro la storia alla quale Paolo è chiamato. Paolo è chiamato anzitutto ad essere convertito dal Signore, a conoscere la sua presenza. Quel Dio che ha conosciuto, che gli è stato insegnato fin da bambino da Gamaliele, cambia prospettiva.

Questo dice una continuità e una discontinuità, come accade nella vocazione di ciascuno di noi. C’è una continuità nel nostro percorso, ma c’è anche, a un certo momento della nostra vita, una discontinuità. Quando si fa una scelta diversa, c’è una discontinuità; se non altro per tutti noi, che facciamo parte della famiglia d’origine e, a un certo punto, ci stacchiamo, giustamente. Non è che dobbiamo rimanere a fare il “marelòtt”, ma fare la propria vita, prendere decisioni e fare delle scelte.

Quando noi ci stacchiamo, magari anche con fatica, lì avviene questo cambiamento. Cambiare costa fatica e costa fatica a tutti, Paolo compreso. Per cambiare bisogna aver trovato qualcosa che vale di più, qualcosa che riempie di più, qualcosa che dà senso alla tua vita; altrimenti non ha senso cambiare.

Paolo, in questo momento, fa questo cambiamento e, per lui — non è così per tutti — per Paolo è una conversione, proprio un’inversione a U: andava in una direzione (perseguitare i cristiani), e andrà nell’esatto opposto. Per un ebreo non c’era niente di più lontano: i pagani venivano chiamati “cagnolini”, eppure lui andrà lì, tra i pagani, non tra gli ebrei. Tra gli ebrei ci andrà Pietro; Paolo andrà tra i pagani, tra quelli che non credono, tra quelli che sono ai margini, tra quelli che non sono capaci di seguire il Signore. Lui, che era rigidissimo e faceva parte della scuola più ristretta… e Gesù lo chiama ad essere annunciatore verso i pagani.

È un mistero, è sempre un mistero la chiamata di Gesù. Secondo me Gesù e Dio hanno un grande senso dell’ironia che noi non abbiamo, che perdiamo. Chi perde il senso dell’ironia vuol dire che non conosce neanche Dio, perché, se andate a leggere la Scrittura, è piena di ironia. Se uno non è capace di coglierla, come direbbe una pubblicità, “gusta solo a metà”. La Sacra Scrittura è piena di queste contraddizioni e di queste ironie, che però dicono la libertà di Dio e dicono anche la nostra disponibilità a seguire il Signore.

Se avrete la pazienza di andare a leggere questi tre testi, vedrete che questi testi si assottigliano. Paolo racconta negli Atti degli Apostoli più volte e a più persone la sua vocazione, come se avesse bisogno di ritornare a quel momento lì. Questa è una dinamica fondamentale del discepolo. Il discepolo ha bisogno, periodicamente, di ritornare al momento della sua chiamata; se uno non ritorna al momento della sua chiamata, al momento in cui ha incontrato Gesù… eh, perde.

Hai bisogno di cristallizzare alcune cose, hai bisogno di comprenderle. Nella chiamata di Paolo c’è già tutto, c’è tutta la sua vocazione, come nella vita di ciascuno di noi.

Se avete la pazienza di tornare al momento in cui il Signore vi ha chiamato, vi accorgerete che nella chiamata, in quel momento, c’era già scritto tutto; poi noi ci abbiamo messo trent’anni per capirlo — va bene, ci abbiamo messo trent’anni — ma lì c’era già tutto: questo è ciò che viene cristallizzato «Tu porterai la testimonianza ai pagani».

Dice così: «Ti sono apparso» — se andate a guardare il terzo testo — «Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora». Non di tutto!

Noi non siamo chiamati ad essere dei “tuttologi”; i santi non erano dei “tuttologi”. Hanno messo in pratica un versetto della Parola di Dio: un versetto, e sono stati bravi.

Il Signore non ci chiama a trasmettere tutto. È molto chiaro: «quello che io di ho detto e quello che tu hai visto e quello che ti farò vedere». Ministro e testimone: ministro di Dio e testimone di Dio. Per annunciare tutto? No. Per annunciare la tua parte.

Il “tutto” è solo Gesù Cristo. Quando crediamo di trasmettere tutto, di essere perfetti e che tutto giri intorno a noi — l’iper-rigidità — vuol dire che non stiamo andando verso il Signore.

Gesù non ci ha chiamati ad essere perfetti, con buona pace di tutti. Ha scelto un pescatore che l’ha tradito, un altro che l’ha tradito e si è impiccato; gli altri se ne sono andati; i due discepoli di Emmaus non lo hanno riconosciuto. I discepoli hanno fatto fatica a riconoscerlo; dopo averlo visto, sono andati a pescare, sono tornati alle attività di prima.

Però sono innamorati di Gesù.

Ritornano più volte alla loro vocazione, alla loro chiamata, anche Pietro, nella pesca miracolosa, Pietro, di fronte a tutti, dice: «Io vado a pescare». Si può leggere in due modi: io torno alla mia attività di prima, oppure io torno a quel momento là, in cui il Signore mi ha chiamato — Pietro è stato chiamato mentre pescava — quindi ritorna al momento in cui ha incontrato Gesù. Lì ritorna.

E la stessa cosa fa Paolo: racconta più volte la sua vocazione. Sia perché testimonia, sia perché è anche un po’ pieno di sé; ma ritorna più volte al momento in cui ha incontrato il Signore, perché non basta una volta sola. Non basta. Bisogna ritornarci tutta la vita: ritrovare, riguardare, a limare, a capire e ad approfondire.

La figura di Paolo è una figura molto bella, molto esuberante, anche molto categorica: non ha mezze misure. Però, nella sua vocazione, mostra la sua umiltà, la sua capacità di mettersi di fronte al Signore. Forse, come qualcuno dice, la “spina nella carne” che gli è stata data — che non si sa che cosa sia — lo aiuta a rimanere lì, a tornare a quel momento.

Questa sera lasciamo un istante di silenzio. Può essere interessante ritornare al momento in cui noi abbiamo incontrato il Signore, al momento in cui il Signore si è fatto presente nella nostra vita. E questa Quaresima può essere l’occasione per riguardare, rivivere e rinnovare l’incontro che abbiamo fatto, magari tanti anni fa, con il Signore.

ARTE

Anche questa sera parleremo di Caravaggio senza spostarci molto, perché siamo ancora nella cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo.

Siamo di fronte all’opera che abbiamo visto la volta scorsa: la Crocifissione di San Pietro. Caravaggio, per richiesta del committente stesso, dipinge qui questa Conversione di San Paolo.

Come per l’altro dipinto, Caravaggio ha tratto ispirazione da un’altra opera di Michelangelo Buonarroti che si trova sempre nella Cappella Paolina (affresco dipinto prima della Crocifissione di San Pietro) che però tratta lo stesso soggetto che vediamo questa sera.

Si percepisce subito che è molto diversa da quella che è stata poi la scelta di Caravaggio.

Lui stesso, però, dipinge due versioni di questo soggetto. La stessa cosa era successa per la Crocifissione di San Pietro, ma mentre per quella non c’è più l’originale (che è andato perso, non si sa dove sia), per la Conversione di Saulo abbiamo ancora la prima versione, che è in una collezione privata: la Collezione Odescalchi, presso l’omonimo palazzo.

Molto velocemente, volevo soffermarmi su questa prima versione perché ci permette di capire quali sono state le scelte successive di Caravaggio. Non sappiamo quali siano stati i motivi di queste doppie versioni. L’unica informazione che abbiamo deriva da Giovanni Baglione, che sosteneva che queste due tavole fossero state rifiutate dal committente e che quindi Caravaggio abbia dovuto rifarle.

In realtà, i critici oggi non credono a questa versione, perché Baglione era un acerrimo nemico di Caravaggio e quindi cercava in qualche modo di screditarlo; soprattutto, perché non ci sono altri documenti, oltre a questa sua testimonianza, che attestino un rifiuto.

Mi piace sostenere un’altra tesi: Caravaggio ha volutamente rifatto le opere perché, quando è arrivata la commissione di queste due tavole, lui era molto veloce a dipingere e nel giro di poco tempo era pronto a consegnarle. Tuttavia, la cappella dove dovevano essere collocate non era ancora pronta; quindi le tiene per un po’ nello studio, avendo poi modo di rivederle. Ha quindi riportato i soggetti su due tele, perché queste prime versioni, per rispettare la richiesta che il committente aveva fatto, erano su supporto ligneo. Quindi questa è un’opera su legno, una tecnica che non era più molto usata. Uno dei motivi dei rifacimenti potrebbe essere questo.

Ma concentriamoci sul fatto che abbia voluto cambiare l’impostazione. Vediamo che è una scena molto diversa da quella di Michelangelo, ma notiamo una certa concitazione che è data da Gesù che arriva dall’alto, quasi piombando su Paolo in modo dirompente, tanto che rompe il ramo di quest’albero. È trattenuto da un angelo molto giovane e questo suo arrivo, con questa forza, agita molto il cavallo.

Il cavallo ha la schiuma alla bocca ed è rappresentato con una sorta di torsione. Persino il palafreniere, preso di sorpresa, quasi istintivamente si volta puntando la spada verso Dio, a proteggere non si sa se Saulo o se stesso.

Saulo è rappresentato per terra, ma non completamente a terra. In questo caso c’è una differenza con la seconda versione: è rappresentato vecchio, con la barba rossa e soprattutto con queste mani che indicano in maniera molto chiara la cecità di cui si parla anche negli Atti. Nei particolari vediamo che sono messi in evidenza gli elementi del suo essere soldato.

La differenza con l’opera definitiva, quella che oggi possiamo ammirare a Roma, è decisamente evidente. La prima differenza fondamentale è che manca Cristo, che nell’altra versione vedevamo. L’immagine è decisamente più calma nell’ambientazione. Qui c’è una sorta di tranquillità che è molto in contrasto con la versione precedente.

Questo perché Caravaggio sceglie di rappresentare il momento nella sua immediatezza: non vediamo Cristo, presente nella versione precedente, forse in maniera più attinente agli Atti stessi, in cui si parla di luce e voce. Cristo, appunto, scompare. C’è questa calma che è sovrana; in particolare lo si vede nel cavallo, che non è più imbizzarrito.

Ciò serve a rendere in maniera ancora più evidente che quello che sta avvenendo è quasi un dialogo intimo tra Paolo e Dio, che è rappresentato — in realtà non si vede — solo apparentemente.

La chiamata di Paolo è una chiamata personale, nel terzo testo che non abbiamo letto, lui dice: «Tutti cademmo a terra e io udii una voce», come se fosse proprio un rivolgersi da parte di Dio direttamente al cuore di Paolo.

Questo fatto succede quando lui è a terra: lo vediamo qui a terra, schiacciato su quello che in latino è l’humus. Quando prima don Alessandro ha parlato dell’umiltà di Paolo, è il momento in cui lui è a terra, è quello in cui Dio gli appare.

Negli Atti non si parla del cavallo (poi vedremo il perché di questa scelta), ma si parla del suo essere caduto a terra, come se questa chiamata arrivasse proprio nel momento in cui lui è più debole. Se in quest’uomo ognuno di noi si immedesima, è come se la chiamata, la luce di Dio arrivasse in maniera più intensa — qui Paolo è avvolto completamente da questa luce — quando siamo a terra, quando siamo in una posizione apparentemente sfavorevole.

Come se più sei in basso — anzi, bisogna essere in basso — per poter vedere poi in alto.

Qui c’è anzitutto questa scelta.

C’è poi un’altra scelta che è ancora più inconsueta per l’epoca: mettere questo cavallo così grande in primo piano. Per vari motivi: anzitutto perché il cavallo simbolicamente rappresenta le passioni sfrenate, l’irrazionalità (cosa che è rimasta nel detto «sei matto come un cavallo», che ancora oggi diciamo). Quindi un animale particolare.

C’era poi — lo vediamo in questa copertina — tutto il discorso legato alla Controriforma. Il cardinale Paleotti aveva scritto questo testo — lui, come tanti altri — in cui dava delle indicazioni agli artisti, perché in epoca controriformista la Chiesa interveniva in maniera abbastanza importante nel dare indicazioni agli artisti; una di queste indicazioni riportate in questo testo era proprio che non fosse corretto mettere in primo piano animali o personaggi secondari.

Invece Caravaggio qui lo mette assolutamente in primo piano, con questo scorcio anche così particolare. Vediamo che è un animale assolutamente calmo, ormai completamente domato da questo palafreniere che a sua volta è molto calmo, come se non fosse stato il cavallo ad aver fatto cadere Paolo, ma fossero state la chiamata e la luce a provocare questa caduta.

Inoltre, il cavallo può essere preso come simbolo: abbiamo sentito dalle parole di don Alessandro che Paolo sta andando a compiere un compito ben preciso, quello di uccidere i cristiani. Lui, che era un grande soldato e andava a compiere questo infausto compito, viene invece disarcionato.

Il cavallo è anche simbolo del potere: chi aveva un cavallo era una persona che contava, che aveva un certo potere; quindi il suo essere disarcionato è riconducibile alla sua vulnerabilità. Deve perdere il suo potere per poter ricevere questa chiamata.

L’ultima questione è che questo cavallo in primo piano mette ancora più in evidenza la differenza dimensionale: un cavallo che, nella sua stazza e nella mole che ha, ci fa apparire l’uomo più piccolo. E del resto, poi, Saulo sceglierà il nome Paulus che in latino vuol dire “piccolo”, ma nell’accezione di “scarso” — lo useremmo in latino per dire qualcosa che conta poco — a voler sottolineare la scelta dell’umiltà che Paolo in questo caso ha fatto.

Qui vediamo Paolo a terra, vestito alla romana, come un soldato romano; del resto, viveva in una provincia romana. Secondo l’interpretazione che dà Caravaggio, gli elementi che ricordano il suo essere un soldato (con il compito che dicevamo), vengono messi da parte: da un lato l’elmo cade completamente dalla testa, per indicare che quella condizione lui la deve abbandonare; ciò che era prima deve lasciarlo.

Poi è messa ben in evidenza la spada, che ha un valore simbolico importante perché, da una parte, è la spada con cui lui provoca la morte dei cristiani (quindi ricorda il suo passato), dall’altro è anche il simbolo di quello che sarà il suo martirio, di quello che sarà il sacrificio della sua vita in nome di Dio, perché verrà decapitato a Roma.

Infine c’è l’interpretazione che la rappresenta come la Parola di Dio, perché nella Lettera agli Ebrei la Parola di Dio viene definita “una spada a doppio taglio”. Paolo sarà proprio colui che avrà il compito di portare questa Parola; quindi è sicuramente un elemento iconografico che viene messo ben in evidenza. Interessante è vedere qual è la sua posizione, con queste braccia protese e questo volto che sembra completamente pacificato.

Qui è più giovane rispetto alla prima versione. Questa è una questione legata al realismo che era molto caro a Caravaggio, ma c’è anche un’altra interpretazione legata all’essere giovane, che rimanda al cambiamento.

Questa conversione, che don Alessandro ha definito un’inversione a U, che qui Caravaggio interpreta in modo un po’ particolare, viene accolta esattamente come fa un bambino quando viene al mondo: si spalanca completamente alla luce. Il bambino la vede per la prima volta venendo al mondo e Saulo, allo stesso modo, la vede per la prima volta se interpretiamo questa luce come la chiamata di Dio.

L’altra cosa interessante è notare che questo collegamento al cambiamento — questa rinascita a cui Saulo sta andando incontro — da questo momento in poi è ambientato in un contesto che non è attinente a quello che dicono gli Atti.

Nel testo, infatti, si parla di mezzogiorno: «Verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole». Questo si sottolinea nel raccontare la vicenda e Michelangelo, se ricordate, l’aveva rappresentata di giorno.

Invece qui l’ipotesi più probabile, proprio per la presenza di questo cavallo così mansueto, è che questo sia un interno. E se è un interno (dato che è mezzogiorno e dovrebbe esserci la luce, mentre qui c’è il buio) dove c’è un cavallo e c’è la terra, ciò può ricordare vagamente una stalla.

È quindi un collegamento alla nascita, a una rinascita che si collega alla nascita di Gesù; non tanto, ovviamente, a livello tematico, ma più a quello simbolico, nel voler sottolineare una nuova vita. In questo caso, una nuova vita per Saulo che diventerà Paolo una nuova luce, esattamente come quella che Gesù, con la sua nascita, ha portato nel mondo.

Quindi questa rinascita per Saulo diventa il momento dell’accoglienza. Si rende conto che la Parola di Dio, la luce di Dio non è qualcosa che dipende dai propri meriti; anzi arriva proprio quando lui è impotente, è a terra, e non sta facendo niente per meritarsi quello che è successo.

Eppure è proprio in quel momento che questa luce arriva; questa luce lo illumina e l’unica cosa che lui può fare è spalancare le braccia e accoglierla, perché si rende conto che la chiamata va accolta e che va completamente al di là di ciò che lui, o ciascuno di noi, può fare per meritarsela.