IL MATRIMONIO

Tratto dalla pubblicazione: I Sacramenti – Segni della presenza di Dio – di Monsignor Claudio Livetti

Platone racconta un mito: in origine l’uomo era sferico, poi però venne diviso in due e per questo è sempre alla ricerca della metà mancante.
La visione atea e materialista vede nel Matrimonio e nella Famiglia una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche.
La secolarizzazione, che un teologo/sociologo definisce “disaffezione religiosa postmoderna” spinge molti giovani dei nostri giorni a non scegliere nessuna forma di coniugalità.
Io, che sono per natura sensibile agli affetti e per grazia di Dio credente, guardando una bella coppia di sposi li osservo come guardo il Santissimo Sacramento: nel pane non adoro il pane, adoro il Corpo di Cristo Risorto; nella coppia non adoro il loro sorriso sulle labbra, ma il mistero d’amore di Cristo verso la Chiesa.

IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO

Per i cattolici e gli ortodossi il matrimonio è Sacramento istituito dal Signore Gesù. Appartiene non solo all’ordine naturale della creazione ma anche a quello soprannaturale della redenzione operata da Cristo. Il fondamento sacramentale del Matrimonio è il Battesimo.
Il catechismo della Chiesa cattolica al nr 1601 dice: “Il Matrimonio è il patto matrimoniale in cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole. Tra i battezzati il Matrimonio è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di Sacramento”. Se l’amore naturale dei coniugi è già di per sé un riflesso, un’interpretazione dell’amore di Dio creatore, il Matrimonio Sacramento è segno di partecipazione all’amore di Cristo Redentore per la sua Chiesa.
San Paolo Apostolo in Efesini 5, 25-27 propone questo amore a tutti gli sposi: “E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”.
Il Sacramento del Matrimonio effondendo il dono dello Spirito Santo, che trasforma l’amore umano, diventa una realtà nuova nella coppia cristiana, mediante un’esistenza conforme al dono ricevuto.
La morale coniugale cristiana non è quindi un’imposizione esteriore, ma un’esigenza della vita di grazia, un frutto dello Spirito Santo. Per amarsi i coniugi dovranno davvero continuamente guardare alla croce di Cristo, al mistero di questa donazione di Cristo sposo alla Chiesa sposa. Il Concilio Vaticano II ha chiamato la famiglia unita nel sacramento del Matrimonio una “Chiesa domestica”.

Un dono del Creatore

La Sacra Bibbia racconta che Dio nel giardino della creazione ha fatto l’essere umano a sua immagine e somiglianza (Genesi 1, 26). Siccome Dio è amore (I Giovanni 4, 8), l’essere umano è fatto per amare.
Adamo poteva dominare il creato ma non poteva innamorarsi di esso. Era un padrone assoluto, ma era terribilmente solo. Dio disse che questo non era un bene (Genesi 2, 18) perciò ha fatto cadere Adamo in un sonno profondo e ha tratto dal fianco di lui una costola per creare Eva: l’aiuto per lui, la sua donna, il suo completamento. Adamo contemplandola era fuori di sé per la felicità: una specie di estasi.
Dio ha proclamato: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola” (Genesi 2, 24).
Questo progetto di Dio, consegnato ai progenitori, è un bene prezioso per l’umanità di tutti i tempi. Dio è geloso di questo progetto di vita matrimoniale e lo difende e lo salva dalla ribellione personale (il peccato originale), dalla punizione generale dell’umanità corrotta (il diluvio universale) e dalla durezza dei cuori (le tolleranze mosaiche).
La felicità è fatta di gocce d’infinito nella carne degli sposi. Uomo e donna uniti nel vincolo del Matrimonio sono come due gocce che si immergono nell’Oceano: quel Dio che è per la felicità umana nell’amore. I due daranno vita a delle creature (Genesi 1, 28). Oso dire che ogni bambino che nasce ha un cartellino destinato alla felicità: essere amato e amare.
In seguito, Dio promise solennemente ad Abramo: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12, 3). Dio mantiene sempre le sue promesse, perciò in Abramo è benedetta tutta la sua discendenza: famiglie ebree ed arabe, per linea genealogica, e famiglie cristiane, per linea di fede.
Ogni famiglia deve dunque conservare, accrescere, e far scorrere la benedizione sgorgata nel giorno delle nozze durante tutte le tappe della vita.
La triplice benedizione a chi teme il Signore
Il Salmo 127 è la preghiera che rivolgono a Dio le coppie ebree e quelle cristiane. Quando preparavo i fidanzati al giorno delle nozze commentavo il Salmo e lo presentavo come una specie di “lista nozze” del buon Dio per chi si impegna a “temere” (significa rispettare con amore) la Legge divina.
Nella prima strofa, Dio benedice gli sposi con la felicità:
Beato l’uomo che teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Vivrai del lavoro delle tue mani,
sarai felice e godrai d’ogni bene.

Nella seconda strofa, Dio benedice la coppia con la fecondità:
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Nella terza strofa, Dio promette alla famiglia la prosperità e la longevità:
Così sarà benedetto l’uomo
che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion!
Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme
per tutti i giorni della tua vita.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli.
Pace su Israele!

Negli anniversari di Matrimonio rileggevo ancora il Salmo, per far ripercorrere un cammino di vita. Agli sposi delle nozze d’argento, d’oro e di diamante, che mi dicevano di essere stati fortunati, io ribadivo: “Non dite la parola fortunati, perché la fortuna è la Dea pagana con gli occhi bendati. Dite piuttosto che siete stati benedetti da Dio, che ha vegliato con amore su di voi e ha reso felici voi e le vostre famiglie”. Si sorveglia per dovere e si veglia per amore; Dio non ci sorveglia ma ci veglia perché ci ama. Non dimenticherò mai il fatto di aver pregato il Salmo 127 con due giovani sposi, a Gerusalemme, davanti al muro del pianto, toccando con le mani quei massi ciclopici. Durante quella preghiera mi tornava alla mente anche il detto del Salmo 126: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”.

La delicata storia di Rut

Il libro di Rut è uno dei più brevi della Sacra Scrittura: basta un’oretta per una lettura calma e attenta. Narra la vicenda di due nuore, Orpa e Rut, che vivevano nella casa dell’anziana suocera Noemi. Quando costei rimase vedova, le due nuore le si affezionarono maggiormente. Purtroppo anch’esse persero i loro mariti. Noemi le spingeva a cercare un altro marito per rifarsi una vita. “Esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò da sua suocera con un bacio, Rut invece non si staccò da lei” (Libro di Rut 1, 14). Fu una convivenza felice e serena. In seguito le due donne andarono a vivere a Betlemme. Con la benedizione della suocera Rut in seguito si risposò con Booz. Ebbero un figlio che chiamarono Obed, che fu padre di Jesse che fu padre di Davide. Rut, la dolce, fedele e affezionata nuora di Noemi fu la bisnonna del futuro Re Davide.

Cosa mancava alla famiglia?

Non tutte le famiglie dell’Antico Testamento sono idilliache come quella di Rut. Caino uccide Abele. Nella famiglia di Isacco c’è il furto della primogenitura a Esaù in favore di Giacobbe. In quella di Giacobbe c’è il tentativo di uccidere Giuseppe da parte degli undici fratelli invidiosi. In quella di Saul c’è l’inganno e l’invidia verso Davide. In quella di Davide c’è l’adulterio, l’omicidio e la ribellione del figlio Assalonne.
La famiglia, realtà sacra e meravigliosa voluta da Dio, aveva bisogno di un Dio incarnato. Il Cardinal Ratzinger (nel testo fede, verità e tolleranza), si esprimeva così: “Nell’uomo vi è una inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla all’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere”. Con la presenza di Cristo il Matrimonio non sarà più una serie di doveri e di obblighi, ma una “grazia liberante”. Solo il Messia la può donare.

Il Matrimonio la novità di Cristo

L’Antico Testamento è come l’arcata di un ponte che rimane sospesa, se non si innesta sul pilone centrale: Gesù Cristo. Il Maestro non ha cancellato le parole: “Con dolore partorirai figli” (Genesi 3, 16) e “Col sudore del tuo volto mangerai il pane” (Genesi 3, 19). Gesù però ha sviluppato il detto del Salmo 127: “Sarai felice e godrai di ogni bene”.
Ha arricchito il Matrimonio di nuove valenze: felicità, indissolubilità e santità.

La felicità

Sul monte Sinai Dio aveva dato a Mosè il Decalogo: dieci leggi da osservare per essere giusti. Sul monte di Galilea il Figlio di Dio ha proclamato le Beatitudini: un percorso impegnativo e difficile per essere felici.
San Gregorio di Nissa disse: “Ogni persona che aspira alla felicità eterna potrà riconoscere nelle beatitudini una scala privilegiata”. Nel discorso della montagna è tracciata la strada di felicità anche per la famiglia: nel rapporto tra marito e moglie, con i figli, con i genitori anziani e anche con la suocera.
Papa Francesco nella Amoris Laetitia nr 232 dice: “Non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere sempre più felici in modo nuovo, a partire dalle possibilità aperte da una nuova tappa”.
Agli inizi della vita pubblica Gesù fu invitato a un matrimonio a Cana di Galilea.
Egli volle onorare e allietare il banchetto con la sua presenza, con quella di sua madre e degli apostoli. Maria, accortasi della preoccupazione degli sposi, perché il vino era venuto a mancare, pregò Gesù di anticipare “la sua ora”. Gesù fece portare in tavola una grande quantità di vino eccellente: aveva mutato l’acqua pronta per le abluzioni in un vino squisito. L’evangelista Giovanni, che racconta il fatto (Gio.2.1-11). afferma che quello fu il primo “segno” di Gesù. Il primo segno fa pensare all’ultimo: la Pasqua; l’acqua che diventa vino richiama la morte che sarà sconfitta dalla vita con la risurrezione. A Cana Gesù cambia il patto naturale degli sposi in una alleanza soprannaturale, immettendovi la potenza della resurrezione. La quantità esagerata di vino dice che Gesù offre il suo dono a tutte le coppie della storia. La ripresa della gioia festosa è un invito alla speranza per chi è rimasto senza il vino della gioia e attraversa una crisi nera: con l’aiuto soprannaturale può essere superata. Gesù può compiere questo miracolo anche ai nostri giorni: basta chiederlo con fede.
Gesù ha proposto lo stile del samaritano come icona della felicità familiare. Questa icona deve riprodursi reciprocamente all’interno della coppia e della famiglia, dissipando la paura di spendersi e di amare seriamente, che paralizza molti uomini e donne di oggi, anche certe coppie che sembrano normali.
Se ci si deve occupare con amore di uno straniero conosciuto (così ha fatto il samaritano), come non amare strettamente la persona donata da Dio per la propria felicità e i figli donati da Dio per la completezza della coppia? I gradini della felicità non si raggiungono tanto nello sforzo e nell’impegno, ma accogliendo la forza dello Spirito Santo, che spinge in alto. Gesù, il buon samaritano, che si è abbassato verso le povertà altrui, è esempio per la vita di coppia e di famiglia.
La felicità della coppia richiede la conversione del cuore per discernere, alla luce dello Spirito, le scelte da fare rispetto all’educazione dei figli, alle loro scelte vocazionali, all’accudire i genitori anziani, a diventare casa accogliente, a vivere la quotidiana palestra dei “permesso … grazie … scusa”. Insieme si sceglie il da farsi rispetto al lavoro, alla gestione economica della casa, all’apertura agli impegni sociali.

L’indissolubilità

L’immagine della casa costruita sulla sabbia, e quindi caduca, e di quella costruita sulla roccia, che invece resiste agli urti delle burrasche e delle inondazioni (Matteo 7, 24-27), è una chiara allusione al Matrimonio e alla famiglia. Oggi le burrasche contro la famiglia sono tantissime, fonte di divorzi e separazioni.
Sono chiarissime ed indiscutibili la parole di Gesù: “Quello che Dio ha congiunto l’uomo non dovrà separare” (Matteo 19, 6 e Marco 10, 9). Il miglior commento a queste parole è quello del Cardinal Angelo Scola: “Non c’è amore senza promessa, non c’è promessa senza per sempre, non c’è per sempre se non sino alla fine, sino e oltre la morte”.
Per noi Cattolici il Matrimonio dura in eterno e si scioglie soltanto con la morte di un coniuge.
Talvolta si sente dire che qualcuno ha avuto l’annullamento del suo matrimonio. Il verbo annullare non ha senso. Se il matrimonio ha tutte le caratteristiche che lo hanno fatto esistere come tale, nessuno lo può azzerare. La Chiesa tuttavia mette a disposizione i tribunali ecclesiastici per esaminare se un matrimonio, mancando delle caratteristiche indispensabili, può essere dichiarato “nullo”. Non lo si annulla; si riconosce che non è mai esistito. I processi per nullità non sono brevi e facili.
Per gli Evangelici la società civile ha potere e diritto di legiferare sul divorzio.
Per gli Ortodossi c’è la possibilità di scioglimento di un primo matrimonio da parte del Vescovo. Essi infatti interpretano l’indissolubilità in senso pedagogico e non dogmatico.
Purtroppo ci sono coppie partite in alta velocità sul binario del “per sempre” ma poi sono finite sul binario morto del “mai più”. Il divorzio civile scioglie gli effetti civili di un matrimonio ma non quello sacramentale. Talvolta è inevitabile: la parola “coniugi” significa “legati allo stesso giogo”. Se questo diventa insopportabile e opprimente non si può costringere un coniuge a morire soffocato.
La separazione e il divorzio sono una ferita lancinante, una delusione, il fallimento di un progetto affettivo che sembrava promettente. Il Cardinal Tettamanzi aveva dedicato a loro una lettera: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito” e ha proposto incontri di preghiera chiamati “la Valle di Acor”. Li teniamo anche a Busto Arsizio.
Papa Francesco ha dedicato a loro il capitolo VIII dell’Amoris Laetitia, invitando tutti ad essere vicini a queste coppie, accompagnandole con amore. Chi ama comprende, chi non ama è portato a giudicare.
La Santità
Nel discorso della montagna, pronunciando le parole: “Voi siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste” (Matteo 5, 48), Gesù indicava un cammino di perfezione a tutti i suoi seguaci, indistintamente.
Per molto tempo si è pensato che la via preferenziale per la santità fosse la consacrazione religiosa. Si parlava di “Istituti di perfezione”. Il Concilio Vaticano II invece ha richiamato che la santità è proposta a tutti i cristiani, che seguono Gesù umile povero e carico della croce.
Amoris Laetitia al nr 72 recita: “Il Matrimonio è una vocazione, una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa”; al nr 87 dice: “La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita santa di tutte le chiese domestiche”.
La santità non è uno “stato di vita” ma un “modo di vita”: diventa più santo chi è più capace di imitare il Signore Gesù, amando come Egli ha amato. Il prete può santificarsi col cammino del servizio obbediente, il religioso osservando i tre voti e la regola, i coniugi e i genitori possono santificarsi con lo stile proprio della vita di famiglia, resa più difficile dalla condizione stressante dei nostri giorni.
Quante sante suore si sono sacrificate per il bene della Chiesa, ma quanti genitori si sono sacrificati per il bene della Chiesa domestica! L’onore degli altari è concesso a tutti, fin dall’antichità. La Chiesa del IV secolo ha riconosciuto santo Agostino Vescovo, ma anche sua madre Monica, laica. Oggi l’onore degli altari è concesso a Madre Teresa di Calcutta, campionessa della carità, ma anche a Gianna Beretta Molla, madre eroica, a Padre Pio, frate cappuccino con fenomeni mistici, ma anche alla coppia dei coniugi Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux. La schiera dei seguaci di Cristo, festeggiati al primo Novembre, che hanno superato la mediocrità e hanno imitato l’amore di nostro Signore, accoglie ogni stato di vita ecclesiale.