don Alessandro Lucini – Barbara Bosetti
QUARESIMA 2026
ARTE e FEDE
MATTEO
17 marzo 2026
La figura di questa serata è Matteo. Ci mettiamo in ascolto del Vangelo di Luca.
27Dopo questo egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. 28Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
29Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a tavola. 30I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. 31Gesù rispose loro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano”.
Fede
Siamo di fronte alla chiamata di Levi. Questa chiamata rappresenta la chiamata anche di ciascuno di noi: la chiamata a seguire il Signore. La chiamata di Levi viene cristallizzata come un momento puntuale, anche molto veloce. Il brano del Vangelo sembra dirci che Gesù passa e “tac”, via Levi, tutto finito. Questa interpretazione lascia un po’ il tempo che trova; alcune cose sono abbastanza chiare, altre vanno interpretate.
La prima è che Levi era al banco delle imposte: un uomo che faceva questo lavoro con i soldi. Probabilmente un lavoro che, come da tradizione in quel tempo, non era un lavoro così pulito; forse, probabilmente, era in qualche modo schiavo della cupidigia. Questa è la storia di Levi. Gesù passa e chiama; chiama questo uomo a seguirlo, cioè gli propone una via diversa da quella che sta vivendo.
Poi — io darò un’interpretazione diversa da quella che darà Barbara, perché la mia interpretazione è più spirituale riguardo a questo quadro di Caravaggio — Levi segue Gesù. E questo seguire Gesù, come capita spesso nei personaggi che seguono il Signore, porta a un grande banchetto, a una grande conversione, a un momento di grande festa, di investimento, di cambiamento anche molto esteriore. Questo cambiamento che Levi mette in campo dice, però, alcuni atteggiamenti e anche alcuni atteggiamenti dal punto di vista di Gesù. C’è questa grande folla che partecipa, e ci sono anche i pubblicani. I pubblicani, come abbiamo visto più volte nel Vangelo, sono quelli che a un certo punto si scandalizzano: “Come può Gesù andare a pranzo da questo peccatore?”.
Qui le soluzioni sono due nella testa di questi personaggi: o Gesù non conosce chi chiama e quindi non è Dio, come gli altri, perché se fosse veramente Dio saprebbe che tipo di uomo è questo (più volte si sente nel Vangelo, nel confronto con i farisei); o tu non sei Dio veramente, le tue capacità, le tue possibilità, quello che sei… non corrispondono al vero, quindi tu non sei Dio; oppure tu sei un demonio, stai seminando della zizzania per evitarci di seguire Dio. In ogni caso ci stai portando fuori strada. Questo è l’atteggiamento dei farisei.
Ma guardate la risposta di Gesù. Gesù poche volte zittisce così i farisei; quello che gli interessa di più è il personaggio al centro del Vangelo, cioè l’anima e la persona a cui sta parlando, in questo caso Levi. Sembra che Gesù voglia, con questo gesto, non tanto zittire i farisei, ma far comprendere a Levi la portata della sua chiamata. Una chiamata che non è fatta tipo: “Ah vabbé, io non ti conosco, ma dai, vieni anche tu; ce ne mancava uno per arrivare a dodici, tira su quello che hai e vieni con me, si fanno i miracoli, si mangia gratis, mi sembra che sei un tipo a posto, puoi venire con noi”. Non è così. Gesù sembra quasi mettere in faccia a Levi: “Guarda che io non mi sono sbagliato, io so benissimo chi sei, e io ti chiamo, a seguirmi”. Capite che la chiamata che fa Gesù è completamente diversa. È una chiamata che non guarda le illusioni della vita, non guarda l’immaginetta, la perfezione; è una chiamata che va nella vita di quest’uomo.
E rincarerà ancora la dose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché si convertano” e vivano, aggiungo io. La chiamata di Gesù non è per i perfetti.
Il mio parroco diceva sempre così agli sposi: “Voi pensate che chi si sposa sia meglio degli altri? Voi non siete meglio degli altri. Assolutamente no. Siete solo più fortunati”. Lo diceva anche per i battesimi: “Non è che siete più bravi, siete più fortunati”. Il cristiano non è disincarnato dal tempo che vive, ma è incarnato nel tempo che solca. Poi è chiamato anche a fare alcune scelte, però la chiamata di Gesù arriva per chi vuole seguire il Signore, perché magari più volte, a più riprese, è chiamato a convertire la sua vita; arriva a chi si crede malato.
Chi crede di essere sano non va dal medico; dal medico va solo chi crede di avere qualche patologia. Gesù cerca nei discepoli, che cerchino anzitutto Lui come il Salvatore, come colui che viene a salvarti, a guarirti. Se non hai la condizione di partenza di aver bisogno di Dio, non potrai mai essere un discepolo di Dio; sei già pieno di te stesso.
La chiamata di Levi è la chiamata di ciascuno di noi. E riprendo quello che dicevo all’inizio, cioè che sembra istantaneo. Nel quadro del Caravaggio — su questo quadro si sono scritti milioni di volumi — a me quella che colpisce di più dal punto di vista spirituale è una progressione. Se guardate i tanti personaggi — invado il campo di Barbara, ma io parlo dal punto di vista spirituale — il primo personaggio, quello a sinistra con le maniche a righe, con le mani quasi a forma di “zampa di maiale”, ripiegato sul denaro, ripiegato su se stesso, e una delle interpretazioni è che questo personaggio evolve nel tempo: il primo stadio è questo ragazzotto che conta i soldi; il secondo personaggio è quello che si indica sul petto: “Sono io?” come a dire “Hai chiamato me?”. E anche le mani sembrano essere in comune tra questi personaggi, sembrano mischiarsi. Si vede che il primo ha le gambe ben piantate ferme per terra; il secondo si indica e guarda nella direzione di Gesù, il suo volto è illuminato, incomincia a staccarsi dalle prime cose, dalle prime schiavitù (che può essere il denaro, ma possono essere tante altre cose). Poi c’è questo ragazzotto girato di trequarti con le spalle rivolte a noi che è seduto su questo sgabello sbilanciato. Guardate le gambe: è sbilanciato verso Gesù, come se fosse pronto a partire, e ha anche una spada, che potrebbe essere il segno del taglio con il passato.
Dunque questa progressione sembrerebbe spingere verso la chiamata come se fosse stata preparata. Questo è l’ultimo pezzo. Noi non sappiamo cosa è successo a Levi prima: se ha incontrato la testimonianza di Gesù, se ha ascoltato i discepoli, se è stato preparato dal Battista. Non lo sappiamo, il Vangelo non ce lo dice, ma sappiamo che questa chiamata alla fine restituisce l’immagine della chiamata diversa.
C’è anche questo vecchietto insieme al giovane che sembra proprio, all’inizio [della chiamata] — ed è proprio tipico del nemico — all’inizio tenere lì la persona nelle sue schiavitù: “Ma no, stai qua, stai bene qui, non alzare la testa”. Questa è un’interpretazione più spirituale. Però dice che la chiamata è una sequela, che richiede dei passi, e anche la profondità della chiamata che questa sera abbiamo ascoltato di un Gesù che viene a chiamarci, ma ben ci conosce. E forse è questo che ci scandalizza, quello che ci scandalizza di più, il fatto che Gesù non chiami delle persone perfette. Questo, a più riprese nella storia della Chiesa, scandalizza; anche oggi, in vari contesti, questa cosa scandalizza, perché crea problema.
Entriamo nel mistero della vita di ciascuno di noi perché la chiamata, la vocazione di ciascuno di noi, rimane sempre un mistero che si compie tra chi è chiamato e Gesù che chiama.
Che il Signore ci accompagni. Ci stiamo avvicinando verso la Pasqua; cerchiamo di riguardare e di vivere le nostre scelte.
Arte

Questa sera parleremo della Vocazione di San Matteo, che è, come sappiamo, di Caravaggio, perché ci accompagna sempre lui in questi incontri. Siamo sempre a Roma, ma questa volta nella chiesa di San Luigi dei Francesi, nella Cappella Contarelli, che è questa che possiamo vedere nell’immagine.

In questa cappella, come vedete, ci sono tre dipinti, tutti di Caravaggio, tutti con soggetto san Matteo; noi parleremo della Vocazione. Ha una storia particolare questa cappella, perché questo Mathieu Cointrel (italianizzato in Matteo Contarelli) l’aveva acquistata già nel 1565. Tuttavia, dopo che era morto, il suo esecutore testamentario, non aveva esattamente utilizzato i fondi che erano stati lasciati per la cappella, ma aveva comprato dei terreni per sé; quindi, per quasi 30 anni, la cappella rimane semifinita perché era stata affrescata la volta, ma non c’erano ancora le tele. Si arriva così al 1600, quando viene chiamato addirittura il Papa a cercare di risolvere questa questione, e viene affidato il compito di realizzare le tele proprio a Caravaggio, che a quell’epoca era un artista ancora giovane, ma, essendo arrivato a Roma, si era affermato; era, per così dire, “il pittore di moda” del momento.
Caravaggio dipingerà tutte e tre le tele, ma si trova a dover fare i conti con delle richieste molto specifiche che Contarelli aveva lasciato, in particolare proprio per la Vocazione di San Matteo. Perché la cappella doveva essere in onore del santo, di cui portava il nome, e quindi il committente sentiva che non era solo un dovere, ma voleva che ci fossero delle scelte ben precise. Sulla Vocazione si parla del fatto che lui voleva che si vedesse la chiamata di Cristo; che Cristo fosse presente, e che la scena dovesse essere rappresentata in un interno. Nelle indicazioni che aveva lasciato, sui documenti di storia dell’arte consultati, si parlava di un “magazeno”, di un interno. Quindi Caravaggio si è trovato ad avere dei paletti. Però, come tutti gli artisti geniali, vuole fare di testa sua e realizza tutta questa opera che, in parte, si discosta da quelle che erano le indicazioni lasciate dal Contarelli.
Partendo proprio dall’incertezza dell’ambientazione: siamo in un interno, neanche così certo, per la verità, perché secondo alcuni storici e alcuni critici, osservando una finestra che è chiusa e la cui imposta, appunto, si apre verso questo lato e questo spigolo del muro, secondo alcuni potrebbe anche trattarsi di un cortile, un’ambientazione all’esterno. Probabilmente però, invece, anche per quello che viene rappresentato, siamo all’interno di una stanza.

Probabilmente era l’ufficio delle imposte: si vede il calamaio, si vedono delle carte, il calamaio con una penna, le monete, il tavolo. Quindi è difficile immaginare che questi uomini, che stavano svolgendo la loro attività, si trovassero all’aperto. Probabilmente siamo in un interno, anche se ci colpisce forse questa ambientazione che sembra quasi teatrale, sembra quasi un palcoscenico su cui la vicenda si svolge. Ci sarebbe, anche se noi questa sera non ne parleremo, tutta un’interpretazione anche legata proprio allo stupore, che è protagonista di questo dipinto. Partendo proprio dallo stupore di san Matteo fino alla rappresentazione di tipo teatrale, che sarebbe assolutamente in linea con il periodo, con il Barocco, tema affrontato da altri artisti.
Allora, dicevamo: un interno in cui queste persone stanno facendo il loro lavoro. Semplicemente erano lì a svolgere quello che quotidianamente, in una maniera anche ripetitiva, tutti i giorni facevano, e in questo momento quotidiano, uguale in ambito lavorativo, arrivano e fanno irruzione questi due personaggi.

Uno dei due è Cristo, perché vediamo questa finissima aureola che però, come spesso fa Caravaggio, non è particolarmente sottolineata, proprio perché vuole dare sempre questa idea di realismo, della realtà umana che dà ai personaggi, anche ai santi che rappresenta.

Cristo arriva e tende la mano, come vediamo, verso Matteo; davanti a Lui c’è quest’altro personaggio, Pietro. Emergono subito nella scena perché hanno degli abiti diversi rispetto a tutti gli altri; sono vestiti come probabilmente erano vestiti in Palestina all’epoca di Gesù e arrivano insieme. Cristo chiama Levi, però poi vedremo che anche questo personaggio ha la stessa disposizione della mano rispetto a quella di Cristo. Questo personaggio è stato aggiunto in un secondo momento. Lo sappiamo perché, grazie alle analisi ai raggi X, si può sapere quali sono stati i ripensamenti dell’autore. E questo è proprio sovrapposto: la figura di Cristo prima era da sola.

Qui possiamo vedere lo sguardo molto intenso di Gesù che sta chiamando Matteo, e questa bocca semiaperta, come se avesse appena pronunciato il suo nome con le parole che abbiamo sentito prima nel Vangelo.

Dall’altra parte c’è quest’altro gruppo di personaggi che stride, se non altro per come sono agghindati rispetto agli altri due. Intanto perché sono tutti seduti attorno a un tavolo, poi perché vediamo questi abiti dai colori molto sgargianti e soprattutto secondo quella che era la moda del Seicento, dell’epoca di Caravaggio. Lui voleva contestualizzare e modernizzare questa scena, perché non è un caso. E questa era la moda alla francese, sicuramente un omaggio al committente e alla chiesa, che è San Luigi dei Francesi.
E poi pare che anche lo stesso Caravaggio amasse vestirsi così e girare per Roma vestito così. Tanto che ci sono delle testimonianze che dicono che, appena guadagnava dei soldi con le sue opere, li usava e li spendeva per comprarsi dei vestiti e poi girare per Roma così agghindato e con la spada. Guardiamo questo personaggio, vediamo la spada, potrebbe essere un autoritratto di Caravaggio giovane; una scelta che lui, tra l’altro, fa di inserire il suo autoritratto spesso e volentieri in tante altre opere, per cui potrebbe anche essere.
Vediamo personaggi di età diverse: questo ragazzo giovane, un bambino, due uomini adulti e un vecchio.
Quindi sono presentati seduti attorno a questo tavolo tutte le età dell’uomo. Capiamo subito quello che don Alessandro ha sottolineato: vediamo rappresentata la chiamata di Levi, ma è sicuramente simbolo di una chiamata più universale. Come se attorno a questo tavolo non ci fossero solo questi cinque personaggi, ma tutta l’umanità.
Vediamo che ognuno reagisce in modo diverso: questo personaggio ha la mano appoggiata qui, l’altra che sembra quasi voler avvicinarsi alla spada, sembra slanciarsi verso Cristo, ma come se percepisse in qualche modo una minaccia, un qualcosa che l’ha turbato. Il volto del bambino invece è un volto attento, di chi sta cercando di capire che cosa succede. I due a sinistra non alzano nemmeno lo sguardo, non si accorgono neanche di chi arriva o di che cosa sta succedendo. Sono entrambi fissi con lo sguardo sul denaro, uno addirittura si sistema gli occhiali come per voler vedere meglio, ma non a voler vedere meglio chi è arrivato, ma voler vedere meglio il denaro, come a voler dire che ognuno sceglie la propria di ricchezza.

Sono rappresentati ognuno con reazioni diverse, ma al centro c’è questo personaggio che, secondo varie interpretazioni, è proprio San Matteo, che si indica come a dire: «Ma stai proprio chiamando me? Io che sono un ebreo, visto dagli ebrei come un traditore perché sono schierato con i romani con le imposte, e come sapete tutti faccio la cresta su quello che viene dato». Come a dire: «Io so di non essere proprio una persona per bene — lo ha sottolineato prima anche don Alessandro — e proprio me stai chiamando?»
Caravaggio fa questa scelta, vediamo nell’ingrandimento anche il volto con queste rughe pronunciate, la bocca semiaperta, indica proprio lo stupore di cui dicevamo prima. Tornando anche alla posizione delle gambe, vediamo che sono tese sotto il tavolo, però non sappiamo per quale motivo, perché Caravaggio fa una scelta, assolutamente geniale: sceglie un’istantanea. È il momento tra la chiamata di Gesù che arriva, lo indica, lo guarda, lo fissa, l’ha probabilmente già chiamato — abbiamo visto la bocca aperta — e lui che si rende conto di essere il chiamato, ma che deve fare una scelta. Che si interroga, se fosse indegno di questa chiamata, ma che sa che quest’uomo che lo ha chiamato non farà un passo in più; l’ha chiamato ma è lui adesso che deve decidere. Spetta a lui la decisione, se seguirlo o no, e vediamo che c’è chi la decisione l’ha già presa, ma una decisione diversa.
Questo si inserisce sicuramente in un’analisi personale, di ciascuno della propria vocazione; ma non possiamo dimenticarci che è un periodo, il Seicento, quando la Chiesa si ritrovava a dover difendere, in un certo senso, le proprie posizioni, visto che la Chiesa protestante aveva colpito alla costola la Chiesa Cattolica e il Concilio di Trento aveva ribadito questa questione del libero arbitrio. E qui Caravaggio questo aspetto, questo dogma, voleva sottolinearlo.

Andando avanti, vediamo l’altra grande protagonista di questo dipinto, che è la luce. È una luce di cui noi non vediamo la fonte. Sappiamo che arriva da destra, lo vediamo. Non è la fonte che ci aspetteremmo; la finestra; non è una finestra che porta luce, primo perché ha questa carta oleata, è una finestra chiusa, e poi perché la luce segue proprio la direzione della mano di Cristo e arriva dall’alto. Non possiamo neanche pensare che questi due siano entrati da una porta e che la luce arrivi da lì, perché è una luce che va anche al di sopra della testa di Cristo, quasi a voler sottolineare che la luce divina accompagna la scelta di Gesù, e va a illuminare tutti.
E vengono in mente le parole di Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo». Perché qui ognuno, in effetti, è illuminato; certo, la luce poi colpisce in pieno soprattutto Matteo, ma tutti gli altri sono illuminati. C’è chi però l’accetta e chi no.
Così come è interessante che oltre a Matteo l’altro personaggio molto illuminato, colpito in pieno dalla luce, e anche per primo sia il bambino.

E qui viene alla memoria questo passo di Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

Arriviamo poi alla finestra, che è uno dei grandi misteri di questo dipinto, perché è una finestra chiusa, messa in mezzo al dipinto, nello spazio vuoto che si crea tra i due gruppi di personaggi. È una finestra — non si vede benissimo — che reca anche in ciascuno dei vetri, che sono coperti, una X che si intravede. Essa richiama probabilmente (c’è chi ha voluto vedere anche questo) la ventunesima lettera dell’alfabeto greco che è la Chi, l’iniziale anche di Christus: un ulteriore riferimento.
Al di là di questo che va un po’ cercato, e interpretato, è molto più evidente un altro simbolo che è quello della croce. Sicuramente il rimando è al passaggio: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Quello che Gesù sta chiedendo a Matteo è di rinnegare se stesso. Rinnegare quel denaro, quindi quella sua vita precedente che lui ancora, come vedete, con un a mano tiene.
Se guardiamo questa manica ha gli stessi colori di questa, quindi è come se Matteo avesse ancora una mano sulle monete e l’altra, però, come se si stesse mettendo in discussione per dire: “Sono proprio io, che devo seguirti?”. È il momento della scelta: lui qui è proprio a un bivio. Anche queste gambe potrebbero essere gambe di chi si sta per alzare o di chi invece no. Caravaggio con questo vuole sottolineare che è un istante, il momento della scelta, in cui poi ognuno è libero di fare la propria scelta, così come farà Matteo. Chiaramente questa croce, poi, è il simbolo di ciò che lo attende. Nella stessa cappella è dipinto anche il Martirio di san Matteo, la croce che andrà seguita e, in parte, quello che sarà anche il suo martirio.

E infine dobbiamo esaminare quella che, a mio avviso, è la cosa più bella di questo dipinto, che è la mano di Gesù. Ed è anche però, se guardate, la mano di Pietro: è una mano che chiaramente ricalca, la famosissima mano di Dio Creatore che crea Adamo nella Cappella Sistina, ma che già Michelangelo, e poi Caravaggio, avevano visto in Giotto nella Resurrezione di Lazzaro. Caravaggio poi, qualche anno dopo, nel 1609, farà un altro dipinto: il Cristo è speculare ma perfettamente identico. Dipingerà la Resurrezione di Lazzaro e la mano sarà esattamente la stessa.
Che cosa vediamo in questi dipinti, a partire da questo: l’idea che Cristo sta chiamando a una nuova vita. In questo modo sta donando una nuova vita, quindi è un atto di creazione quello che si vede svolto da queste mani. Cristo qui fa la stessa cosa: richiama a nuova vita Levi. E pertanto quello che qui Cristo fa non è solo chiamare Matteo per seguirlo, ma chiedergli che questa sequela poi diventi una nuova vita. È come se fosse un atto proprio di ri-creazione. Matteo è chiamato ad abbandonare quella che era la sua vita precedente per seguire Cristo e averne una nuova e più vera, come è successo ad Adamo, che con quel gesto ha ricevuto la vita.
Mi sembra la giusta conclusione, visto il periodo in cui siamo, in cui ci avviciniamo alla Pasqua, pensare che nella chiamata, nella vocazione, possiamo essere chiamati a lasciare andare quella che è la zavorra che ci portiamo dietro (per Matteo era il denaro su cui teneva la mano e che faceva fatica a lasciare) per una nuova vita, una conversione che il tempo pasquale ci invita a cercare.