L’ORDINE SACRO

Tratto dalla pubblicazione: I Sacramenti – Segni della presenza di Dio – di Monsignor Claudio Livetti

Il Sacramento dell’Ordine è stato istituito da Gesù in diversi momenti della sua vita: quando ordinava di battezzare, di perdonare i peccati, di curare i malati … e in modo eminente durante la Cena Pasquale, quando comandò di ripetere il gesto eucaristico in sua memoria.
Esistono tre gradi di “ordinati”, resi tali da un atto sacramentale chiamato Ordinazione. Anche oggi si vive lo spirito e il carattere familiare della Chiesa delle origini: non una gerarchia di organizzazione o di dominio, ma di amore: il pater familias (il VESCOVO) governa coi figli (i PRESBITERI) e con l’azione dei servi (i DIACONI).

I Vescovi

Il termine “Vescovo” nel greco classico e biblico indica “colui che sorveglia”, mantiene lo sguardo sull’insieme, vigila con occhi attenti, custodisce e protegge. Un altro significato è quello di “esploratore” e persino di “spia”: uno che guarda attentamente e coglie anche i particolari, senza dare nell’occhio: spia l’azione segreta dello Spirito Santo. Un altro significato di vescovo è “colui che raggiunge il bersaglio”.
Oltre a questi significati classici, io ho conosciuto Papi e Vescovi che sono stati quasi dei “sismografi”: hanno avvertito i segni premonitori dei terremoti delle trasformazioni sociali e delle svolte epocali e hanno percepito le distanze tra dottrina e realtà.
I Vescovi sono successori degli Apostoli e come tali possiedono la pienezza del sacerdozio. Essi, in forza dello Spirito Santo che è stato loro donato, sono veri e autentici Maestri della Fede, Pontefici e Pastori.
Come ai tempi di Gesù c’era il “Collegio Apostolico”, così adesso c’è il “Collegio Episcopale”, che porta la sollecitudine di tutta la Chiesa. I Vescovi sono designati dal Vescovo di Roma, successore di Pietro, capo della Chiesa universale e vincolo visibile delle chiese particolari. Ogni vescovo però è pastore della sua Diocesi. Non è un funzionario del Papa ma, come successore degli Apostoli, è legato alla Diocesi con un vincolo quasi sponsale: per questo porta l’anello.
L’antica prassi cattolica chiede che un vescovo riceva l’Ordinazione da almeno tre Vescovi.

I Presbiteri

Nella lingua greca la parola significa “anziano”. Prima del Concilio Vaticano II si usava il termine “Sacerdoti”, ma ora, per non confondere col “Sacerdozio Battesimale”, più opportunamente si dice “Presbiteri”, volgarizzato in “Preti”.
I presbiteri sono i collaboratori dell’ordine episcopale. Sono configurati a Cristo Capo, Pastore e Guida e rendono presente il Vescovo nelle comunità locali, predicando il vangelo, celebrando il culto divino e guidando i fedeli. Va sottolineata una duplice presidenza: dell’assemblea eucaristica e della comunità.
Il Cardinal Martini disse: “In virtù dell’Ordinazione presbiterale, il prete è divenuto presidente dell’Eucaristia ma anche, nel senso più vasto, dell’intera comunità a lui affidata”.
Don Primo Mazzolari, Parroco di Bozzolo, ringraziava Dio per questa duplice presidenza: “Dopo la Messa il dono più grande è la Parrocchia”.
I Preti di una Diocesi costituiscono con il loro Vescovo un “unico presbiterio”, anche se svolgono diversi servizi in fraterna amicizia. Vige una bella consuetudine: durante l’Ordinazione presbiterale tutti i Preti impongono, dopo il Vescovo, le mani sul capo dell’ordinando.
L’essere Preti è un’esperienza molto bella.
Il Cardinal Martini diceva a noi Parroci: “Non si deve vedere solo il peso di una responsabilità che spaventa ma anche la gioia per un dono che ci è dato di condividere: poter annunciare Cristo nelle diverse comunità”.
Il cardinal Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano dal ’63 al ’79, al termine di una Ordinazione disse ai Preti novelli: “Il sacerdozio non mi ha mai deluso. Anche se talvolta non gli sono stato fedele, ha mantenuto molto di più di quanto aveva promesso. Nonostante le inevitabili tribolazioni sono stato e sono ancora un uomo felice. Ho la ferma certezza che anche per ciascuno di voi sarà così. E più di così”. Sono parole piene di gioia, di forza, di libertà: è bello fare il Prete, è bello essere servi per vocazione, ieri e sempre, a tutte le età.

I Diaconi

La parola Diacono deriva dal greco e significa “servitore”. Gli Apostoli hanno aggregato a sé sette Diaconi, per il servizio della Parola e delle mense (Atti degli Apostoli 6, 1-6).
Fino al Concilio Vaticano II il diaconato era un momento di “passaggio temporaneo” verso il presbiterato. Dopo il Concilio la Chiesa ha ripristinato anche il “Diaconato permanente”, che può essere conferito sia a celibi sia a uomini sposati.
I diaconi assistono il Vescovo e i Presbiteri nella celebrazione dei divini misteri, soprattutto dell’Eucaristia, che possono distribuire ma non consacrare. Possono assistere e benedire i Matrimoni, predicare, presiedere i Funerali e soprattutto dedicarsi ai vari servizi della carità.
In questo momento di scarsità di Presbiteri, in alcuni paesini di montagna i Diaconi li suppliscono: alla Domenica leggono la Parola di Dio, presiedono la preghiera comunitaria e distribuiscono l’Eucaristia.
In questi ultimi tempi è emersa anche la proposta di creare le “Diaconesse”. Papa Francesco ha costituito una commissione di studio per vedere la possibile attuazione.
Ad eccezione dei Diaconi permanenti, che possono essere sposati, nella Chiesa latina i Ministri ordinati si impegnano a vivere il celibato “per il Regno dei Cieli” (Matteo 19, 12) e a dare al popolo di Dio l’esempio di una vita coerente con gli insegnamenti del Vangelo. Il celibato degli Ordinati non è un’assenza, ma una presenza: è una verginità “sponsale” (più dono che scelta), un’identificazione a Gesù.

Il rito dell’Ordinazione

Ministro del Sacramento dell’Ordine è il Vescovo, successore degli Apostoli.
Il rito dell’Ordinazione, celebrato solitamente nella chiesa Cattedrale, durante la Messa dopo la liturgia della Parola, prevede alcuni momenti particolari: l’invocazione dei Santi mentre gli ordinandi sono prostrati completamente. Poi il Vescovo recita una solenne preghiera che invoca una particolare effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni, adatti al Ministero episcopale, presbiterale o diaconale, per il quale il candidato viene ordinato. Segue l’imposizione delle mani e l’unzione con il Sacro Crisma per i Vescovi e i Presbiteri.
I Presbiteri e i Diaconi fanno una promessa di obbedienza al Vescovo.
Il Sacramento dell’Ordine conferisce un particolare “carattere”, come il Battesimo e la Confermazione. Per questo non può essere ripetuto. Chi ha ricevuto il Sacramento è in eterno Vescovo, Presbitero, Diacono.

L’Ordine Sacro il Nostro Prete

Una guida all’incontro con Cristo
Ciascuno di noi ha un ricordo particolare del Prete che sente come “suo”, perché lo ha preparato alla Comunione, alla Cresima, alla Professione di Fede e perché lo ha aiutato (in Oratorio o nei gruppi scout o nell’ora di religione) a superare le burrasche dell’adolescenza e a progettare il proprio futuro.
Qualcuno, in prossimità del Matrimonio, è andato a riprendere il Prete dei suoi anni giovanili. Purtroppo oggi, essendoci poche ordinazioni, non c’è più la possibilità di garantire la presenza di un prete assistente in ogni Oratorio: una presenza insostituibile.
Anch’io ho un ottimo ricordo del “mio” Prete: mi ha aiutato a crescere nella fede, a scoprire la mia vocazione sacerdotale, facendomi incontrare il Signore Gesù.
Così dovrebbe essere ogni buon prete educatore: attraversa la vita delle persone senza lasciare traccia di sé ma rimandando continuamente al Signore Gesù. Il Prete è consapevole di non essere un “salvatore”: conduce e porta a un “Altro”, mai seducendo. Mostra il volto di Gesù. Il nostro grande Sant’Ambrogio disse: “Dove cercheremo Cristo? Nel cuore di un Sacerdote prudente”.

Un espropriato per il Signore e per i fratelli

Espropriare vuol dire prendere il terreno di un proprietario per metterlo al servizio del bene comune: la realizzazione di un’autostrada o la costruzione di un’opera pubblica.
Il prete è proprio un “espropriato”. Un giorno Gesù è passato vicino al nostro Prete e gli ha chiesto: “Prestami la tua testa, pronto a rinunciare ai tuoi progetti per realizzare i miei … prestami il tuo cuore, con tutta la sua carica affettiva … prestami la tua volontà per realizzare la salvezza del mondo … prestami le tue mani con le loro capacità operative, per costruire la comunità”.
Il nostro Prete ha risposto di sì e fu così che fu espropriato. Egli non appartiene più a se stesso.
L’ideale per ogni persona è solitamente quello di costruire una casa dove vivere il proprio affetto con la moglie e con i figli. L’ideale del nostro Prete, che ha abbracciato il “celibato per il regno dei cieli”, è invece quello di essere un ponte: su di esso tutti possono passare ma nessuno deve fermarsi. È un dramma quando su un ponte c’è una vettura ferma o qualcosa che impedisce il passaggio. Nessuno deve cercare di catturare il prete per farlo diventare suo: è per tutta la comunità.
La scelta della rinuncia alla famiglia non lo rende un solitario triste. La sua è una solitudine abitata: Dio riempie la sua vita, ma anche i fedeli gli sono attorno affettuosamente. Quando la comunità cristiana si sente amata dal suo Prete, lo sente come dice il Papa: “Pastore con l’odore delle pecore”, lo gratifica e lo fa sentire di famiglia. Perciò egli non ha bisogno di essere compassionato, perché è una persona felice, umanamente e cristianamente realizzata, molto più felice di quello che può sembrare.

Un umile servo nella vigna del Signore

Il Papa emerito Benedetto XVI, nel giorno della sua elezione, si presentò sul balcone della Basilica di San Pietro attribuendosi proprio queste parole.
Il nostro Prete non ha scelto una carriera, ma un servizio, non un mestiere ma una missione. È al servizio della Chiesa, del popolo di Dio, che deve servire con l’annuncio, con l’amministrazione dei Sacramenti e con l’esercizio della carità.
Un prete “carrierista” non è un buon prete, perché ha dimenticato che Gesù ha lavato i piedi agli Apostoli ed è andato in croce per tutta l’umanità. Il Beato Cardinal Schuster, il Vescovo che mi ha amministrato la Cresima e mi ha ordinato Diacono e Presbitero, amava ripetere: “Nella Chiesa ambrosiana esiste una sola carriera: quella del facchino”. Io l’ho sperimentato personalmente: ogni tanto il Vescovo mi misurava le spalle e, secondo la loro forza, mi accollava una maggiore responsabilità di servizio.
Occorre dunque superare quella mentalità comune che vede nel sacerdozio una carriera … da vice Parroco a Cardinale e a Papa. Il Cardinal Martini affermava: “Nel presbiterio non dovrebbero esserci incarichi di maggiore o minore prestigio, carriere più o meno obbligate, promozioni ambite o retrocessioni paventate: il modello è Gesù: colui che serve” (Luca 22, 27).
Il Cardinal Renato Corti, quando era Vescovo di Novara disse: “Non si diventa preti per salire sul palco, ma per salire sulla croce”. Per dovere di carica, sono salito qualche volta sul palco delle autorità, ma mi sono sempre trovato un po’ a disagio in mezzo a loro: forse la mia presenza serviva solo per la completezza e il folklore della foto ricordo.
Nella Chiesa qualcuno dovrà portare il peso di essere Vescovo di Roma, ma egli non sarà un “Faraone che domina” ma un servo, anzi “Il servo dei servi di Dio”, come si autodefinì a suo tempo il Papa San Gregorio Magno. Sono stati così tutti i Papi che io ho conosciuto: Pio XI, Pio XII, San Giovanni XXIII, Beato Paolo VI, Giovanni Paolo I, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI (felicemente vivente all’interno del Vaticano) e soprattutto l’attuale Pontefice Papa Francesco, sempre vicino ai poveri, agli umili, agli emarginati.
Il nostro Prete è il contrario di Nerone: questo imperatore crudele si è servito della città di Roma, bruciandola per far luce a se stesso. Il Prete, invece, è pronto a rinunciare ai suoi sogni personali, a bruciare se stesso per donarci la luce della fede.

Un sofferto gioioso servizio

La presenza di un Prete in un paese è significativa non solo per gli aspetti religiosi ma anche per quelli sociali e civili di tutta la comunità. Don Primo Mazzolari, il Parroco ammirato da Papa Francesco, disse: “Noi Preti non siamo né uomini politici e molto meno uomini di partito, ma apparteniamo ad una Chiesa che è di tutti e per il bene di tutti e col dovere di richiamare tutti al bene”.
Un Prete novello ha indicato le intenzioni del proprio ministero stampando sull’immaginetta della Prima Messa queste parole: “Signore Gesù aiutami ad essere Prete per sempre, Prete per niente, Prete per tutti”. Dopo sessantatré anni di ministero io aggiungerei anche: “Nonostante i sacrifici e le fatiche”.
Ogni tanto vado a rileggere un discorso di Giovanni Battista Montini. Quando era Arcivescovo di Milano, parlando ai seminaristi il 14 Novembre 1957 disse: “Ricordiamoci bene: un sacerdozio calmo non è un sacerdozio vero; un apostolato tranquillo non è un apostolato moderno; una forma di vita ecclesiastica comoda non interpreta né il genio del Vangelo né il bisogno dei tempi! Siamo dei candidati ad una vita affannata, ad una vita tesa, ad una vita sacrificata”.
Anche qui, con tutto il rispetto per il secondo Arcivescovo della mia vita mi permetto di aggiungere: “Vita sacrificata, ma vita fruttuosa e perciò molto felice”.

Un uomo per la Comunità

Il Prete non è un eremita che vive da solo o un monaco che vive nel recinto di un monastero ma è un pastore che vive in mezzo al suo gregge, per il quale è un riferimento.
Il Prete non ha tutte le possibili capacità umane, non ha l’insieme dei carismi: alcuni fedeli sono molto più dotati e carismatici di lui, però ha il carisma della sintesi. Nella comunità ha il compito di armonizzare e far convergere verso l’unità i diversi doni che lo Spirito suscita.
È una responsabilità di animazione, di guida, di coordinamento, di armonizzazione delle diverse ricchezze personali per il bene di tutta la comunità. L’uomo bisognoso di salvezza è “carne di Cristo” e il Prete lo vede nell’Ostia e nella Comunità. Poiché chi salva è solo Gesù e non le convinzioni religiose, morali e strutturali del Prete, egli scende nella carne degli uomini, ascoltandone il bisogno e annunciando loro che in questi bisogni c’è la salvezza di Dio. Papa Francesco più di una volta ha ricordato che il Prete deve stare davanti alla Comunità per precederla con l’esempio, deve stare in mezzo per tenerla unita con la sua capacità di dialogo, deve stare alle spalle affinché nessuno si perda.

Una Comunità collaborante

Il Prete aiuta i fedeli ad essere buoni cristiani. I cristiani aiutano il Prete ad essere un buon ministro di Dio: uomo di preghiera intensa, fedele alla sua vocazione, ubbidiente al Vescovo e sempre disponibile al servizio della comunità. La sua scelta è stata quella di mettersi a disposizione degli altri. Papa Francesco dice: “Un prete che non vive per servire non serve per vivere”.
È meraviglioso quando in una Comunità cristiana c’è questa collaborazione reciproca: da una parte il Prete che domanda sostegno, aiuto e collaborazione ai laici, anche quando sono stanchi per il lavoro e le preoccupazioni; dall’altra parte i fedeli, sapendo che possono sempre servirsi del loro Prete, non hanno paura di “disturbarlo” (nel senso buono), di giorno e perfino di notte. Anche Gesù dedicò qualche ora notturna per accendere nel cuore di Nicodemo la luce della fede (Giovanni 3, 1-21).
La Parrocchia ideale non è quella in cui il Parroco comanda e i fedele eseguono, ma quella in cui insieme il sacerdozio battesimale dei laici e quello ministeriale del Prete progettano, decidono, attuano, verificano ciò che è il meglio per la gloria di Dio e il bene della comunità.
Il Cardinal Martini scrisse: “L’istituzione non può e non deve occuparsi di tutto: sarebbe uno spadroneggiare, un delirio di onnipotenza. Un Parroco non deve preoccuparsi di ogni cosa, ma scegliere alcune priorità nodali e lasciare che il resto lo faccia il Signore o lo facciano – magari meglio del Parroco – altri spinti dallo Spirito di Dio. Vale anche per i Vescovi e per il Papa”.

L’umanità del Prete

Dio non fa la storia della salvezza in astratto. Dio non si è incarnato nella femminilità ma in Maria. Gesù non guida la Chiesa con l’apostolicità ma con Pietro, che ora è Francesco, a Milano Mario e nella nostra Parrocchia Don … I preti per primi non devono nascondere la loro umanità dietro la funzione che svolgono. Prima che come Parroco, Decano, Assistente della gioventù, Insegnante di religione o altro devono presentarsi ed essere conosciuti con la loro personalità di: Don Luigi, Don Giuseppe, Don … … …
I Preti sono un po’ come gli aerei: si parla di loro quando cadono, mentre la stragrande maggioranza continua a volare alto. San Gregorio Magno nella sua Regola Pastorale descrive così il Prete: “La guida delle anime sia sempre pura nel suo pensiero, affinché nessuna immondezza contamini colui che ha assunto questo ufficio ed egli sia in grado di lavare anche i cuori altrui dalle macchie dell’impurità; bisogna che abbia cura di essere pulita la mano che si adopera a pulire ciò che è sudicio, e non renda ancora più sporco ciò che va toccando mentre è ancora infangata. Perciò è detto per mezzo del Profeta: Purificatevi voi che portate i vasi del Signore”.
Don Primo Mazzolari ci presenta una visione meno perfezionista e più realista: “Anche il più santo dei Preti è un po’ sale fatuo e luce che fa scuro nei confronti di Cristo. Chiunque ci guardi e come ci guardi, ha sempre dei motivi per trovarci indegni. Dico di più: deve trovarci indegni, altrimenti Cristo sarebbe un ideale umano, un ben povero ideale se una creatura lo potesse contenere ed esaurire! Con la nostra statura di piccoli uomini facciamo la prospettiva dell’infinito”.
Il prete non è impeccabile e perciò deve essere aiutato a correggersi: magari ad essere meno timoroso, meno iracondo, meno attivista, meno dispotico, meno sicuro di sé, meno attaccato al danaro, meno …
Ancora Don Mazzolari diceva: “La mia gente mi ha insegnato. Io sono di continuo a scuola della mia gente e sul loro cuore rileggo le pagine troppo fredde dei miei manuali teologici”. Mi piace anche questo pensiero: il Prete è sempre un “olivastro” su cui Cristo si inserisce. Avrà qualche selvatichezza ripugnante ma in compenso ha rigoglio, resistenza, novità.
Talvolta può succedere che un Prete (speriamo che non sia il nostro) faccia qualche grossa mancanza.
Se si tratta di abusi c’è tolleranza zero, come hanno voluto gli ultimi due pontefici Benedetto XVI e Francesco. Dobbiamo comprendere lo sbaglio e i difetti del Prete, ricordando che non è un Angelo ma un essere umano e non dimenticando che egli ci ha rialzato più volte dalle nostre cadute. Un Prete che cade è come un’Ostia caduta nel fango: Cristo continua ad essere presente nel Prete e bisogna aiutarlo e sollevarlo con rispetto.

Prete che lascia il Ministero

Il Cardinal Van Thuan, che era stato imprigionato per tredici anni in Vietnam, ricevette la Porpora e si trasferì in Vaticano. Egli ci ha lasciato questa meravigliosa testimonianza su un gesto compiuto da San Giovanni Paolo II:
Un giorno due giovani Preti francesi passavano per Piazza San Pietro, per andare in udienza privata dal Papa. Un barbone li fermò e chiese loro dove andassero. Alla loro risposta replicò: posso mandare un messaggio al Papa? Ditegli che qui c’è un prete rinnegato: io. I due giovani Preti, giunti alla presenza del Santo Padre glielo riferirono. Egli anziché dimostrare la sua tristezza disse subito di andare a cercarlo e di portarlo da lui. Essi andarono a cercarlo, ma era sparito, era andato altrove. Dopo giorni di ricerca finalmente lo trovarono. Si presentarono alla Guardia Svizzera per salire dal Santo Padre. Naturalmente, in mancanza di autorizzazione, i gendarmi fecero difficoltà, fin quando una telefonata del Segretario del Papa autorizzò la visita. Quel barbone tutto sporco e ripieno di cenci, andò dal Papa così come si trovava. Appena Egli lo vide e sentì che i due giovani Preti lo presentavano come un sacerdote, il Papa si è inginocchiato e gli ha detto: Padre, tu ha la facoltà per farlo, io desidero confessarmi! I due sacerdoti ì, alquanto sbalorditi, li lasciarono soli. Solo Dio conosce il dialogo che si svolse tra il Santo Padre e l’ex Prete barbone”.
Il Porporato dopo aver raccontato l’incontro, esprime lo stupore per il gesto del Papa con queste parole: “Così agisce un Padre!