Il Popolo di Dio verso il Natale

 Premessa

 Una premessa può essere utile. Tutte le ricorrenze dell’anno liturgico ci propongono, partitamente e in successione, i diversi momenti di verità e di grazia che in realtà sono compresenti a tutte le ore della nostra esistenza, perché sono simultaneamente contenuti ed espressi nella concretezza dell’unico mistero cristiano che è sempre totalmente in atto.

Così ogni giorno è per noi Natale, perché ogni giorno c’ è dato un Salvatore che è Dio e si fa piccolo e umile per raggiungerci. Ma ogni giorno è anche Avvento, cioè attesa della sua venuta definitiva e desiderio fiducioso della sua completa vittoria sul male. E ogni giorno per noi è Pasqua, perché ogni giorno lo spirito del Risorto lavora dentro di noi a trasformarci e ad allietarci con il dono della vita nuova. E ogni giorno è anche Venerdì Santo, cioè sofferenza redentrice partecipata, accoglimento penoso e difficile della volontà del Padre, offerta sacrificale di noi stessi in unione con Cristo, vittima unica e pienamente sufficiente.

Non dobbiamo mai dimenticare questo carattere sintetico e omnicomprensivo del nostro inserimento battesimale nel Signore Gesù crocifisso e glorificato; però al tempo stesso è giusto, doveroso e bello abbandonarci senza resistenze alla divina pedagogia, che ci esorta a riscoprire e a ravvivare, secondo i diversi tempi liturgici l’uno o l’altro elemento della ricchezza che ci è stata elargita (Card. Giacomo Biffi).

Siamo il popolo dell’attesa

 Avvento è attesa della venuta del Messia nel Natale.

I nostri fratelli maggiori Ebrei che aspettavano la venuta del Messia, dopo la lunga attesa, tenuta viva dai profeti, furono preparati all’incontro con Lui da Giovanni Battista. Egli faceva eseguire un esame collettivo alla folla radunata attorno alle rive del Giordano e compiva un atto purificatorio con l’acqua del fiume.

Anche noi in questo tempo di attesa della nascita del Messia dovremmo dare un giusto spazio all’esame di coscienza e a un momento purificatorio che, dopo il Battesimo è dato dalla Confessione.

Avvento è anche attesa del ritorno glorioso di Cristo.

È il periodo in cui  si sottolinea il dogma di Fede: “Di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi ed i morti”.

Al suo ritorno il Re raccoglierà tutta l’umanità davanti a sé, siederà sul trono e “separerà i buoni dai cattivi così come il pastore separa le pecore dalle capre” (Matteo 25, 32).

È il periodo in cui dovremmo ricordare anche le realtà ultime richiamateci dal catechismo: morte, giudizio, inferno e paradiso. Infatti, il Signore, prima di giudicare tutta l’umanità alla fine dei tempi giudicherà ciascuno di noi nell’ora della nostra morte.

La morte non è “La Fine” ma “Il Fine”; non è la negazione della vita ma è un’altra vita. Il mondo d’oggi si dà l’illusione e il delirio dell’immortalità ma noi dobbiamo essere consapevoli della realtà della morte.

Non avremo paura del giudizio perché il nostro sarà l’incontro con un giudice che per nostro amore è andato in croce. Questo ci deve consolare immensamente e toglierci certe paure che vengono propagate da predicatori terrificanti.

Prima del paradiso forse, se non abbiamo fatto abbastanza penitenza durante la vita, dovremmo affrontare il Purgatorio, perché Dio accetta alla festa finale soltanto innocenti o penitenti. Non dimentichiamo la parabola delle nozze nella quale Gesù dice che l’intruso presentatosi senza la veste nuziale è stato escluso. Non dobbiamo pensare al Purgatorio come ad un inferno temporeneo, un incendio doloroso. Mi piace pensare al Purgatorio come lo definiva il Cardinal Martini: “Un’altra opportunità offerta da Dio” oppure come lo descriveva il Cardinal Biffi: “Un luogo dove le anime vanno a farsi belle”.

Quando allora in questo tempo di Avvento noi diciamo l’invocazione aramaica “Maranathà” o nella nostra lingua “Vieni Signore Gesù”, significhiamo “vieni nel Natale, vieni alla fine dei tempi, vieni alla conclusione della mia vita”. Senza timore ma con molta speranza.

Quando poi, dopo la consacrazione del pane e del vino, acclamiamo: “Nell’attesa della tua venuta” dovremmo esprimere un autentico desiderio, non un “si fa per dire”. Ignazio Silone diceva di essere andato in crisi di fede quando si era accorto che certi cristiani aspettano il Signore sbadigliando come quando si è alla fermata del tram.

Siamo il popolo della memoria

Giunta la pienezza dei tempi, Dio Padre ha mandato a noi il suo  Figlio perché noi potessimo ritornare a quel Paradiso da cui eravamo stati esclusi. Il fatto è accaduto 2014 anni fa e ha diviso la storia in due ere: prima della nascita di Cristo e dopo la nascita di Cristo.

Noi abbiamo il sacrosanto dovere di custodire gelosamente questa memoria storica, difendendola da due rischi concreti.

Il primo rischio è quello di fare marcia indietro: gli antichi cristiani hanno “battezzato” la festa pagana del Dio Sole (Sol invictus), affermando che il vero sole è Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto carne; noi cristiani del XXI secolo potremmo lasciar sbiadire la festa cristiana facendola ridiventare pagana.

Il secondo rischio è quello di lasciar ibridare la festa coi segni della nostra attuale società secolarizzata, che hanno un valore semantico diverso da quello tradizionale. Gli esempi sono evidenti.

Il confessionale: per noi è il luogo in cui, prima di Natale, la “misericordia divina” soccorre la “miseria umana” ma per la televisione è la trovata sciocca del “grande fratello”.

La mezzanotte: per noi è momento sacro preparato con settimane di fervida attesa e punto d’arrivo importante tanto che la chiamiamo Santa, ma per molti giovani è il momento della partenza, in cui, dopo aver bivaccato nei bar o per strada, schizzano via tutti insieme in un baleno verso le discoteche.

La stella cometa: l’Evangelista Matteo la descrive come una guida che accompagna a Gerusalemme, lì scompare e poi riappare, per guidare i Magi alla culla di Betlemme; per noi invece le stelle comete sono luci intermittenti delle luminarie prenatalizie, che indirizzano ai centri commerciali per comprare e spendere. Il lungo viaggio dei Magi per noi è un cammino verso il Re dei Giudei che è nato; per molti, oggi, è la partenza per un ponte lungo verso il caldo delle Canarie o le piste sciistiche.

La culla di Betlemme: per noi è il segno della benevolenza divina, dell’eterna giovinezza di Dio come diceva Madre Teresa di Calcutta: “ogni volta che nasce un bambino è segno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità”; lo spettacolo triste di troppe culle vuote è il segno di una umanità stanca che non sente più l’impegno e non ha più il coraggio di crescere e moltiplicarsi.

Il pranzo patriarcale: dovrebbe essere un segno di comunione; può degenerare in un gesto egoistico se dimentichiamo che noi facciamo parte dei privilegiati: quel 20% dell’umanità che ha sempre cibo, acqua e cure mediche, mentre c’è un 80% nel terzo e quarto mondo, che rischia la morte per fame, sete e mancanza di cure.  Guai se il pranzone di Natale fosse la sequenza dei ghiottoni: salmone, storione, cappone, mascarpone, panettone, torrone… indigestione, mentre qualcuno da un’altra parte del mondo muore di fame.

Salviamo a denti stretti la memoria della nascita storica di Gesù, affinché non capiti il paradosso di celebrare la festa con l’assenza del Festeggiato.

Siamo il popolo della gioia

L’attesa della nascita di un bambino è un momento di gioia, anche se, adesso, certe gravidanze sono presentate come patologie da monitorare continuamente con esami costosi, rendendole più angosciose che gioiose.

Se noi salviamo il senso religioso del Natale, l’attesa di questa venuta del Signore (Adventus Domini) non può essere che fonte di gioia.

E’ vero che nella liturgia si usa il colore violaceo come in quaresima e ai funerali e durante le messe domenicali non si canta il gloria, l’Avvento, però,  non è un tempo di penitenza come la Quaresima ma è tempo di speranza gioiosa. La preghiera “Vieni Signore Gesù” esprime l’attesa di un Angelo che viene a dire ai pastori:  “Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore” (Luca 2, 10).

Nelle liturgie natalizie si canterà tutti insieme: “Venite fedeli lieti ed esultanti | venite, venite a Betlemme”.

Il Natale mondano può essere una pausa piacevole all’interno di una vita faticosa e monotona. Il Natale cristiano invece è una sintesi gioiosa: la gioia si trova non nelle cose ma nel cuore. La gioia è frutto dello Spirito Santo. La gioia è una sicurezza che nasce da una certezza.

Nel Natale mondano ci si domanda che cosa regalare alla tal persona perché sia soddisfatta e non si offenda. Nel Natale cristiano ci si prefigge di costruire la gioia.

Il Beato Paolo VI ,nell’esortazione apostolica Gaudete in Domino del 1975, disse parole profetiche: “La società tecnologica ha potuto moltiplicare i piaceri, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia perché essa è spirituale. Il danaro, la comodità, l’igiene, la sicurezza materiale spesso non mancano; tuttavia la noia, la malinconia, la tristezza rimangono sfortunatamente la condizione di molti, che la spensieratezza e la frenesia di felicità e i paradisi artificiali non riescono a far scomparire”.

Regaliamoci la gioia del servizio gratuito, donando senza pretendere contraccambio. San Paolo negli Atti degli Apostoli attribuisce a Gesù una frase che non troviamo nel Vangelo: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20, 25).

Regaliamoci la gioia della condivisione: Don Oreste Benzi diceva: “Noi non doniamo il pane ai poveri, lo mangiamo con loro”. Il pane condiviso diventa più abbondante e più gustoso e nel giorno dell’incontro col Giudice ci sentiremo dire: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Matteo 25, 35).

Regaliamoci la gioia di avere riconosciuto i nostri sbagli anche se è difficile farlo. Don Primo Mazzolari diceva: “E’ più comodo scegliersi un bersaglio che picchiarsi il petto”.

Regaliamoci la gioia di aver fatto sorridere e consolato chi soffriva. Il verbo consolare ha la radice etimologica “col sole”. Nel buio della vita il sole che rischiara è Cristo, come diciamo nel canto di Avvento: ”Tu quando verrai Signore Gesù | Quel giorno sarai un sole per noi”.  Con Cristo non ci sono problemi; senza Cristo non ci sono soluzioni.

Siamo il popolo dell’oggi

Aspettiamo il Cristo che verrà alla fine dei tempi; ricordiamo il Cristo che è venuto nel Natale storico; accogliamo il Cristo che viene oggi. L’Angelo, infatti  ai pastori dice: “Oggi è nato per voi il Salvatore” (Luca 2, 10).

È una caratteristica del Vangelo di Luca sottolineare l’immediatezza dei doni di Dio: in Luca 4, 21  Gesù nella Sinagoga di Nazareth, dopo aver letto la profezia di Isaia sul Messia, dice: “Oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato con i vostri orecchi”. In Luca 19, 9, in casa di Zaccheo, Gesù dice :”Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. In Luca 23, 43 dall’alto della Croce Gesù dice al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso”.

Ma anche San Matteo usa il termine oggi: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matteo 6, 11).  È una delle invocazioni del Padre Nostro che noi recitiamo durante l’Eucaristia. Essa è la venuta quotidiana del Signore Gesù, venuta intermedia tra quella del passato (Betlemme) e quella del futuro (la valle di Giosafat).

Noi Sacerdoti tutte le sere dobbiamo ringraziare Dio perché possiamo dire: “Oggi il Verbo di Dio è diventato carne nelle mie mani, mentre nel grembo di Maria diventò carne una volta sola”. È il miracolo delle nostre mani buche.

Ma anche i fedeli devono sempre ringraziare per il dono dell’Eucaristia quotidiana, soprattutto per l’Eucaristia domenicale che caratterizza il giorno del Signore(Domenica vuol dire giorno del Signore risorto, Pasqua settimanale, ma oggi è banalizzata come  week end). Non si celebra l’Eucaristia perché è Domenica ma è Domenica perché si celebra l’Eucaristia. Per noi è una fortuna avere ancora la Messa ogni Domenica ma non è così dappertutto. In alcune zone di campagna della Francia ma anche su alcune colline dell’Appennino italiano, ci sono tante Domeniche senza l’Eucaristia. Che tristezza!

Se vogliamo scongiurare una simile sventura anche per noi,  siamo impegnati a pregare perché in Seminario ci siano sempre giovani che si preparino a diventare Ministri dell’Eucaristia.

Siamo il popolo mariano

 Il cristiano deve anche essere mariano. Come il male ci lega al primo Adamo e alla prima Eva, così il bene ci lega a Gesù (nuovo Adamo) e a Maria (nuova Eva).

Maria è il modello della nostra attesa. Il periodo dell’Avvento ha una forte connotazione mariana: il 21 Novembre si ricorda la festa della Presentazione di Maria al Tempio, l’8 Dicembre si ricorda la solennità dell’Immacolata Concezione; l’ultima domenica di Avvento nel rito Ambrosiano si celebra la solennità della Divina Maternità. Il rito romano rimanda questa ricorrenza al 1° di Gennaio, ma la scelta ambrosiana sembra più opportuna. Infatti prima del parto la regina della festa è la donna incinta alla quale si fanno gli auguri. Poco dopo è il neonato a diventare il Re della festa.

Contemplando Maria in questi ultimi tempi della gravidanza ci si rivolge a Lei con le parole di Jacopone da Todi: “Fiorito è Cristo ne la carne pura | or se rallegri l’umana natura”.

Possiamo dire di Lei con Dante: “… Ell’è la rosa | in che il Verbo di Dio carne si fece” e ancora col Divino Poeta: “… il tuo Fattor | non disdegnò di farsi tua fattura”.

Oltre all’antica poesia l’elogio di Maria si trova anche nelle Litanie Lauretane: Arca dell’Alleanza (Foederis Arca); Casa d’Oro (Domus Aurea); “Torre d’avorio” (Turris Eburnea).  Nei nove mesi tra l’Annunciazione e il Natale Maria di Nazareth si recava ogni Sabato alla Sinagoga e pregava a voce alta con tutti (per gli Ebrei non esiste preghiera se non vocale): “Signore manda a noi il Messia”. Nel suo cuore però Ella pensava: “Il Messia è già venuto. Il Signore ha mantenuto le sue antiche promesse. Il cuore di Gesù batte già vicino al mio cuore. Deve soltanto rivelarsi al mondo con la sua nascita”. Lo esprime bene Adriana Zarri, una delle prime donne  teologhe con questa poesia:

Andavi al pozzo

e salutavi la gente;

la gente diceva: “buon giorno”

e tu rispondevi: “buon giorno”.

Andavi al forno

e cuocevi il tuo pane;  

diceva il fornaio: “buon pranzo”

e tu rispondevi: “buon pranzo

Andavi a letto

e ti accostavi al tuo sposo.

Giuseppe diceva: “buona notte”

e tu rispondevi: “buona notte”

Andavi al Tempio

e pregavi il tuo Dio;

diceva il rabbino: “verrà”

e tu pensavi: “è venuto”.

Attraversavi il borgo;

le donne chiedevano: “quando?”,

e tu indicavi un mese.

E camminavi verso Betlemme;

Giuseppe chiedeva: “stai bene?”

tu rispondevi: “sto bene”;

però procedevi con fatica

perché quel mese era arrivato

ed il bambino, d’ora in ora,

poteva chiedere la sua parte di sole o di luna.

C’era soltanto una capanna;

Giuseppe ti chiese: “va bene?”,

e tu rispondesti: “va bene”;

e il bimbo chiese la luna

e anche una stella cometa.

In cielo c’era ancora Gabriele

come quella mattina,

e in terra un accorrere di greggi

e un trapestare nella notte.

I pastori chiedevano: “è lui?”,

tu rispondevi: “è lui”.             

Mons Claudio Livetti – Avvento 2014